Le due culture, tra confronto e integrazione

LE DUE CULTURE #9

Con l’intervento del professor Carlo Storelli, Ordinario di Fisiologia nell’Università del Salento, prosegue il dibattito sulle due culture, su cui sono già intervenuti altri eminenti professori universitari, rappresentanti dei due “versanti” della cultura. “L’equivoco intellettuale” da chiarire. La dicotomia tra cultura umanistica e cultura scientifica è solo un anacronismo. C’è una duplice “distorsione culturale” da sfatare. “Occorre rivendicare la storicità di tutti i saperi. e l’utilità di un approccio storico-critico per tutte le materie che vengono insegnate a scuola”. “Con la scoperta della storicità viene riconquistata la dimensione sostanzialmente umanistica della scienza”. “C’è molto da fare per attuare la ricomposizione dei saperi, nel segno della comune umanità”.

 

 

 

L’intervento è organizzato in due parti: Nella prima parte proverò a portare delle argomentazioni a favore della inconsistenza della teorica contrapposizione fra le due culture, sostanzialmente basata su di un “equivoco intellettuale”. 

Nella seconda parte, partendo da un approccio fisico e successivamente biologico, cercherò di supportare l’idea di come i due comparti culturali siano strettamente interconnessi e siano uniti da legami indivisibili tenendo presente sin da ora che come diceva lo stesso Einstein “non si può cogliere un fiore senza turbare una stella”. 

Il tema del confronto (o contrapposizione ) da una parte e la sovrapposizione ed integrazione dall’altra fra cultura scientifica ed umanistica è stata ed è come sappiamo al centro di molte riflessioni e dispute. Iniziando dai primi decenni del secolo scorso ma con una recrudescenza a partire dalla seconda metà degli anni 50 si è iniziato a scavare, nella società occidentale del xx secolo il solco della pericolosa divisione fra i due blocchi di saperi e quindi delle due culture , quella scientifica e quella umanistica.

Questo fenomeno è stato, senza dubbio, frutto di posizioni che non esiterei a definire preconcette e di deliberate chiusure intellettuali le quali hanno portato ad assumere posizioni tali da impedire che per molto tempo si sviluppasse un dialogo necessario a dare una risposta unitaria a quello che è il problema fondamentale, comune a tutte le culture e cioè lo studio, come dice Edgard Morin , della condizione umana; sia esso riferito alla vita biologica, sia che esso venga proiettato al pianeta Terra, che all’intero cosmo. 

Ma, come ho detto in premessa, la dicotomia fra cultura scientifica e cultura umanistica è solo un anacronistico equivoco intellettuale. Non sarebbe difficile per uno storico della scienza mostrare l’arbitrarietà della divisione, semplicemente citando tanti personaggi che si sono mossi fruttuosamente nell’ambito di entrambi i fronti (Cartesio, Bacone, Laplace , Newton, Leibnitz, ecc.). 

E, se posso permettermi di scomodare padre Dante vorrei ricordare che il sommo poeta elenca nel IV canto dell’Inferno e nel X canto del Paradiso le proprie “auctoritates” classiche, mescolando i poeti ai filosofi, i teologi ai sapienti di medicina e di diritto. 

Come ben sanno i nostri amici filosofi, questa suddivisione e apparente contrapposizione disciplinare e culturale fra cultura  scientifica e cultura  umanistica è stata di fatto generata e si è nutrita di una contrapposizione squisitamente metodologica figlia del neoidealismo di Giovanni Gentile e Benedetto Croce , che contrapponeva frontalmente la cultura umanistica a quella scientifica.

Questa interpretazione infatti faceva coincidere il dominio della filosofia con l’orizzonte della verità ed era altrettanto convinta che alle dimensioni della scienza corrispondesse solo un mondo di pseudoconcetti cui si poteva attribuire, tutt’al più un mero valore pratico. 

Grazie a questa impostazione filosofica nell’ambito della normale prassi didattica,  le discipline, le due culture, si possono nettamente distinguere in base al differente taglio metodologico con il quale ancora oggi vengono insegnate.

Quelle umanistiche con un impostazione prevalentemente storicistica (si studia la storia della letteratura, della poesia, della filosofia, dell’arte, ecc. ) 

Quelle scientifiche in ambito rigorosamente destorificato: si studia non… la storia della… ma: la biologia, la matematica, la fisica. La conseguenza pratica è stato il radicamento di un pregiudizio culturale in virtu’ del quale si ritiene legittimo pensare che una verità scientifica sia, dopotutto, una verità posta al di fuori della storia, mentre i risultati cui può pervenire una disciplina umanistica, non solo non possono aspirare ad alcuna validità universale , ma proprio a causa della loro storicizzazione , sarebbero del tutto confinati in un orizzonte di relatività. 

Su questa base che costituisce una curiosa e duplice distorsione culturale, si sono generati altri due diffusi luoghi comuni; in primo luogo quello tipico degli uomini di scienze, in base al quale lo scienziato sarebbe per definizione una persona seria, poiché’ produce fatti non parole, al quale si contrappone quello del tutto opposto e altrettanto speculare in virtù del quale si rivendica invece che l’autentica cultura sarebbe rappresentata unicamente dai saperi umanistici (storici -letterari). 

La convinzione quindi che lo studio di una disciplina umanistica non possa che svolgersi in un ambito storico (per es.: quando si studia l’infinito del Leopardi si ritiene del tutto legittimo e doveroso tenere presente la biografia dell’autore, inquadrare storicamente l’opera del poeta recanatese…).

Mentre lo studio di una disciplina scientifica si attua in un ambito sostanzialmente astorico, (un teorema matematico è valido al di fuori del contesto temporale), genera il pregiudizio, del tutto indiscutibile,  in virtu’ del quale si pensa che sia del tutto normale contrapporre le discipline che richiedono un approccio eminentemente storico (quelle umanistiche) a quelle che richiedono un approccio eminentemente astorico ( quelle scientifiche). 

Oggi questa mentalità appare del tutto obsoleta e storicamente datata , non solo perché si è via via riconosciuto un peso ed un valore più positivo alla conoscenza scientifica o perché la scienza e la tecnica ai giorni d’oggi condizionano inconsciamente e pervasivamente sia i nostri comportamenti individuali sia quelli dell’intera società.

Si pensi al ruolo dell’informatica e della tecnologia in genere nel cinema, nella musica, nel design e persino nella pittura con la emergente (così detta) software-art o al fatto che di fronte all’impetuoso sviluppo delle biotecnologie si è assistito alla nascita di nuove discipline quali la bioetica.

Ma anche e soprattutto perché gli stessi studi concernenti la storia della scienza e tutte le sue movenze storico culturali hanno assunto un rilievo culturale decisivo ed insopprimibile. E come accennato precedentemente è emerso lo stretto e inscindibile legame che nel corso dei secoli ha connesso lo sviluppo del pensiero filosofico alla storia della scienza. 

Speculazione e logica stanno nel comune denominatore delle due culture e, del resto, la definizione di scienza come filosofia naturale ad opera di Bacone (ma il concetto aveva cominciato a prendere forma già alcuni secoli prima con Aristotile?) ci confermano l’unitarietà del processo di affinamento culturale.

In conclusione (parziale) perciò appare importante rivendicare la necessità e l’utilità di un approccio storico-critico per tutte le materie che vengono insegnate a scuola. Invece di contrapporre, sulla base di una discutibile distinzione metodologica, discipline storiche e discipline astoriche, occorrerebbe rivendicare la piena storicità di tutti i saperi, sia quelli scientifici sia quelli umanistici. 

Occorre ripensare e ridefinire il ruolo della stessa storia, In altri termini, l’approccio storico può offrire l’opportunità di studiare in tutte le sue effettive articolazioni il patrimonio tecnico conoscitivo elaborato dall’umanità nel corso della sua storia ed utile a formare i nuovi cittadini in grado di affrontare le problematiche della cultura contemporanea (globalizzata ed interconnessa).

Con la scoperta della storicità viene riconquistata la dimensione sostanzialmente umanistica della scienza.Vediamo ora come un approccio diverso, basato su modelli scientifici che si sono sviluppati e via via contrapposti nel corso degli ultimi 2-3 secoli fino ai giorni nostri, possa fornirci una chiave di lettura per interpretare in maniera autentica il significato del termine “cultura” e possa a mettere in evidenza le comuni radici ed i loro intrecci. 

Soprattutto il secolo scorso ha visto l’uomo nel tentativo di comprendere e dominare attraverso leggi universali il regno della materia inanimata e quello della materia vivente. Il modello scientifico di riferimento è stato inizialmente quello della fisica e delle sue leggi esatte ed universali.

Partendo da Laplace, fino ad Heinz von Mester, l’idea che il mondo fosse una macchina banale è alla base del pensiero determinista e riduzionista che ha fornito i presupposti e le basi epistemologiche alla scienza moderna.

Il determinismo ed il riduzionismo hanno consentito di ideare e realizzare macchine prodigiose, sviluppare tecnologie potenti e sofisticate ed hanno anche prodotto visioni del mondo che ci hanno illusi che saremmo stati capaci, prima o poi, di tenere sotto controllo il Pianeta e, chissà,  lo spazio interplanetario. 

Il modello della fisica e della sua “geometrica potenza” è stato preso a riferimento anche da altre scienze “non esatte” quali l’economia, la geografia, la sociologia. La potente metafora di Cartesio basata sulla separazione fra la res extensa e la res cogitans, tra corpo e mente, tra pensiero e contenitore del pensiero, ha suggerito l’idea del calcolatore elettronico (hardware e software ), quella dell’intelligenza artificiale, dei sistemi esperti e così via. 

Con la scoperta del principio di indeterminazione di Heisenberg il pensiero riduzionista, pur resistendo, inizia a subire una serie di colpi. La grande fantasia di Laplace di poter prevedere (e dunque controllare) il futuro attraverso la conoscenza esatta del presente e del passato non era più realizzabile.

Il caso, i processi aleatori, il comportamento dei sistemi complessi aprivano interrogativi fino ad allora mai posti. La teoria quantistica, contrapposta a quella classica, e la svolta “epistemologica” degli anni ‘50 che hanno fatto crollare il mito dell’oggettività in favore di una visione nella quale conoscenza e cultura sono strettamente legati.

Possiamo in un certo senso affermare che il vecchio riduzionismo ( mai morto) che presupponeva la comprensione del tutto a partire dalle singole parti, è stato sostituito da un atteggiamento intellettuale che privilegia la molteplicità dei punti di vista, il contesto ed i nessi che si stabiliscono fra sistemi , individui, cose. 

È il nuovo concetto di apprendimento che dovrebbe riavvicinarci alla natura ed alla comprensione della “condizione umana” che consiste nella conoscenza non solo del mondo e del cosmo, ma anche la nuova sfida della materia vivente e del controllo sui fenomeni mentali e della conoscenza.

La crisi (debolezza) del modello di Laplace, emblema di una visione deterministica della scienza secondo la quale, prima o poi, si possa trovare nelle leggi della natura una qualche legge universale che possa spiegare il senso dell’universo , viene ancor più messa in luce se ci spostiamo dal modello della fisica a quello biologico e più precisamente a quello dell’evoluzionismo biologico. 

Secondo la teoria darwiniana infatti l’evoluzione è pluralista, irreversibile, non finalista , contingente e si avvale di ogni mezzo a sua disposizione per avanzare Come è stato detto dal sociologo Emilio Greco, “tutte le strutture che vediamo intorno a noi sono il frutto della storia, non di un progetto”.

Il modello del processo evolutivo darwiniano sembra allora più adatto ad interpretare i fenomeni complessi che caratterizzano la sfera della vita e quella della mente. Può aiutarci a mettere in luce quanto in realtà questi ambiti siano strettamente connessi a quelli inerenti ad altri, quali quello della cultura umanistica e della civiltà umana. 

Anche se il trasferimento di certi concetti può far correre il rischio di una eccessiva semplificazione prendiamo ad esempio il meccanismo della differenziazione, che e’ alla base dei processi evoluzionistici. 

Esso può essere preso a riferimento anche per rifondare lo stesso concetto di civiltà e democrazia, non più basati sulla omologazione ma sulla rivalutazione della diversità, contrapposto a quello di una sostanziale indifferenza del patrimonio culturale degli individui.

È in atto un gigantesco processo di distruzione delle diversità non solo biologiche (biodiversità) ma anche culturali e sociali. Il particolare fenomeno percepito come eminentemente economico che va sotto il nome di globalizzazione, tende in realtà ad una semplificazione delle diversità che caratterizzano le culture locali (si pensi alla scomparsa dei dialetti, delle tradizioni culinarie, delle tecniche di lavorazione locali). Il risultato è la distruzione dei saperi indigeni o, come qualcuno li chiama, saperi taciti. 

Per contro, in natura uno dei meccanismi di difesa della biosfera è proprio la produzione di biodiversità che attua un duplice scopo. Quello di contrastare meglio eventuali catastrofi naturali che tendono ad eliminare molte specie, e, cosa ancora più rilevante, la produzione e l’affermazione di nuove specie alla base del meccanismo evolutivo. 

Contro questo comportamento naturale cozza per es. Il meccanismo dell’economia , che tende a ridurre tutte le variabili alla sola rappresentazione del denaro (o della merce). 

Meccanismo che, oltre che ignorare le leggi della natura (si pensi al fatto che la distruzione di una foresta può incidere positivamente sul PIL di un paese), è indifferente alle condizioni di benessere delle Popolazioni. 

La rivoluzione del valore della diversità potrebbe essere alla base di un apprendimento scolastico che dimostri come l’intolleranza verso il diverso, la discriminazione sociale, le presunte gerarchie di civiltà sono sostanzialmente miti e tabù socioculturali senza alcun fondamento. 

L’idea di progresso, sviluppo, civilizzazione prodotte nel corso dei secoli dall’illuminismo, dalle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche e dalla cosiddetta modernizzazione, ha probabilmente semplificato ed appiattito un panorama genetico e culturale ricco di originalità perduto per sempre (si pensi al colonialismo ed, una per tutte, allo sterminio degli indios da parte dei conquistadores con la relativa perdita del loro peculiare patrimonio genetico-culturale). 

La conclusione dal mio punto di vista di biologo è che l’apprendimento della storia della nostra specie, lo studio del vivente e dei suoi processi potrebbe costituire un nuovo riferimento culturale e scientifico per i giovani, un sostanziale aiuto per gli studenti per farsi un’idea sensata del mondo globale complesso ed interconnesso nel quale viviamo. 

Ma, realisticamente, sappiamo anche che, abbandonata la prospettiva delle magnifiche sorti e progressive di leopardiana memoria, in questo momento storico nel quale avvenimenti come la tragedia delle torri gemelle dell’11  Settembre 2001 e quella ancora più grave della devastazione dell’Ucraina ad opera di un novello Zar che in questi giorni d’inizio 2022 è sotto i nostri occhi, sembra avere avviato il mondo verso un gigantesco processo di auto distruzione sostenuto dalla erezione di nuovi muri che separano le diverse culture, lingue, religioni, stato sociale, fa fatica a farsi strada una tendenza storica e sociologica basata sui valori di multietnicità e multiculturalità. 

L’ibridazione, da sempre motore dell’evoluzione, è vista come elemento di disordine, contaminazione negativa, attentato alla purezza della specie. La biologia evolutiva, com’è evidente, può dare una grossa mano a leggere la storia dell’evoluzione biologica umana.

Ma è anche vero che questa chiave di lettura non può essere sufficiente a chiarire il ruolo dell’uomo nella natura e nella storia. Anche se la ” vulgata darwiniana” che privilegia la sopravvivenza del più forte o adatto che dir si voglia ha provato ad affermarsi in maniera stolta e distorta nella storia recente dell’umanità (ed è ancora dura a morire), come sappiamo esiste una evoluzione culturale.

Questa ha portato l’uomo a comportarsi, come dice Gehelen, da “specie mancante non adatta”, cioè come specie che non eredita il patrimonio genetico che gli consente di essere adatto all’ambiente, ma utilizza lo straordinario potenziale derivatogli dallo sviluppo del suo sistema nervoso centrale per compiere quegli imprevedibili progressi scientifici-tecnologici atti ad affrancarsi dalle strettoie della selezione esercitata dall’ambiente e che lo hanno posto in apparente conflittualità con la natura. 

Con la spada di Damocle delle nuove tecnologie biologiche quali la biologia molecolare e la genetica pronte a riaprire vecchie ferite fra saperi e conseguentemente culture scientifica e umanistica, il problema della conciliazione o riconciliazione fra dimensione naturale (compresa quella umana) nella quale siamo immersi e l’uomo inteso quale soggetto portatore di istanze non solo biologiche è tutt’ora aperto. 

C’è in definitiva molto da fare per attuare, come dice Edgard Morin , la “rivoluzione delle ricomposizioni polidisciplinari”.

Potremmo aggiungere che, anche se lontana dall’essere generalizzata, ed anzi in presenza di frammentazioni persino all’interno di molti settori specifici, solo questa ricomposizione può permettere all’uomo di raggiungere un punto di equilibrio fra la sua territorialità biologica e la sua extraterritorialità culturale, fra la sua animalità e la sua umanità; sempre lacerato, a ben vedere, fra la sua natura di essere vivente, studiata in biologia e la sua natura psichica e sociale studiata nelle scienze umane. 

Dalla scoperta dell’homo abilis, primo anello fra il biologico e l’umano e la messa a punto dell’homo sapiens che effettua il salto dal naturale al culturale, la condizione umana attuale può essere compresa utilizzando i codici di saperi scientifici quali lo studio delle condizioni ambientali (ecologia) della genetica (le mutazioni), dell’anatomia (bipedizzazione) , le neuroscienze, ma anche i codici dei saperi umanistici come la sociologia (la trasformazione dei primati in società umana.) 

Com’è evidente, anche da questo breve excursus nella preistoria, i legami indiscutibili fra scienze della vita e scienze umane sono più che evidenti. Per essere in grado di affrontare la sfida della globalità sta a noi interconnettere gli uni agli altri in modo fecondo. 

 

Carlo Storelli –Professore Ordinario di Fisiologia, Università del Salento

 

 

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