Cambiamenti climatici, fiction ormai di moda ma danno l’idea dei pericoli

Da tempo c’è una invasione delle fiction, sia in tv sia al cinema. Gli argomenti variano: dal sentimentale al poliziesco, dalla mafia ai fenomeni naturali quali catastrofi legate ad eruzioni, terremoti, alluvioni.

Ma c’è un genere particolare di fiction che da qualche tempo sta suscitando l’interesse non soltanto di chi si occupa di televisione e cinema, ma anche degli studiosi del linguaggio e di tutta la problematica legata alla “nuova” cinematografia. 

Si è trovato anche il modo di definire questa sorta di climate fiction abbreviandola in cli-fi e di farne risalire la data di nascita al 2007 definendola come un genere a metà tra la fantascienza e la distopia, per la tendenza a rappresentare scenari tragici e post-apocalittici.

Una definizione che nasce dalla fantasia dello scrittore e giornalista nordamericano Dan Bloom. Tutto è cominciato dopo la lettura del romanzo L’ultima spiaggia, di Nevil Shute nel quale viene rappresentato un terribile scenario all’indomani della terza guerra mondiale nel momento in cui il mondo sta per essere travolto da una mortale nube radioattiva. 

Allora, la paura di Bloom si trasformò nell’urgenza di comunicare a tutti la gravità dei problemi causati dal cambiamento climatico: l’unico modo per coinvolgere la gente non poteva essere altro che il raccontare delle storie.

Un autore di interessanti saggi sul tema, Bruno Arpaia, si è documentato tramite i pareri di diversi scienziati e scrittori ed ha provato ad affrontare questa delicata tematica con il libro intitolato “Qualcosa lì fuori”, un romanzo ambientato in un periodo a cavallo degli anni tra il 2070 e 2080.

Decine di migliaia di persone sono in viaggio in una Italia quasi completamente desertificata, nel tentativo di raggiungere la Scandinavia, diventata, assieme agli altri Paesi del Nord Europa, l’unico territorio dal clima ancora adatto all’insediamento umano. Tra mille peripezie, i protagonisti del romanzo cercano scampo da una morte certa per fame e sete, e sono costretti a pagare profumatamente per avere l’aiuto di guide, sentinelle ed esploratori che permettano loro di affrontare il viaggio e di imbarcarsi su una nave che li porterà verso quella che appare loro come la terra promessa, la Svezia.

In un suo recente articolo, Arpaia confessa che parlare di questi argomenti in Italia è “maledettamente difficile” aggiungendo che la climate fiction, questo nuovo fenomeno cine-televisivo, ci offre l’opportunità di saperne di più sul cambiamento climatico, attivando la parte emozionale di noi stessi.

Vivere attraverso un romanzo l’innalzamento del livello del mare a New York, oppure partecipare con i personaggi di un racconto a una tragica migrazione in una Germania ormai ridotta a una landa desolata, colpisce dritto al cuor e, grazie all’empatia che si è creata con i personaggi, ci si immerge in complesse questioni scientifiche che sono alla base degli avvenimenti narrati. “Mentre leggiamo, sostiene l’autore, sentiamo la polvere, la fame e la sete come se fossimo noi a viverle”.

Un genere, questo di raccontare i travolgenti e drammatici fenomeni legati al cambio del clima, che sta ottenendo successo anche tra le giovani generazioni e suscitando l’interesse di case editrici e produttori.

Rispetto alla tradizionale fantascienza, che ha vissuto negli anni passati momenti esaltanti, procurato fama agli attori che la interpretavano e notevoli guadagni a chi ha finanziato queste opere, le vicende raccontate dalla climate fiction sono ambientate in un futuro più vicino alla realtà contemporanea.

Per chi è impegnato nella battaglia per la salvezza del pianeta dalla distruzione non dovuta a una guerra, è l’occasione pere richiamare l’attenzione su un problema che interessa tanti ma non preoccupa purtroppo molti.

 

Clara Ballari – Giornalista

 

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