Pechino 2026. Il summit Xi-Trump che ridisegna gli equilibri globali

Trump incontra Xi Jinping in una Cina più sicura di sé, mentre Europa, Russia e Golfo Persico osservano da posizioni di crescente vulnerabilità. Un’analisi a caldo dei temi, degli obiettivi e delle fratture che questo vertice mette in scena. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della SIOI
Pechino

Dal 13 al 15 maggio 2026, per la prima volta in quasi un decennio, un presidente americano è tornato in Cina. Donald Trump ha varcato i portoni della Grande Sala del Popolo a Pechino per un vertice con Xi Jinping che non è soltanto un incontro bilaterale tra le due maggiori economie mondiali: è un evento sistemico, con implicazioni che si propagano dall’Indo-Pacifico al Golfo Persico, dall’Europa all’Ucraina. Un appuntamento atteso, rinviato due volte — prima per la guerra con l’Iran, poi per le complessità logistiche diplomatiche — e che arriva in un momento in cui i rapporti di forza tra Washington e Pechino sono cambiati in modo strutturale.

Questa è un’analisi a caldo, con il summit ancora in corso, dei grandi temi che si stanno trattando e delle posizioni dei principali attori del sistema internazionale.

Non è più il 2017: il protocollo racconta tutto

Nel novembre 2017, Xi Jinping riservò a Trump un’accoglienza senza precedenti: cena privata nella Città Proibita, parata con le forze armate cinesi sulle note dell’inno americano, annuncio di accordi commerciali per 250 miliardi di dollari. Un’ostentazione di deferenza calcolata, che il presidente americano — notoriamente sensibile al fasto — non ha smesso di citare in ogni occasione pubblica. “Sapete, l’ultima volta che sono stato in Cina il presidente Xi mi ha trattato così bene”, ha ripetuto ancora a febbraio di quest’anno.

Nel maggio 2026, l’accoglienza è stata “pomposa ma degna di un leader importante” — non più di un leader eccezionale. Nel linguaggio del protocollo diplomatico, la differenza è abissale. Xi ha ricevuto Trump alla Grande Sala del Popolo, ha passato in rassegna la guardia d’onore con lui, ha detto le cose giuste: “Dovremmo essere partner, non rivali. La cooperazione beneficia entrambe le parti.” Ma lo ha fatto da una posizione di forza, non di corteggiamento. La Cina non ha più bisogno di impressionare Trump con la grandeur del passato imperiale: oggi vuole mostrare la propria dominazione futura, non la propria maestà antica.

Il cambiamento di postura riflette un cambiamento reale. Nel 2025, Trump ha lanciato una guerra tariffaria senza precedenti — dazi al 145% sui prodotti cinesi — convinto di portare Pechino in ginocchio. La Cina ha risposto colpo su colpo, e poi ha estratto la carta decisiva: le restrizioni sull’export di terre rare e magneti, materiali critici per l’industria della difesa, l’automotive e l’elettronica avanzata. Secondo fonti interne all’amministrazione americana citate dall’EUISS, Trump cambiò rotta nel giro di un pomeriggio. L’economia cinese ha resistito meglio del previsto, crescendo del 5% nel 2025, con gli esportatori che hanno saputo riorientarsi verso mercati alternativi agli USA.

Gli obiettivi americani: commercio e Iran, ma non solo

Washington arriva al summit con un’agenda ambiziosa ma con leve ridotte. Il primo obiettivo è commerciale: Trump vuole un’estensione della tregua tariffaria raggiunta a Busan nell’ottobre 2025 — quando i due leader si erano incontrati a margine dell’APEC in Corea del Sud — e possibilmente nuovi impegni cinesi su acquisti di prodotti americani, a partire da gas naturale, aerei Boeing e prodotti agricoli. Al fianco del presidente viaggia una delegazione imprenditoriale di peso raramente visto: Tim Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia), Elon Musk (Tesla e SpaceX), Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sachs), Jane Fraser (Citigroup), e rappresentanti di Meta, Mastercard, Visa e Boeing. Il messaggio implicito è che il business americano ha bisogno della Cina tanto quanto la Cina ha bisogno di accedere ai mercati occidentali.

Il secondo grande tema è l’Iran. La guerra USA-Israele contro Teheran, avviata a fine febbraio e ancora irrisolta, ha causato la chiusura dello Stretto di Hormuz, con effetti devastanti sui prezzi energetici globali. Washington vorrebbe che Pechino esercitasse pressione su Teheran per riaprire lo stretto e tornare al tavolo negoziale. Il problema è che la Cina è il principale acquirente di petrolio iraniano e ha interessi strutturali nel mantenere buone relazioni con Teheran. Usare quella leva costa a Xi capitale politico — capitale che dovrà essere pagato, probabilmente, in moneta di Taiwan. Come ha osservato l’analista del Crisis Group William Yang: “Washington capisce di aver bisogno di Pechino, ma sa anche che chiederlo direttamente significa consegnare alla Cina il vantaggio nella relazione bilaterale.”

Il terzo obiettivo — quello più strutturalmente rilevante — è Taiwan. Trump ha già annunciato, prima della partenza, che intende discutere le forniture militari americane a Taipei, rompendo con le “Sei Assicurazioni” che storicamente definivano i limiti dell’ambiguità strategica americana. È un segnale allarmante per gli alleati dell’isola e per chiunque segua la dinamica indo-pacifica.

La pazienza strategica cinese: forza reale o forza relativa?

Xi Jinping ha aperto il vertice con una citazione accademica che ha risuonato come un ammonimento: ha chiesto se USA e Cina potessero evitare la “trappola di Tucidide”, il meccanismo storico per cui le tensioni tra una potenza emergente e una potenza dominante sfociano quasi inevitabilmente in conflitto. È una domanda retorica, ma è anche una dichiarazione di posizionamento: la Cina si presenta come la potenza che sale, consapevole dei rischi, ma non disposta a farsi contenere.

Gli obiettivi cinesi al summit si articolano su tre livelli.

Primo: la stabilizzazione commerciale. Pechino vuole prevedibilità sui dazi — la tregua di Busan scade a novembre 2026 e, senza rinnovo, i controlli sulle esportazioni di terre rare ritornano in vigore — e vuole farlo da una posizione di forza, non di concessione. Come ha analizzato Camille Brugier dell’IFRI: “La Cina è pronta a fare piccole concessioni, ma l’obiettivo primo è di assestarsi come l’attore che ha il controllo della situazione.”

Secondo: Taiwan. Xi ha dichiarato che Taiwan è “il tema più importante nelle relazioni bilaterali” e che una gestione sbagliata porterebbe la relazione in un posto “pericoloso”. L’obiettivo diplomatico minimo è che Washington abbandoni il tradizionale “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan” per un più netto “siamo contrari all’indipendenza” — un cambio semantico che in apparenza sembra minore ma che in realtà sposterebbe il baricentro del consenso internazionale in favore di Pechino.

Terzo: l’intelligenza artificiale e la tecnologia. La Cina vuole accesso ai chip avanzati, oggi sottoposti a embargo americano. Nvidia ha fatto pressione sulla Casa Bianca per rivedere le restrizioni sugli H200, sostenendo che i limiti prolungati spingeranno la Cina ad accelerare la propria innovazione interna privando le aziende americane di un mercato enorme. La presenza di Jensen Huang nella delegazione Trump suggerisce che questo dossier sia reale, non decorativo.

Ma è necessario un caveat: la forza cinese è in parte reale, in parte risultato dell’assenza americana. L’economia cinese ha problemi strutturali seri — disoccupazione giovanile elevata, crisi immobiliare non risolta, una vasta purga nelle forze armate che ne ha probabilmente compromesso l’efficienza operativa. La Cina è forte perché gli Stati Uniti si sono indeboliti, non perché abbia risolto le proprie contraddizioni interne.

L’Europa, la Russia e il Golfo: tre posizioni, tre vulnerabilità

Europa — esclusa dal tavolo, vulnerabile ai flussi. Bruxelles osserva questo summit con l’ansia di chi vede negoziare il proprio destino senza poter intervenire. Lo scenario peggiore, identificato dal German Marshall Fund, è un accordo bilaterale di “commercio gestito” tra USA e Cina che marginalizzi l’UE, scaricando sulle sue industrie le sovraccapacità cinesi: auto elettriche cinesi già tra il 25% e il 50% più economiche da produrre rispetto ai modelli europei, batterie, beni industriali. Al tempo stesso, un potenziale accordo energetico in cui la Cina si impegni ad acquistare più gas e petrolio americano potrebbe far salire ulteriormente i prezzi globali — con ricadute dirette sull’industria europea, già sotto pressione. L’Europa non ha leve su questo tavolo, se non quella di diventare essa stessa un interlocutore credibile per la Cina — e su questo il percorso è ancora lungo.

Russia — il terzo incomodo che guarda con interesse. Vladimir Putin è atteso a Pechino già dal 18 maggio, pochi giorni dopo la partenza di Trump — due summit back-to-back che configurano, almeno in apparenza, una geometria triangolare. Ma gli analisti de The Diplomat avvertono: non c’è da aspettarsi che questo summit eserciti pressioni reali su Mosca. Russia e Cina hanno interessi che non sempre coincidono: la Cina soffre la chiusura dello Stretto di Hormuz a causa dei danni al commercio e ai prezzi energetici, mentre la Russia trae vantaggio dai prezzi petroliferi elevati. Sul fronte ucraino, Pechino rimane il principale sostegno all’economia di guerra russa — fornendo componenti dual-use, macchinari e microelettronica — e nessun cambiamento strutturale è atteso da questo summit.

Golfo Persico — la posta energetica globale. I paesi del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar — guardano al summit con un interesse direttamente proporzionale all’apertura o meno dello Stretto di Hormuz. La Cina ha condotto una shuttle diplomacy parallela con i governi del Golfo, dove ha interessi economici e commerciali profondi, e ha ospitato il ministro degli Esteri iraniano Araghchi a Pechino in maggio, chiedendo il ripristino del libero transito. Ma è improbabile che Xi voglia spendere capitale politico per aiutare Trump a uscire da una guerra che, secondo Pechino, è stata creata dagli stessi americani. Come ha scritto il Soufan Center: “Mentre la Cina vorrebbe vedere lo Stretto aperto per ragioni economiche proprie, è improbabile che Xi sia disposto a usare la propria influenza su Teheran per risolvere un problema che Washington ha creato.”

Conclusione: la gestione del disordine

Il summit di Pechino del maggio 2026 non è un vertice di ridisegno del sistema internazionale. È, nella migliore delle ipotesi, un vertice di gestione del disordine: due grandi potenze che cercano di evitare il peggio in un momento in cui entrambe hanno interesse a una tregua. Non c’è grande accordo all’orizzonte, non c’è reset strategico. C’è, semmai, la conferma di una tendenza strutturale: il sistema internazionale si è reso più multipolare, ma senza che nessun attore abbia la capacità — o la volontà — di assumersi la responsabilità di un ordine.

Il summit non è ancora finito. Domani, 15 maggio, i due presidenti si incontreranno a Zhongnanhai — il complesso vicino alla Città Proibita che è la sede del potere reale cinese — per l’ultima sessione bilaterale. Poi Trump tornerà negli Stati Uniti. E Vladimir Putin arriverà a Pechino, atteso già dal 18 maggio. Quello che emerge dal summit con Trump non si trasferisce meccanicamente al tavolo con Putin — i due rapporti operano su piani diversi e con logiche diverse. Con Washington, Xi negozia da una posizione di forza conquistata sul campo commerciale e tecnologico. Con Mosca, gestisce una dipendenza strutturale che non ha bisogno di essere rinegoziata: la Russia ha bisogno della Cina per sopravvivere internazionalmente, per alimentare la propria macchina bellica con componenti dual-use, e per vendere l’energia che finanzia la guerra. Xi lo sa, Putin lo sa. Ciò che lega questi due summit consecutivi non è una causalità, ma una geometria: Xi avrà parlato con tutti senza essersi legato a nessuno. In questa trappola triangolare, l’ago della bilancia non è Washington né Mosca. È Pechino.

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