
Montanelli e il suo “Il Giornale”, 50 anni dopo. Lo racconta il libro Come un vascello pirata
Il grande giornalista raccontato con le sue parole e anche con il ricordo di chi scrive questo articolo

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Più che una recensione del libro “La proprietà sotto attacco” di Carlo Lottieri

Cosa pensava papa Wojtyla sulla guerra e sul diritto di ogni popolo difendersi se aggredito

Sostenere il Comitato per il referendum abrogativo della legge elettorale che ha tolto ai cittadini sovranità e potere di scegliere i loro rappresentanti

Una dotta riflessione, un discorso di principi, tra Cicerone, Tocqueville e Demostene, sul diritto dell’Ucraina a difendersi e a usare le forniture di armi senza dover necessariamente dar conto ai Paesi fornitori (europei, americani) di come e soprattutto DOVE (in terra russa?) impiega le armi

Il popolo europeo non vota per l’Europa ma per i partiti statali che lo rappresenteranno in un Parlamento-puzzle di nazioni alquanto confederate e poco federate. Le elezioni del 9 giugno 2024, che avrebbero dovuto sospingere l’Europa verso l’Unione, l’hanno mantenuta in bilico tra integrazione e sfaldamento. La vittoria indiscutibile delle correnti elettorali di destra, per quanto possa far gioire i simpatizzanti, contiene l’incognita circa il destino istituzionale dell’Ue. Prima di vincere, l’imperativo delle Destre era soltanto vincere, sovvertire la deriva d’impronta “non-destra”. Adesso che le Destre hanno avuto successo, dovranno porsi, e subito, l’interrogativo fatidico: “Che fare?” La situazione politica venutasi a creare è confusa anziché chiara. Alzi la mano chi ha davvero capito nel marasma elettorale come le Destre spenderanno il capitale elettorale affidato ad esse da cittadini stufi bensì dell’eccessivo interventismo comunitario, ma pure incerti sulla direzione da prendere. Riformare l’Ue è imperativo. Ma come? Il come è incerto più di prima, molto più di prima. Le elezioni non hanno fatto chiarezza, né potevano nel fervore della campagna elettorale, dove lo slogan e la propaganda affermano i loro diritti. Adesso bisogna passare dagli spot pubblicitari ai dossier pensati col cervello e scritti con la penna del realismo. Le opzioni sono molteplici, buone e cattive. Ma le peggiori si conoscono a prescindere: sono tutte quelle che tendono ad un gradualismo minuzioso ed esasperante, come se l’Europa, e non intendo soltanto l’Ue, ma lo stesso Continente fisico, geopolitico, storico, culla del mondo libero e della civiltà occidentale; come se la libertà e la democrazia, nostre creature, potessero ancora aspettare e sopravvivere senza una protezione coerente. Non è più il tempo delle concertazioni esasperanti, dei ciechi egoismi di bottega, dei pacifismi autolesionistici, dei possibilismi e dei collateralismi. L’epoca d’oro comoda e lucrosa dell’ambiguità strategica, politica e militare, è scaduta per sempre

“Il premierato non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa” e “Non mi sembra che lo Stato Vaticano sia una Repubblica parlamentare” sono due espressioni che la foga polemica ha tratto dalla bocca ma non dalla mente di Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha manganellato (absit iniuria verbis) la Conferenza episcopale italiana per aver osato blandamente criticare due dei tre capisaldi della politica governativa: il premierato e il regionalismo differenziato. Cosa può aver smosso la preziosa bile della premier? Due considerazioni pure banali (absit iniuria verbis) del cardinale Zuppi, che la Conferenza presiede. La prima: “Gli equilibri istituzionali vanno affrontati sempre con molta attenzione.” La seconda: “Il tema andrebbe affrontato con lo spirito della Costituzione; come qualcosa di non contingente, che non sia di parte.” Se un rispettoso appunto dovessimo muovere a Sua Eminenza, sarebbe in verità un’esortazione a capo chino, senza albagia. Eminenza, osi, osi di più! Nei modi curiali appropriati al galero cardinalizio, ma osi. Il tema è d’importanza capitale nella Sua diocesi e nell’Italia intera. Che una nazionalista, aspirante prima ministra, lasci che il leghismo sovranista scardini, con il piede di porco della legge (una legge!), l’unità nazionale che il Risorgimento conquistò con il genio politico di Cavour e il genio militare di Garibaldi dopo millequattrocento anni dalla caduta di Roma; che la Giorgia fremente di amor di Patria si presti a farne uno spezzatino, merita assai più della Sua pur “molta attenzione”. La presidente del Consiglio va in aceto appena le si critichi il premierato. È comprensibile, trattandosi della “madre di tutte le (sue) riforme”. Il premierato, tiene ella a rimarcare, “Non interviene nei rapporti tra Stato e Chiesa”. Come a voler dire al mite cardinale Zuppi: “Fatevi gli affari vostri che io faccio i miei.” Sennonché, così dicendo, ha offerto la gola

Ingrata Giorgia! Ha gettato via la “madre di tutte le riforme”. Sì, l’ha “snaturata”. Ma vi pare segno di callidità politica che una presidente del Consiglio, per di più aspirante a un cesarismo alla vaccinara, prospetti il dubbio che il suo progetto di premierato possa incagliarsi nei palazzi parlamentari o infrangersi contro il muro del referendum? Il perentorio “o la va o la spacca” evoca indubbiamente, seppure in sedicesimo, “alea iacta est” di Cesare sul Rubicone. Prima di Giorgia, che almeno romana è, un altro aspirante al principato, ma troppo sfrontatamente fiorentino, lanciò il dado. Un uragano di voti referendari glielo restituì sulla fronte. L’alternativa “aut reformatio aut abdicatio”, o approvate la mia riforma costituzionale o mi dimetto, gli portò male. Giurò che, sconfitto, sarebbe tornato alla vita civile. La sconfitta, invece, non gli fu fatale, come neppure alla sua ministra competente, pareva. Rimasero. E sono ancora lì, Renzi e Boschi. Giorgia, che non tradisce le sue vantate origini popolari e popolane (“datemi tutti il tu!”) ha mostrato di possedere più “esprit florentin” del fiorentino d’adozione. “O la va o la spacca”, di per sé perentorio, risulta tuttavia meno apocalittico di quanto apparisse l’alternativa renziana. Giorgia infatti, contrariamente a Renzi, ha precisato ben bene che, passerà o non passerà il suo progetto, la cosa non la coinvolgerà del tutto. “Vorrà dire – ha rimarcato la Cesarina – che il popolo italiano non gradisce il menu. Tutto qui”. Niente dimissioni della presidente del Consiglio e niente nuovo Governo, che arriveranno in fondo alla legislatura, come se niente fosse stato. Insomma, mette le mani avanti e dietro per proteggersi dai colpi dell’elettorato e dei partiti, da qualsiasi parte provengano: badoglianamente, mi scappa di chiosare. Insomma Giorgia, dapprima è partita in quarta sottobraccio alla “madre di tutte le riforme”, poi ha allentato

Alcuni paradossi messi in luce dai dati statistici, che pongono anche vari interrogativi sul che fare, anche per distinguere i poveri veri dai poveri finti. Perciò occorrono anche più controlli per evitare abusi e sprechi
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