
Per capire l’arte ci vuole una sedia | | Un artista è un minatore
(reportage da una settimana al Troubleyn/Jan Fabre Laboratorium ad Anversa) – PRIMA PARTE

(reportage da una settimana al Troubleyn/Jan Fabre Laboratorium ad Anversa) – PRIMA PARTE

Su Donna in cucina con cena di Emmaus, prestato dalla National Gallery of Ireland fino al 23 giugno alla Galleria Borghese

Recensione di Le Belle. Ritratti femminili nelle stanze del potere, di Francesca Cappelletti, Mondadori 2024

Recensione della mostra Piero della Francesca. Il polittico agostiniano riunito, Milano, Museo Poldi Pezzoli, fino al 24 giugno; catalogo a cura di Machtelt Brüggen Israëls con Nathaniel Silver, con contributi di Fulvio Cervini, Marco Collareta et al., Dario Cimorelli Editore: https://museopoldipezzoli.it/scopri/mostre-ed-eventi/evento/piero-della-francesca/)

La tragica fine in terra calabra di Isabella d’Aragona, regina di Francia, caduta da cavallo

Arte e religione in Fred Holland Day, e un saggio di Adalgisa Lugli

Ci vogliono radici per costruire biblioteche: dai Gifuni al Premio “Giambattista Gifuni” . Su questo tema Floriana Conte, professoressa di Storia dell’Arte nell’Università di Foggia, alla quale è stato assegnato il Premio di cultura Giambattista Gifuni, ha tenuto una lectio magistralis l’8 marzo durante la cerimonia svoltasi nella Biblioteca della Camera dei deputati. Frequenti gli accenni da parte sua e di altri relatori alla nostra testata. Il testo che qui pubblichiamo riproduce integralmente la lectio magistralis, ma per ragioni di spazio, riproduciamo solo una parte del corredo iconografico proiettato durante la cerimonia) ***** “Che ci faccio io qui?” mi pare un esordio adeguato (non solo per citare il titolo della fortunata rubrica domenicale su “Il Messaggero” di Enrico Vanzina). Ricevo un premio per la diffusione del libro e della lettura, per il quale ringrazio Cinzia Greco per la Fondazione Nuove Proposte Culturali, il Presidente del Premio Giovanni B. Gifuni e, con lui, tutta la famiglia Gifuni; ringrazio Enrico Vanzina, un maestro nel cinema, nella scrittura e nella fotografia che ha accettato generosamente di parlare di me, onorandomi di un’amicizia ormai decennale. Un’idea di cosa ci faccio io qui ce l’ho: effettivamente leggo libri tutti i giorni, ne ho scritti alcuni e delle parole che scrivono e diffondono gli altri promuovo la lettura e l’ascolto. Promuovo la lettura facendo lezione all’università, parlando in occasioni pubbliche, scrivendo di libri e di tutto quello che dai libri scaturisce: la pittura, la scultura, le arti performative drammatiche e post drammatiche, il cinema. Soprattutto scrivo delle ricadute ramificate dei libri in una rubrica che alcuni di voi conoscono, che è ospitata dal dicembre 2021 da “Bee magazine” (testata online del gruppo “The Skill” diretta da Mario Nanni, che è qui in sala e che ringrazio per lo spazio e per la libertà che mi offre,

Le lacrime amare di Mirandolina, o poesia che mi guardi (su “La locandiera” di Carlo Goldoni diretta da Antonio Latella, con Sonia Bergamasco, al Teatro Strehler a Milano e in tournée fino al 28 aprile) “Tutte le opere teatrali che ho poi composte, le ho scritte per quelle persone ch’io conosceva, col carattere sotto gli occhi di quegli attori che dovevano rappresentarle, e ciò cred’io, ha molto contribuito alla riuscita dei miei componimenti, e tanto mi sono in questa regola abituato che, trovato l’argomento di una commedia, non disegnava da prima i personaggi, per poi cercare gli attori, ma cominciava ad esaminare gli attori, per poscia immaginare i caratteri degli interlocutori”: Goldoni scriveva commedie pensando agli attori che le avrebbero recitate, non viceversa. Senza attenersi a questo metodo pragmatico, Goldoni non avrebbe progettato “La locandiera”, scritta per l’attrice Maddalena Raffi Marliani e, dal carnevale del 1753 fino a oggi, la commedia con maggiore vita sulla scena del teatro italiano (ne percorre la fortuna storica Teresa Megale nella Nota sulla fortuna in fondo all’edizione critica di La locandiera, a cura di Sara Mamone e Teresa Megale, Marsilio 2007, pp. 309-434, alla quale faccio riferimento quando cito). Goldoni scrive La locandiera come soluzione drammaturgica per risolvere un problema concreto sorto all’interno alla compagnia. La prima donna “amorosa” Teodora Medebach non può recitare, quindi Goldoni si vede costretto a elevare di rango Marliani, già ballerina di corda e poi attrice nelle parti da “servetta”. A ben guardare, la rapida seduzione del cavaliere di Ripafratta con la quale Mirandolina mette alla prova le proprie abilità coincide, nei fatti, con il training con il quale l’attrice “servetta” si esercita a trasformarsi in prima attrice “amorosa” prova dopo prova, recita dopo recita. L’inganno seduttivo è anche una metafora dell’eterno patto tra attori e pubblico, il quale

“Per gli inquieti abbiamo scritto queste righe”. Così si congeda dai lettori uno scrittore d’arte diciottenne esordiente quando pubblica nel gennaio 1941 sulla rivista “Via Consolare” del Gruppo universitario fascista il suo primo articolo, che riguarda uno studio preparatorio di Giovanni Segantini per il quadro Alpe di maggio (1891). Su “Via Consolare” scrive regolarmente anche Paolo Grassi (il fondatore del Piccolo Teatro di Milano insieme a Giorgio Strehler) che diventerà un interlocutore privilegiato del giovane, che si chiama Giovanni Testori. Il futuro grande uomo di teatro, romanziere, pittore, poeta, storico dell’arte, mercante, inizia la sua carriera con un articolo di storia dell’arte dedicato al pittore che dopo la morte era stato glorificato da Gabriele d’Annunzio e che in Alpe di maggio e in altre opere aveva esaltato la maternità (la madre e il figlio sono costantemente presenti nel lavoro di Testori, anche con estremizzazioni antiabortiste simili a quelle “sulle cattive madri” dello stesso Segantini, che però era stato un uomo dell’Ottocento semianalfabeta); chiude la carriera, insieme alla propria esistenza, con un articolo su Francis Bacon: Segantini e Bacon, due pittori che, con esiti figurativi completamente diversi, avevano inteso l’arte come una forma di religione. Anche Testori intese ben presto il suo lavoro con le parole, e la vita stessa, come una sorta di religione quotidiana. Lo dichiarò ricordando il più noto storico italiano della pittura del Novecento, Roberto Longhi, che Testori elesse come proprio maestro putativo. Testori declamò il ricordo il 29 novembre 1973 al Museo Poldi Pezzoli a Milano dopo l’uscita del Meridiano antologico degli scritti di Longhi, Da Cimabue a Morandi, curato da Gianfranco Contini per Mondadori. Là Testori coniò una delle dichiarazioni di intenti da allora spesso citate, e introiettate, da artisti e scrittori quando devono motivare l’aderenza al proprio mestiere come a una missione

(recensione della mostra “Paraventi: Folding Screens from the 17th to 21st Centuries”, a cura di Nicholas Cullinan, in corso alla Fondazione Prada a Milano fino al 22 febbraio)
BeeMagazine è un progetto culturale ed editoriale fondato da The Skill Group nel 2021 e animato da un gruppo di giovani, con l’inserimento di alcuni professionisti di lungo corso Continua a leggere
Per i vostri comunicati stampa scrivete all’indirizzo: beemagazine.it@gmail.com
Testata registrata presso il tribunale di Roma il 22/10/2020
The Skill Srl – Società benefit
Viale Parioli 56, 00197, Roma (RM)
P.IVA 01468310113
Direttore editoriale: Marco Battaglia
Direttore responsabile: Giovanni Cioffi