Droni e fregate. Il modello Turchia che interessa l’Italia

Negli ultimi quindici anni la Turchia ha compiuto una trasformazione radicale: da Paese dipendente al 90% dalle importazioni di armi è diventata esportatore globale. Droni, navi e fregate sono i settori di punta di Ankara, che segue una strategia che tocca anche l’Italia, con l’acquisizione di Piaggio Aerospace da parte di Baykar (e non solo)

Negli ultimi quindici anni la Turchia si è imposta come attore di primo piano nel mercato globale della difesa. Un percorso non improvvisato, ma il frutto di una precisa strategia politica iniziata negli anni Ottanta e che oggi si traduce in numeri e operazioni che non possono più essere trascurati a Bruxelles, a Washington e, forse soprattutto, a Roma. Nello spazio di un ventennio, da importatore netto di sistemi d’arma, la Turchia si è trasformata in esportatore, con un balzo significativo: da 1,64 miliardi di dollari nel 2014 a oltre sette miliardi nel 2024. Una parabola riuscita di volontà politica capace di garantire al Paese una fondamentale indipendenza strategica in un settore delicato come quello della difesa. Un percorso che l’Italia potrebbe osservare con attenzione, dal momento che il tema dell’autonomia industriale e tecnologica è oggi più che mai centrale nel dibattito pubblico, alla luce delle sfide poste dalla guerra in Ucraina e dalla crescente instabilità nello scenario internazionale.

La Turchia e la costruzione dell’autonomia strategica

Per comprendere la traiettoria di Ankara occorre tornare indietro di mezzo secolo. Fino a cinquant’anni fa le Forze armate turche sono state dipendenti al 90% dalle importazioni di armi dagli Stati Uniti e da altri Paesi. Questa dipendenza ha rappresentato una seria criticità quando, in risposta all’invasione del nord di Cipro nel 1974, Washington ha imposto un embargo sulle esportazioni militari verso la Turchia. Un blocco che ha spinto i governi turchi a investire nella costruzione di un’industria nazionale della difesa. Una politica che, nel lungo periodo, ha dato i suoi frutti: se nel 2004 l’80% delle esigenze militari dipendeva ancora dall’import estero, nel 2022 la quota era scesa al 20%.

La svolta dei droni e il caso Piaggio

Il vero cambio di passo è arrivato con i droni. È, infatti, soprattutto con i velivoli unmanned che Ankara ha realizzato una svolta nelle esportazioni. In questo settore, l’azienda protagonista è Baykar, oggi uno dei marchi più riconosciuti nel comparto, grazie al successo dei suoi Uav Bayraktar TB2, impiegati con efficacia in Libia e nel Nagorno-Karabakh. In Italia, Baykar è stata protagonista dell’operazione che ha sancito l’acquisizione di Piaggio Aerospace, con le controllate Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation. Il piano industriale, che prevede anche il rilancio del bimotore P.180, non potrà prescindere la produzione di droni. Una partita complessa, se si considera che si tratterà di partire da zero, con tempi e difficoltà tutte da valutare, in un settore in cui non sarà possibile improvvisare.

Navi e fregate

Un altro settore che l’Italia dovrebbe seguire con attenzione è quello navale. I produttori turchi stanno riscuotendo un notevole successo nell’esportazione di navi pattuglia e persino fregate. Islamabad e Kuala Lumpur hanno già firmato accordi significativi con cantieri turchi. Un terreno che tocca direttamente anche il nostro Paese, che proprio con le fregate Fremm, realizzato da Orizzonte Sistemi Navali (joint venture tra Fincantieri e Leonardo) e dalla francese Armaris, ha conquistato commesse in Marocco, Egitto e Indonesia, fino a diventare base della nuova classe Constellation per la US Navy. Da una parte, dunque, l’ingresso deciso della Turchia in un mercato in cui Roma ha costruito negli anni una posizione di leadership internazionale può rappresentare un rischio, ma anche una opportunità, se il nostro Paese sarà in grado di coinvolgere Ankara in collaborazioni e partnership in un settore dove l’Italia vanta una expertise assoluta.

La sfida della Turchia all’Occidente

La Turchia sta guadagnando sempre più terreno, anche a costo di competere con i grandi produttori occidentali. Non è più solo un fornitore regionale, ma un esportatore globale capace di aggredire i mercati con prodotti meno costosi ma altamente funzionali. La Turchia esporta materiale militare soprattutto in paesi musulmani, come Arabia Saudita e Pakistan , espandendosi al Sahel, al Nord Africa, all’Asia centrale Regioni che da sempre rappresentano il principale terreno di esportazione per le industrie occidentali, e italiane in particolare. Per l’Europa e per Roma questo significa una sfida duplice: difendere spazi di mercato già conquistati, e allo stesso tempo valutare con pragmatismo la possibilità di cooperare con un partner che è destinato a pesare sempre di più nell’industria della difesa mondiale.

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