Il conflitto nel Sahel è oggi uno dei principali fronti dell’instabilità globale, e il Mali ne rappresenta l’epicentro più fragile e insieme più rivelatore. Qui l’espansione del jihadismo ha smesso da tempo di essere un fenomeno episodico per assumere i tratti di una presenza strutturata, capace di incidere sugli equilibri politici e sociali del Paese.
Dopo il colpo di Stato del 2020, il progressivo indebolimento delle istituzioni ha aperto ampi spazi di manovra ai gruppi armati. Organizzazioni legate ad Al-Qaeda, come il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, e allo Stato Islamico, attraverso la sua branca nel Grande Sahara, hanno consolidato la propria presenza soprattutto nel centro e nel nord, approfittando del vuoto di potere e della perdita di controllo territoriale da parte dello Stato.
Spiegare questa avanzata esclusivamente con la crisi climatica sarebbe riduttivo. Desertificazione e scarsità d’acqua aggravano tensioni già esistenti tra comunità agricole e pastorali, ma non bastano a giustificare la capacità organizzativa e militare di questi gruppi. Il nodo centrale resta la fragilità dello Stato: assenza di servizi, corruzione diffusa, marginalizzazione delle periferie e perdita di legittimità delle autorità centrali. In molte aree, i jihadisti riescono a inserirsi come alternativa credibile, offrendo ordine, giustizia rapida e forme di protezione.
A rafforzare questo quadro contribuiscono finanziamenti e reti transnazionali. Il jihadismo saheliano è inserito in un sistema che si alimenta attraverso traffici illeciti – armi, droga, esseri umani – e flussi di denaro provenienti dall’esterno. Parte di questi fondi deriva da circuiti privati e reti ideologiche internazionali; altri si intrecciano con interessi geopolitici più ambigui, dove l’instabilità diventa uno strumento di influenza indiretta.
C’è poi un livello meno visibile ma decisivo, quello delle filiere che alimentano materialmente i conflitti africani. Non si tratta solo di dinamiche locali, ma di circuiti che collegano Medio Oriente, Africa e mercati globali. Un caso emblematico emerge da un’indagine condotta negli Emirati Arabi Uniti, che ha portato al deferimento di tredici individui e sei società accusati di traffico illecito di materiale militare, falsificazione di documenti e riciclaggio di denaro.
Al centro dell’inchiesta, un’operazione sofisticata finalizzata al trasferimento di munizioni verso il Sudan, snodo cruciale di una crisi che si intreccia con l’instabilità del Sahel. Il meccanismo prevedeva una prima transazione da tredici milioni di dollari per la fornitura di armi, seguita da un secondo livello operativo in cui parte dei proventi veniva reinvestita per acquistare ulteriori munizioni. Il tutto accompagnato da pratiche di occultamento e da una logistica parallela, con destinazione finale Port Sudan.
L’operazione è stata bloccata prima del completamento, ma il quadro che emerge è quello di una filiera già strutturata e pronta a replicarsi. Non un episodio isolato, bensì un segmento di un sistema più ampio, in cui attori economici, intermediari e interessi politici si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente.
Questo aiuta a comprendere perché il jihadismo nel Mali riesca a mantenere una capacità operativa elevata nonostante la pressione militare. Le armi circolano, i fondi si muovono, le reti si adattano. E lo fanno lungo direttrici che sfuggono al controllo degli Stati più fragili.
In alcune aree, soprattutto lungo le frontiere con Niger e Burkina Faso, si osservano già forme embrionali di governance jihadista con l’imposizione di tasse, l’amministrazione della giustizia, la regolazione dei mercati locali. L’obiettivo, oltre al controllo militare, è la costruzione di entità para-statali capaci di sostituirsi allo Stato.
Il ritiro delle missioni internazionali e l’ingresso di nuovi attori, come i contractor russi, hanno ridefinito gli equilibri senza affrontare le cause profonde del conflitto. Il risultato è una crisi sempre più strutturale, in cui il Sahel si configura come una linea di frattura del sistema internazionale.
Ridurre tutto a fattori interni o climatici significa perdere di vista come l’instabilità africana sia ormai parte di una competizione più ampia, dove il disordine costituisce una risorsa. In questo contesto, il Mali, da periferia del mondo, diventa uno dei suoi nuovi epicentri strategici.




