Il paesaggio italiano è, da secoli, il risultato stratificato di un’interazione profonda tra l’uomo e l’ambiente. Non esiste una “natura vergine” nel senso romantico e idealizzato del termine: i monti, le coste, le colline, i fiumi sono stati abitati, coltivati, plasmati, e soprattutto raccontati. In Italia, la natura è sempre anche cultura: è costruzione sociale, segno antropico, proiezione simbolica. Come affermato nella Carta Nazionale del Paesaggio (2018), promossa dal Ministero della Cultura e dall’Osservatorio Nazionale del Paesaggio, “il paesaggio è il risultato vivo di un’interazione costante tra popolazioni e territori”, un bene comune che coniuga ambiente, identità e memoria.
Questa eredità, tuttavia, è oggi estremamente fragile. L’Italia ha vissuto, in particolare dagli anni Sessanta in poi, una vera e propria erosione sistemica del paesaggio: da un lato per effetto dell’urbanizzazione incontrollata e della diffusione di modelli insediativi basati sul consumo di suolo e la frammentazione ecologica; dall’altro per l’abbandono progressivo delle aree interne e montane, vittime di spopolamento e perdita di presìdi culturali. A questo si aggiunge una crisi narrativa, meno visibile ma altrettanto pericolosa: la natura è stata sempre più raccontata in modo parziale, tecnico, marginale – relegata tra le pieghe della burocrazia o trasformata in semplice prodotto turistico.
Oggi è necessario, con urgenza e visione, elaborare una nuova grammatica del paesaggio, capace di riconnettere le dimensioni della tutela e della narrazione, della partecipazione e della progettazione collettiva. Il paesaggio non è solo ciò che si guarda, ma ciò che si abita, si attraversa, si custodisce. Serve un linguaggio che renda visibile la complessità, che includa le comunità locali nel racconto dei territori, che superi l’opposizione sterile tra conservazione naturalistica e sviluppo economico.
In questo senso, i parchi naturali rappresentano un laboratorio privilegiato per sperimentare questa nuova grammatica culturale. Essi possono – e devono – diventare palcoscenici attivi della contemporaneità, luoghi in cui si intrecciano saperi scientifici e pratiche locali, linguaggi istituzionali e narrazioni dal basso. La valorizzazione del paesaggio passa anche attraverso il modo in cui lo si racconta, lo si insegna, lo si interpreta. Solo così potrà continuare a essere un’eredità viva e un progetto condiviso, non una cartolina sbiadita o un retaggio nostalgico.
I parchi come infrastruttura culturale
L’Italia ospita, secondo i dati più recenti dell’ISPRA (2023), oltre 1.000 aree protette tra parchi nazionali, regionali, riserve naturali, oasi WWF, aree marine tutelate e siti della Rete Natura 2000. Complessivamente, queste aree coprono circa il 20% del territorio nazionale, un’estensione significativa che colloca il Paese ai primi posti in Europa per superficie protetta. Tuttavia, ciò che colpisce di più non è solo la quantità di superficie tutelata, ma la sua qualità intrinseca: la densità ecologica, la varietà degli habitat, la ricchezza di specie endemiche e la straordinaria commistione tra naturale e antropico, che in Italia assume una forma unica. Qui la natura non è mai completamente separata dalla cultura: le montagne convivono con i terrazzamenti, i boschi con i borghi medievali, le aree marine con i porti storici.
Questi territori non possono più essere considerati soltanto spazi di conservazione passiva. Sono, a tutti gli effetti, infrastrutture culturali e civili, luoghi in cui si intrecciano ricerca scientifica, presidio di legalità ambientale, educazione, turismo responsabile, pratiche comunitarie e sviluppo locale sostenibile. Essi sono “palestre civiche” per l’esercizio della cittadinanza ecologica: veri e propri laboratori viventi di democrazia, in cui le comunità possono sperimentare modelli innovativi di gestione dei beni comuni, partecipazione dal basso e cura condivisa del territorio. In altre parole, i parchi sono istituzioni educative diffuse, che agiscono sul lungo periodo formando valori, competenze e immaginari.
Eppure, nonostante questo potenziale, i parchi italiani non sono percepiti come tali. Nell’immaginario collettivo restano luoghi marginali o, peggio, esclusivamente turistici; “territori di serie B” rispetto ai centri urbani e ai beni culturali monumentali. La cultura istituzionale italiana ha sempre fatto fatica a integrare il paesaggio naturale nella propria visione identitaria. Le aree protette continuano a essere raccontate con linguaggi burocratici o tecnici, più attenti alla rendicontazione amministrativa che alla costruzione di senso condiviso. Ne risulta un paradosso: i parchi sono tra i principali strumenti di innovazione ambientale, ma nel dibattito pubblico restano spesso ai margini, schiacciati tra l’ambientalismo tecnico e l’invisibilità politica.
Questa distanza comunicativa è pericolosa, perché priva i parchi del consenso e del sostegno attivo della società civile. Senza una narrazione efficace, anche le migliori pratiche di gestione rischiano di restare invisibili, e quindi vulnerabili. Come ha scritto Salvatore Settis, “l’ambiente non è un tema da specialisti: è il luogo stesso dove si svolge la democrazia” (Paesaggio, Costituzione, cemento, Einaudi, 2010). In questa prospettiva, comunicare i parchi non significa solo promuoverli o “farli conoscere”: significa fare politica nel senso più alto del termine, dare forma a un discorso collettivo sul futuro del territorio e sul rapporto tra cittadini e beni comuni. Significa costruire cittadinanza ambientale.
Se accettiamo questa visione, i parchi diventano l’avamposto culturale di una nuova Italia sostenibile: non solo riserve di natura, ma presìdi di democrazia, spazi educativi, laboratori di linguaggi, luoghi simbolici dove il Paese impara a reinventarsi in chiave ecologica e partecipativa.




