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“C’è una donna lì sotto”: l’enigma del capolavoro sconosciuto da Balzac a Wes Anderson

  Nel 1931 a Parigi Picasso si dedica a un’impresa commissionatagli dal mitico mercante, editore e collezionista Ambroise Vollard: l’edizione illustrata (con 12 acqueforti, 67 incisioni e 20 disegni) di Il capolavoro sconosciuto, il racconto di Balzac del quale quell’anno ricorre il centenario della prima pubblicazione. Il risultato è un vero e proprio “libro d’artista” nel quale Picasso si confronta con il racconto di Balzac sul tema del rapporto tra creatore e creazione, tra l’artista e la realtà, nella ricerca – traumatica – dell’opera perfetta. Sei anni dopo, nel 1937, Picasso si installa al numero 7 di rue des Grands-Augustins, nel palazzo di Savoie-Carignan, dove dipinge Guernica e dove si fermerà fino al 1955.       L’indirizzo della casa-atelier di Picasso è quello davanti al quale comincia Il capolavoro sconosciuto: nel racconto, nel dicembre 1612 al 7 di rue des Grands-Augustins abita il pittore François Porbus il giovane (rivale di Rubens nel racconto) che viene visitato dal diciottenne Nicolas Poussin che incontra là il vero protagonista della storia, l’anziano pittore Frenhofer (figura d’invenzione come la compagna di Poussin, Gillette). Già unico allievo dello sregolato Mabuse, Frenhofer entra in scena come “una tela di Rembrandt che camminasse silenziosa e senza cornice”, nel cui volto c’è “qualcosa di diabolico, e soprattutto quel non so che fatto per attirare gli artisti”: l’enigmaticità oscura di Frenhofer prelude all’enigmaticità della sua opera, nella quale l’incomprensibilità impenetrabile equivale all’eccellenza artistica (un tema che poi sarà presentissimo a tantissima arte, alta ma anche e soprattutto di scarso livello, del Novecento e degli anni che viviamo).     Balzac mette il lettore di fronte a uno scambio di ruoli tra l’artista e l’opera a cui Frenhofer si ostina a volere infondere la vita vera. Lo scambio di ruoli tra artista e oggetto sarà presente sessant’anni dopo a

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Per capire l’arte ci vuole una sedia | | “Bisogna immaginare Sisifo felice”

Ripetizioni dalla storia dell’arte nella didattica della Performance Art del XXI secolo (recensione di Peak Mytikas [On the top of Mount Olympus] di Troubleyn/Jan Fabre, Milano, Teatro Out Off, 11 dicembre, e di Jan Fabre-Luk Van den Dries, Dall’azione alla recitazione. Linee guida di Jan Fabre per il performer del XXI secolo, presentazione all’edizione italiana di Anna Bandettini, introduzione di Richard Schechner, postfazione di Mikhail Baryshnikov, FrancoAngeli Drama 2023)

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Per capire l’arte ci vuole una sedia | | “L’impulso ordinatore del diritto e l’impulso disaggregante dell’arte”. Fabrizio Gifuni e il gioco rituale dei fantasmi insepolti

(a margine di G.A.D.D.A. e di I fantasmi della nostra storia: Milano-Firenze-Milano dal 10 novembre 2023 al 14 gennaio 2024)         Dopo Carlo Emilio Gadda, se c’è un artista italiano che ha precocemente e ostinatamente fondato la propria ricerca di una fisionomia identitaria sulla tragedia per eccellenza del male, della colpa, della punizione, cioè l’Amleto di Shakespeare, è Fabrizio Gifuni.         Gifuni, come Gadda, scandaglia in profondità Amleto fin dai suoi studi all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, dove viene ammesso a 23 anni. Là il grande maestro Orazio Costa per due anni fece studiare alla classe frequentata da Gifuni, Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Pierfrancesco Favino, Sandra Toffolatti esclusivamente Amleto, fino a quando (ha raccontato Gifuni): “ognuno di noi alla fine lo sapeva tutto a memoria, in ognuno dei ruoli”, maschili e femminili. Tale padronanza del testo shakespeariano e lo studio approfondito della Cognizione del dolore e della sfera culturale di Gadda hanno permesso a Gifuni una metabolizzazione critica che ha affidato, anni dopo, al pirotecnico L’ingegner Gadda va alla guerra, o della tragica storia di Amleto Pirobutirro (diretto da Giuseppe Bertolucci dal 2010) in cui ha interpolato con l’Amleto in una crasi originalissima i diari di guerra, La cognizione del dolore, le invettive contro Mussolini da Eros e Priapo.         Tra il 2013 e il 2018 Gifuni ha portato in scena a Bari, Roma, Pescara, Napoli, Milano la sua drammaturgia Concerto per Amleto per orchestra sinfonica, ugualmente tratta da Shakespeare (la voce si affiancava alle musiche di Dmitrij Sostakovic da op. 32, musiche di scena per Amleto di Nikolai Akimov e op. 116 musiche per il film Amleto di Grigori Kozintsev, affidandosi alla consulenza musicale  di Rino Marrone; i dati completi con fotografie di scena sono sul sito personale:

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Per capire l’arte ci vuole una sedia | | “Un film è come un dipinto”: la storia dell’arte secondo Martin Scorsese

    Il cinema di Martin Scorsese ha contato moltissimo nella mia formazione di storica dell’arte insieme al cinema di uno dei modelli dichiarati di Scorsese, Luchino Visconti. Eppure ho chiuso l’articolo precedente di questa rubrica confessando di essere stata delusa dall’ultimo film di Scorsese, Killers of the Flower Moon. Naturalmente è tecnicamente un film eccellente, benissimo interpretato e con belle scene collettive: ce n’è una in cui le donne Osage stanno quiete, colorate, intossicate e di fatto prigioniere degli uomini bianchi come le donne di Algeri nell’esotismo per parigini di Delacroix.           Nonostante l’accuratezza visiva e la grandezza degli attori, ho trovato Killers of the Flower Moon un film lento e sottotono in relazione alle aspettative sempre altissime che ho di fronte a un nuovo lavoro di Scorsese e nonostante la squadra schierata, che anche questa volta non giocava al ribasso: Thelma Schoonmaker, Robbie Robertson, Robert De Niro (mefistofelico come non era dai tempi di Angel Heart), Leonardo di Caprio (in un ruolo difficilissimo e con i denti guasti, quasi una citazione di quelli del Max Cady di De Niro per il grand guignol scorsesiano di Cape Fear). Killers of the Flower Moon mi è parso vicino ad altre opere in cui il regista ha riflettuto con gravità lenta (Kundun, Silence), senza esplosioni cinetiche ed emotive (Who is knocking at my door?, Mean Streets, L’ultima tentazione di Cristo, L’età dell’innocenza, perfino Casino, Godfellas e Cape Fear) sul rapporto tra il Bene e il Male mediato dalla religione o dalle convenzioni (che poi, a volte, coincidono) e nel quale il tradimento è inevitabile. Non so se una regia senza scossoni che a tratti mi faceva pensare a una serie tv di medio livello si deve alla quota di distribuzione pagata da Apple alla Paramount perché il film

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Per capire l’arte ci vuole una sedia | | Si parlava solo di film: ricette per distribuire cinema

(recensione di: Vania Protti Traxler, Sognavamo al cinema. Conversazioni con Francesca Boschiero e Giovanni B. Gifuni. Prefazione di Federico Pontiggia. Edizioni Sabinae 2022)       Nel 1982 il regista britannico di The Draughtsman’s Contract (“Il contratto del disegnatore”, in italiano convertito in I misteri del giardino di Compton House) è al suo primo lungometraggio di finzione: si chiama Peter Greenaway ed è un pittore diventato regista dopo avere visto Il settimo sigillo di Bergman. Per il suo primo film, Greenaway sceglie come autore per le musiche Michael Nyman, autore di melodie invasive ispirate a Henry Purcell (l’autore secentesco della prima marcia funebre nota della storia, con la quale Kubrick apre Arancia meccanica). Sia I misteri del giardino di Compton House sia Il ventre dell’architetto sono opere entrate nell’immaginario non solo del pubblico generalista del cinema d’autore ma anche e soprattutto degli storici dell’arte. Io stessa, difatti, devo la scoperta dei film di Greenaway non alle sale ma, ormai ventenne, alle lezioni di Storia dell’arte contemporanea di Giancarlo Gentilini. Ho cominciato proprio con I misteri del giardino di Compton House, ho continuato autonomamente con Il ventre dell’architetto, L’ultima tempesta e Il bambino di Mâcon mentre intanto si imprimevano nei miei occhi certi supplizi perpetrati in Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, con Helen Mirren (vestita da Jean-Paul Gautier e dal cappellaio reale Philip Treacy) lady vendetta in un mondo di uomini volgari che odiano chi legge libri, evocato dai neri abbaglianti di un ritratto multiplo di Frans Hals riprodotto in scala 1:1 nel ristorante in cui si svolge la prima parte del film. Il protagonista di I misteri del giardino di Compton House è un disegnatore di paesaggi nel Seicento inglese. “Il film era bellissimo e intrigante, così intrigante che la gente non capiva niente. C’era una scena,

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Per capire l’arte ci vuole una sedia: la rubrica di Floriana Conte | | “L’arte non è una faccenda per persone perbene”: Mostre, teatro e Performance Art

Le mostre d’arte e il teatro, si sa, sono contigui: in entrambi i casi si entra in luoghi allestiti per un evento specifico, per una durata limitata, per una fruizione collettiva e per un’esperienza che si vive solo lì, in un preciso momento. La contiguità tra le mostre d’arte (uno dei mezzi più pervasivi dell’industria spesso pseudoculturale da luna-park dei nostri tempi) e teatro (risorto, almeno per partecipazione del pubblico, dopo la pandemia) favorisce le riflessioni su una forma di arte visiva come la Performance Art, alla quale è dedicato dal 2006 a Roma il Festival di Arti performative “Short Theatre”, in corso fino al 17 settembre. “Short Theatre” 2023 è dedicato al tema “Radical Sympathy”, a partire da un episodio che coinvolse il pubblico della celeberrima attrice Sarah Bernhardt durante una sua realistica recita della morte della “signora delle camelie”  (l’episodio e il programma del Festival sono qui. “Short Theatre” si sta svolgendo sia al Teatro Argentina e al Teatro India sia in spazi assimilati al teatro ma che non sono teatri: “una scatola nera, un prato, la strada, una stanza per l’ascolto”, un ex mattatoio.         Basta leggere la presentazione del Festival romano e di altri festival dedicati alla Performance Art per constatare che, fin dal titolo o dalla sinossi, si tratta di una forma d’arte in competizione con il teatro. Infatti dagli inizi la Performance Art è debitrice del teatro sui piani espressivo, iconografico, linguistico, espositivo / allestitivo. Attori professionisti e artisti performativi hanno condiviso spesso nel Novecento, oltre ad alcuni spazi di lavoro, proprio i lemmi “performance”, “performante” e “performativo” nel lessico tecnico di coloro che scrivono e parlano della qualità del loro lavoro. Attori professionisti e artisti performativi condividono spesso (con mezzi e scopi diversi) anche un uso del corpo portato alle

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