Sempre meno Caschi Blu. Il sintomo di una crisi

Il nuovo rapporto del SIPRI certifica il minimo storico del personale militare nelle missioni di pace ONU, la radiografia di un ordine internazionale in difficoltà e della sfiducia verso le organizzazioni multilaterali
Sempre meno Caschi Blu. Il sintomo di una crisi

Il personale internazionale nelle operazioni di pace internazionali, i cosiddetti Caschi Blu delle Nazioni Unite, è sceso a 78.633 unità a fine 2025, con una contrazione del 17% in dodici mesi e quasi dimezzato rispetto ai livelli di nove anni fa. A certificarlo è il SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, nel suo rapporto annuale. I tagli ai Peacekeeper sono stati in larga misura provocati da una crisi finanziaria delle Nazioni Unite, causata da contributi ritardati o non versati dai principali donatori, che ha imposto una riduzione brusca della spesa per le operazioni di pace.

Ma ridurre tutto alla contabilità significherebbe perdere il quadro d’insieme. La verità è che il calo dei Caschi Blu è il sintomo della decomposizione progressiva del consenso multilaterale che aveva retto il sistema internazionale dalla fine della Guerra Fredda. Il SIPRI individua una “tempesta perfetta” di fattori finanziari, politici e geopolitici che rischia di produrre un indebolimento drammatico della gestione multilaterale dei conflitti e un marginalizzazione quasi totale di istituzioni come le Nazioni Unite. Il risultato di questa traiettoria sono conflitti con impatti ancora più gravi sulle popolazioni civili, man mano che gli Stati abbandonano norme consolidate da decenni.

Ognun per sé

L’amministrazione Trump ha impresso un’accelerazione brutale a una tendenza già in atto: il disimpegno americano dal sistema Onu. Gli Stati Uniti hanno adottato nel 2025 “misure significative” per ritirarsi, tagliare i finanziamenti o contestare vari organi delle Nazioni Unite, incluse le pressioni per chiudere operazioni di peacekeeping come l’UNIFIL in Libano. Non è una novità assoluta, il rapporto costo-beneficio del multilateralismo è stato messo in discussione a Washington da entrambi i partiti in epoche diverse, ma la portata e la velocità delle scelte del 2025 non hanno precedenti. La Russia con il suo coinvolgimento nei conflitti africani danneggia la governance della sicurezza nel continente, mentre Cina ed Europa si mostrano incapaci o non disposte ad assumere il ruolo di sostegno al sistema multilaterale.

Il caso UNIFIL

Il caso dell’UNIFIL merita un approfondimento. Il dibattito sulla chiusura della forza ONU in Libano entro la fine del 2026, richiesta dagli Stati Uniti nonostante le frequenti violazioni dell’accordo di cessate il fuoco del 2024 tra Israele e Libano, illustra come le divisioni geopolitiche e le negoziazioni sempre più difficili nel Consiglio di Sicurezza rendano arduo sostenere le operazioni esistenti o costruire il consenso per crearne di nuove. Per l’Italia, che nell’UNIFIL ha investito uomini, risorse e prestigio istituzionale per decenni, si tratta di una questione che tocca anche la sua identità strategica, dal momento che la missione è sempre stata presentata come un importante tassello strategico per il Paese e un motivo di orgoglio la sua conduzione da parte delle Forze armate nazionali.

Chi rimane sul campo

Un dato interessante che emerge dalla ricerca è che i dieci principali contributori di personale militare e di polizia alle operazioni di pace multilaterali nel 2025 sono tutti paesi del Sud Globale, con Uganda, Nepal, Bangladesh e India in testa, ciascuno con oltre quattromila effettivi dispiegati.

L’Occidente si è progressivamente defilato dalle operazioni di pace ONU negli ultimi anni, adducendo limiti strutturali del mandato ONU, difficoltà operative in teatri ostili, costi politici interni. Critiche legittime, alcune. Ma il fatto che a reggere il sistema rimangano quasi esclusivamente Paesi con capacità militari e tecnologiche inferiori, e spesso con interessi geopolitici propri nell’area di dispiegamento, pone interrogativi seri sull’efficacia residua del peacekeeping classico.

Il problema non è solo il peacekeeping

Sarebbe un errore, tuttavia, difendere acriticamente il modello ONU. Le missioni di pace hanno una storia controversa. Dal Rwanda al Srebrenica, passando per gli scandali di abusi sessuali che hanno periodicamente scosso l’opinione pubblica internazionale, i Caschi Blu non sono esenti da responsabilità. Le organizzazioni regionali, peraltro, mancano delle capacità chiave necessarie per un peacebuilding integrato ed efficace, e sono anch’esse afflitte da carenze di finanziamento e incapacità di raggiungere accordi. La sfiducia crescente nei confronti dell’ONU è, in parte, la risposta a un’istituzione che ha spesso deluso le aspettative.

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