Il Generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, è intervenuto stamani nell’ambito della Prima conferenza nazionale sulla regione artica, dal titolo “Artico: la Difesa e il Sistema Paese nelle nuove sfide della competizione globale”, che si è svolta a Roma, presso il Centro Alti Studi della Difesa – Scuola Superiore Universitaria ad Ordinamento Speciale.
Il Gen. Portolano ha presentato un intervento dal titolo “Artico un impegno interforze”.
Di seguito il testo del Capo di Stato Maggiore della Difesa.
“Saluti e ringraziamenti di rito.
Affrontare il tema dell’Artico significa collocarsi in uno spazio geografico e in un ambiente che, sebbene estremo, non è più remoto né marginale.
Le “dinamiche polari” si riflettono direttamente sulla nostra sicurezza, sui nostri interessi strategici e sulle nostre capacità militari.
Negli ultimi decenni, la regione artica sta subendo trasformazioni profonde, riconducibili a due principali tipologie di fattori.
Il primo dei fattori è di natura geofisica ed è legato al riscaldamento globale (cambiamento climatico1);
Mentre il secondo, che dal primo in buona parte deriva, è di carattere geopolitico, ossia connesso alla crescente competizione tra attori statuali e non, dell’area e non solo.
La geografia artica, oggi più accessibile e meno periferica… ma anche particolarmente appetibile e contesa… è divenuta un altro quadrante nel quale si dispiega la competizione tra le potenze, generando ulteriori, potenziali frizioni.
A quell’estrema latitudine, la Federazione Russa ha rafforzato la sua presenza militare2, consolidando capacità di difesa e deterrenza avanzate.
Di fatto, dal 2007, Mosca investe nella militarizzazione di tale area, istituendo bastioni militari lungo la costa settentrionale, in particolare nella Penisola di Kola3, dove mantiene asset che esprimono capacità del cosiddetto “secondo colpo nucleare”4 (second strike) e il presidio di grandi hub energetici e infrastrutturali.
Di contro, la Cina si è autodefinita una “nazione vicina all’artico” (near-arctic state), una formula utilizzata per rivendicare un ruolo legittimo sul futuro economico e politico dell’area… proiettandovi la propria visione strategica.
In questo senso, nell’ambito della “Polar silk road”5, Pechino sta progressivamente assumendo una postura assertiva con la propria guardia costiera, ma anche con l’impiego di rompighiaccio e l’invio di spedizioni scientifiche.
Nel frattempo, Stati Uniti, Canada e taluni paesi europei6 hanno ricalibrato le loro strategie per garantire equilibrio, sicurezza e libertà di navigazione nell’area.
Ma attenzione, che libertà di navigazione significa anche capacità di movimento con navi rompighiaccio7: e qui i paesi Nato mostrano un ritardo preoccupante – negli assetti disponibili e negli investimenti programmati – rispetto ai loro competitor.
Sarebbe, dunque, un grave errore considerare l’Artico come periferia. Viceversa, va concepito quale potenziale crocevia strategico in cui si incontrano – e talvolta si confrontano – le agende di Mosca, Pechino, Washington e delle varie capitali europee.
Peraltro, con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, il confine strategico settentrionale euro-atlantico si è spostato sensibilmente verso l’area polare artica8, la cui connotazione operativa ha portato a un’importante riflessione sugli obiettivi strategici e gli strumenti tattico-operativi a disposizione della stessa Alleanza9.
Pertanto, è possibile affermare che gli effetti provenienti da tale “Fianco Nord”10 avranno una sempre più evidente influenza sulla sicurezza dell’intero contesto euro-atlantico, spingendo i Paesi Nato a dotarsi di capacità da potervi impiegare.
E qui abbiamo una domanda: perché l’Italia, nazione mediterranea, deve guardare all’Artico con crescente attenzione militare e strategica?
La risposta è chiara: perché l’Artico sarà verosimilmente uno snodo geopolitico da cui dipenderanno rotte commerciali, equilibri energetici e stabilità climatica, che toccheranno direttamente anche il nostro Paese. E non dovremo farci cogliere impreparati.
Se oggi noti choke points come Ormuz, Baab el Mandeb e Suez influenzano tutta la dinamica di agibilità marittima e di sicurezza globale sul fianco sud, la nuova geopolitica artica ci imporrà ben presto di familiarizzare con i nomi di passaggi come Bering, Sannikov e Nares, che insistono su altre delicatissime idrovie di un’immensa zona del nord del mondo, che sta oggi diventando sempre più disponibile non solo alla navigazione commerciale e militare, ma allo sfruttamento energetico, all’estrazione mineraria e alla pesca.
E, dunque, essere presenti nell’Artico – in chiave di conoscenza, cooperazione, agibilità e sicurezza – significa accendere un riflettore su un’area che può avere effetti sulla nostra area di interesse strategico, il Mediterraneo allargato, in quanto le due, in prospettiva, saranno sempre più interconnesse, ma anche perché l’Italia, membro osservatore permanente del consiglio artico11, già vanta una lunga tradizione nella Regione Polare: dalle imprese del Generale Umberto Nobile, alla base scientifica “Dirigibile Italia” alle Svalbard12.
Oggi, quel patrimonio scientifico si intreccia con la dimensione operativa e strategica della Difesa italiana. Il nostro impegno si traduce in regolari attività addestrative nelle principali esercitazioni nato in ambiente polare.
Ricordo, ad esempio, la Cold Response13, in Norvegia, e Nanook, in Canada14, attraverso le quali affiniamo la capacità di operare in condizioni estreme.
Inoltre, con nave Alliance, unità polivalente di ricerca della Nato, “armata” da equipaggio della Marina Militare, la Difesa, dal 2017, svolge attività di ricerca nell’ambito della campagna High North: un’iniziativa che mira, appunto, a migliorare la comprensione dell’ambiente artico e dei suoi fondali15.
Mentre, l’Aeronautica Militare prende parte, da alcuni anni, a diverse esercitazioni multinazionali: dall’Arctic Challenge 2023, svoltasi tra Finlandia, Norvegia e Svezia, all’Arctic Defender 2024, in Alaska, giusto per citare gli esempi più recenti, e concorre alle missioni di Air Policing, nella regione sub-artica, nell’ambito del Nato Integrated Air and Missile Defence System.
È dunque verosimile che, un “domani”, ci potrebbe essere chiesto di fare di più. Dovremo allora cogliere le opportunità addestrative offerte dai nuovi stati membri dell’alleanza [Svezia e Finlandia] e migliorare le nostre conoscenze sui climi rigidi e sulle difficoltà ad essi connessi (sviluppo di expertise16), incrementando così la nostra comprensione e la nostra capacità di operarvi.
Oltre a ciò, sarà necessario riflettere anche sui nuovi domini operativi: quello cibernetico e spaziale.
Nel primo, la posa di cavi sottomarini e infrastrutture digitali imporrà misure di protezione da sabotaggi e attacchi informatici.
Con riguardo al dominio spaziale, dovremo essere in grado di garantire – nonostante l’estrema latitudine [dell’artico] – il costante monitoraggio satellitare e la sorveglianza delle rotte marittime e aeree che vi insisteranno. Un’attività che già oggi, attraverso Cosmo-Skymed17, siamo in grado di fare, ma che dovremo potenziare.
Accanto a questi domini, nella sfera cognitiva, sarà essenziale riconoscere, gestire e controbilanciare le campagne di influenza e di propaganda, già in parte integrate nelle strategie di alcuni attori statuali, legate soprattutto ai fenomeni climatici e geopolitici18.
Ecco che, in questo scenario, il sistema Italia dovrà mantenere un approccio a 360 gradi e, eventualmente, predisporsi per contribuire agli sforzi dell’alleanza, dell’Unione Europea o di coalizioni ad hoc, con le sue capacità di intervento.
Per fare ciò, sarà necessario armonizzare la dottrina interforze, favorire il possibile sviluppo di equipaggiamenti specifici attraverso sinergie tra le Forze Armate, l’Università e l’Industria, oltre che redigere e sostenere programmi di formazione coordinati, che sfruttino le competenze esistenti nelle diverse forze armate19 [ad esempio il Centro Addestramento Alpino per l’Esercito o il Polo Subacqueo per la Marina].
E concludo.
L’Italia deve saper cogliere i segnali di profondo mutamento che oggi caratterizzano gli orizzonti polari, sempre più interconnessi a zone geografiche apparentemente distanti, riconoscendo nell’Artico un’area di interesse rilevante o di contingenza, le cui dinamiche potrebbero riverberarsi sulle condizioni di sicurezza del Mediterraneo allargato20.
Grazie per l’attenzione.”




