Alla ricerca della passione perduta

Forse si tratta di una percezione esclusivamente personale, ma le attuali conversazioni politiche in questo teatrino pre-elettorale hanno in sé qualcosa di funereo, una coloritura lugubre che invita al diniego, al rifiuto, talora alla repulsione nei confronti di quel poco di contenuto che offrono e, ancor di più, dei modi adottati per farlo.

La campagna politica è talmente scialba, talmente stanca del suo stesso doversi ripetere, da apparire- come l’inetto sveviano – “indisposta a tutto”. Le lezioncine ripetute a memoria, i post it pseudo-programmatici, propinati da soggetti con le braccia abbandonate lungo il corpo nell’atteggiamento di scolaretti che ripetono la lezione a memoria, restituiscono un’immagine indecorosa del nostro Paese, un quadro tanto esangue da rasentare, appunto, il cadaverico.

Manca la linfa della capacità psicagogica, assente qualunque indizio di PASSIONE.  Ecco, parliamo di passioni con l’aiuto dell’antipassionale Descartes.

In un suo interessante trattatello sulle passioni dell’anima, il filosofo cogitante per eccellenza le analizza alla luce del suo pensiero fondamentalmente fiducioso nella capacità da parte dell’uomo di attivare la volontà e la razionalità come antidoti alla violenza delle passioni stesse.

Sostiene che quelle che si riferiscono all’anima “muovono”, eccitano gli spiriti e coincidono sempre con quello che capita di nuovo [..] che chi più è agitato da loro non è quello che meglio le conosce e che esse rientrano in quelle percezioni che lo stretto legame tra anima e corpo rende confuse e oscure[..]e ancora che si possono chiamare emozioni dell’anima perché di tutti i pensieri che essa può avere, non ce ne sono altri che la agitino e la scuotano con tanta forza:  ma sa anche che non basta, per esempio, avere la volontà per suscitare in sé il coraggio, mentre è importante soffermarsi sulle ragioni, gli oggetti o gli esempi che persuadono che  si è sempre più sicuri a difendersi che a fuggire [..].

Molti passaggi di quest’operetta offrono osservazioni sempre attuali, come il conflitto tra passioni contrastanti o il legame tra passione e volontà, tra emozioni e controllo delle stesse. Cartesio propone un gioco portentoso di equilibri tra energia emozionale e razionalità.

Ma oggi viviamo un momento storico in cui entrambe sono fortemente debilitate: accanto a un diffuso e anche interpartitico sentimento di derelizione e di sfiducia (fortissimo e pericolosissimo tra i più giovani), emergono forme di istintualità passionale e violenta, cui non sembrano opporsi altre facoltà che contraddistinguono l’essere umano, quali la ragionevolezza, la mitezza, l’attitudine dialogica e la fiducia nell’altro.

Al contrario dominano la litigiosità (contraddire per “contristare”) o l’adulazione che non è l’affabilità elogiata dalla cultura classica e per sua natura dialogica, ma piuttosto la tendenza a compiacere gli altri oltre i confini dell’onestà.

Un passaggio molto suggestivo dell’operetta morale cartesiana è quello (Art.68) in cui il filosofo asserisce che l’anima può accogliere tante sfaccettature percettive (meraviglia, speranza, timore, desiderio, benevolenza, risentimento, gioia, rimorso… l’elenco è lunghissimo!) e che sono oscure le ragioni per cui si è voluto ridurre tutte queste passioni- e le azioni che producono- alle sole concupiscenza e collera.

De nobis fabula narratur: sembra la fotografia del nostro tempo politico, anzi paleolitico, data l’assenza delle regole fondamentali del discorso e del fare politici. Collaborare, riconoscersi in un progetto comune, appassionarsene per assicurarne la riuscita mirando ai bisogni collettivi con fiducia e competenza: così penso alla politica, così ho svolto il mio lavoro di docente.

Ma oggi la real politik in versione nostrana è l’esatto contrario: auto-rappresentazione e rappresentazione agli altri come padroni del proprio destino, risolutori di problemi complessi in forme semplificate e manichee. Davvero la politica riflette perfettamente chi siamo: figli di un umanesimo oltranzista e non civile, ma piuttosto orientato alla declinazione egotistica, alla percezione dell’altro come minaccia al raggiungimento del nostro obiettivo (esaltazione del desiderio).

Al polo opposto si rilevano afflizione da scarsa autostima, dipendenza totale dalla considerazione altrui, voglia di piacere e di risultare ipersensibili alle richieste provenienti dagli altri, per poi contristarci se non riceviamo le risposte attese.

In entrambi gli atteggiamenti manca la reciprocità come calibratore sociale: in un’ottica di estrema competitività focalizzata sui bisogni personali, o nella scelta totalmente “dipendente” scompare quella che è la più vera e diretta virtù della politica: la gratitudine.

Quando riceviamo del bene sul piano privato, siamo naturalmente e istintivamente grati a chi ce l’ha procurato e spesso sorpresi che ciò accada, persuasi sempre di più che nella società contemporanea questi fenomeni di relazione empatica e di reciproca riconoscenza stiano per scomparire. La gratitudine è un sentimento che non obbliga nessuno a restituire alcunché, quindi è un movimento, un processo anticapitalistico, perché nell’economia capitalista tendiamo a considerarci debitori e a prepararci a “pagare” per qualcosa di ricevuto.

Immaginate, per assurdo, se improvvisamente si affermasse- almeno in parte- un’economia del dono, un rapporto basato sulla gratuità del dare, sull’empatia e sulla solidarietà. Crollerebbe l’idea stessa di società così come la conosciamo e la deriva antieconomica sarebbe inarrestabile. Uno tsunami.

Ma se- inopinatamente- dovessimo ricevere soddisfazioni e “doni” da un fare politico avveduto e consapevole delle nostre istanze, non ci sentiremmo immediatamente invasi dalla riconoscenza nei confronti di quell’uomo/ gruppo/ partito politico che ne è stato promotore?

Perché da decenni questi sentimenti si sono non dico affievoliti, ma praticamente polverizzati in una miriade di ritorsioni, richieste risentite, invidie e malevolenze sempre più accentuate? La nostra società ha ormai le convulsioni, stretta in una visione eccessivamente meritocratica e dispotica sul piano del riconoscimento delle qualità individuali.

Utilitarismo, ambizione, orgoglio, affermazione del sé, (selfie compresi) non sono virtù civili né tantomeno politiche. Se la nostra società non cade a pezzi è proprio perché contiene un altro genere di economia, che è quella del dare, del gradire, dell’apprezzare i doni altrui, compresi quelli di una buona politica (laddove si dia) e le scelte utili per la collettività. Da anni si parla ormai della necessità di invertire la tendenza a considerare gli esseri umani solo come individui orientati al raggiungimento del massimo profitto.

Non può essere questa l’unica “passione” resistente e resiliente. Ascoltiamo ancora una volta Cartesio: Mentre la gioia che viene dal bene è seria, quella che proviene dal male è accompagnata da riso e canzonatura. Ma se non li crediamo meritati, il bene suscita in noi l’invidia e il male la pietà, che sono forme di tristezza[..] Il bene fatto da noi ci dà una soddisfazione interiore che è la più dolce delle passioni, mentre il male suscita il pentimento, che è la più amara (ib.).

 

Caterina Valchera – Docente e filologa

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