Cina, Iran, Midterm. Alegi analizza i (troppi) fronti aperti di Trump

Il ritardo di un mese e mezzo causato dall’attacco a Teheran, i Tech Bro in delegazione, il nodo Taiwan e lo spettro dei Midterm. Gregory Alegi, storico e docente di Storia e politica degli Stati Uniti alla Luiss, analizza la visita di Trump a Pechino
Trump

Il viaggio di Donald TrumpPechino arriva in ritardo e con un presidente indebolito. L’attacco all’Iran, che non ha prodotto i risultati attesi, ha eroso parte del capitale negoziale americano proprio alla vigilia di un appuntamento cruciale con Xi Jinping. A leggere la situazione è Gregory Alegi, storico e professore di Storia e politica degli Stati Uniti all’università Luiss di Roma, che inquadra il viaggio in Cina dentro la cornice più ampia di un unilateralismo che riduce la forza di Washington.

La visita di Trump a Pechino arriva dopo l’attacco all’Iran. Quali sono gli equilibri che hanno caratterizzato questo colloquio?

Il pacchetto è sostanzialmente lo stesso da trent’anni e non è un caso che il Pivot to Asia statunitense risalga addirittura a Barak Obama. Quello che cambia sono le condizioni nelle quali, nell’arco di questi decenni, gli Stati Uniti si sono presentati al tavolo negoziale. Trump arriva a questo appuntamento con un mese e mezzo di ritardo, perché era inizialmente fissato al 31 marzo, ritardo dovuto interamente all’attacco all’Iran. Attacco che non ha dato i risultati attesi e questo, alla vigilia di una trattativa, indebolisce. La seconda considerazione rientra all’interno del grandissimo dubbio su quanto l’Iran fosse effettivamente vicino alla bomba nucleare. Di sicuro non stava a un mese e mezzo dalla realizzazione dell’atomica, per cui probabilmente la tempistica di quell’attacco, al di là del merito assoluto, in termini relativi gli rende molto più debole la mano, gli toglie carte che avrebbe potuto altrimenti giocare.

Il sottosegretario di Stato Marco Rubio ha affermato che la Cina “preferirebbe un’annessione volontaria di Taiwan”. Al di là del contenuto, il linguaggio possibilista è inedito. È ipotizzabile una revisione di policy su Taiwan?

Da questa amministrazione ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Quello che è chiaro è che un’America First, un’America Great Again, che abbandona gli alleati storici non sembra rispondere alla definizione né di First né di Great. Il fatto che l’ unilateralismo, che non è isolazionismo, e cioè “faccio quello che voglio senza coordinarmi, senza chiedere a nessuno”, porta in realtà a una riduzione della forza degli Stati Uniti, perché li priva degli alleati. Una Cina che dovesse inglobare Taiwan manda i seguenti messaggi: uno, secondo la famosa battuta di Henry Kissinger: “Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale”, perché ti abbandonano.

Secondo, vuole dire che poi la Cina, una volta assorbita questa nazione trasformata in provincia, altamente tecnologica con grandi capacità nei settori di punta, diventa ancora più forte. È veramente la nave madre Borg di Star Trek che assimila e incorpora l’intelligenza e la forza delle navi assimilate. Cedere Taiwan sarebbe un errore strategico doppio. Può darsi che a lungo andare sia inevitabile, ma se dovesse accadere adesso sarebbe difficile non metterlo in relazione con l’indebolimento creato da troppe iniziative avventate che, anche quando non avventate, sono state forzatamente condotte in parallelo e quindi hanno disperso la forza.

Xi Jinping ha ciato in apertura del suo discorso la Trappola di Tucidide, il timore della potenza egemone che la potenza in ascesa possa attaccarla che porta proprio allo scontro che si voleva evitare, auspicando che la Trappola non si avveri. Quanto è possibile ipotizzare una convivenza tra le due potenze?

I cinesi più che a Tucidide seguono senz’altro Sun Tzu che dice che la più grande vittoria è quella che si ottiene senza combattere. Quindi queste profferte più che di pace, di accordo, di coesistenza non sono volte a protrarre uno status quo e a stabilizzare il mondo, ma semplicemente a guadagnare tempo per rendere la Cina stessa più forte. Lo scontro è quindi solo rinviato a un momento in cui i cinesi riterranno di essere in grado di affrontarlo. Questo è quello che da almeno trent’anni preoccupa gli Stati Uniti.

La crescita della Cina nello spazio per esempio. Noi europei ci facciamo i nostri interessi, guardiamo a Elon Musk, ma la Cina intanto ha una stazione spaziale, ha messo sonde sulla Luna e quant’altro, sta sviluppando sistemi antisatellite per una guerra spaziale. Pensiamo anche al cyber, dove già è molto attiva. Pensiamo al fatto che la sua grande capacità manufatturiera è già messa al servizio della produzione di armi. Non è un caso che droni interi o componenti pregiati dei droni alla Russia arrivino dalla Cina, che siano motori, che siano chip, e così via. Il problema è sempre l’appeasement, Monaco 1938, Neville Chamberlain, è sempre quello di cedere, di dare qualche cosa alla potenza ascendente pensando di calmarla. La vera difficoltà è quella di valutare se la sto calmando o le sto solo dando più tempo per prepararsi.

I cosiddetti Tech Bro, gli oligarchi americani del Tech, tra cui Elon Musk, hanno fatto parte a pieno titolo della delegazione statunitense. Questo cosa segnala?

Dal mio punto di vista segnala ancora una volta la sfiducia che ha questa amministrazione, Trump in particolare, verso tutto quello che è la sfera professionale, verso quelli che chiameremmo i tecnici. Si fida di più dei colleghi, imprenditori, visionari che non dei professionisti delle relazioni internazionali. Che non si trasferisca così facilmente la gestione di un’azienda sulla Cosa Pubblica si vede dai disastri che ha fatto in pochi mesi lo stesso Musk come Doge, tant’è che quell’esperienza si è conclusa in un tempo molto breve.

Oltretutto non è chiaro per chi giochino i Tech Bro. Per esempio Palantir, quindi Peter Thiel, sta facendo accordi molto interessanti con l’Ucraina e quindi da un lato appoggia Trump e dall’altro lavora contro la politica di Trump. Di nuovo, non è chiaro per chi giochi il Big Tech, e il fatto che Trump porti queste persone, immaginando che ciò che è buono per il Big Tech sia buono anche per l’America, è realmente un’illusione molto pericolosa.

Si stanno avvicinando le elezioni di Midterm. L’amministrazione Trump ha perso consensi in seguito all’attacco all’Iran, anche tra i repubblicani, delusi dall’interventismo e dal mancato ritorno all’isolazionismo. Ora, Trump si presenta a Pechino indebolito. Che impatto avrà tutto questo sulle elezioni?

Trump si trova a dover affrontare tutte le promesse incredibili, nel senso non credibili, che ha fatto in campagna elettorale e alle quali non corrispondono risultati. Non corrispondono risultati per l’americano medio, per quelle fasce che in qualche modo si aspettavano una forma di riscatto, una forma di protezione dalle dinamiche globali, politiche o economiche.

Il modo più semplice, più banale per vederlo è l’aumento del prezzo della benzina alla pompa, che è andato negli ultimi due mesi da tre dollari al gallone a quattro e mezzo. Un aumento secco del 50% che, oltretutto, colpisce di più l’elettorato trumpiano, in quanto paradossalmente i democratici, i progressisti, quelli che prendono a cuore l’ambiente, hanno auto ibride, hanno auto più efficienti, mentre il repubblicano medio ha un truck, un Ford 150 che se fa quattro chilometri con un litro è grasso che cola, e quindi il costo della benzina li colpisce di più. Questo poi vale anche per tutta la filiera dei prodotti che comunque hanno bisogno di energia.

Trump arriva in difficoltà e ha bisogno di qualche successo convincente spendibile, che fino adesso non si vede. Pur avendo avuto la fortuna, che non si vedeva dai tempi Bush, di avere un allineamento di legislativo, quindi Congresso, del giudiziario, quindi Corte Suprema ed esecutivo, cioè Presidenza, tutti dello stesso colore, in realtà i risultati sono pochi e su alcune cose la stessa Corte Suprema gli ha dato torto, come per esempio l’uso dei dazi senza passare per il congresso. Trump ha bisogno di far vedere qualche successo indubbio, qualche successo chiaro. Anche alcuni successi parziali, come l’acquisto della concessione mineraria in Groenlandia che permetterà lo sfruttamento delle terre rare, si sarebbero potuti fare senza il danno reputazionale della minaccia di invasione contro un alleato. Avendo fatto quella minaccia si è creato scontento, si è creata perplessità, si è tradita l’aspettativa di “mai più guerra” e quant’altro.

Trump ha bisogno di successi e questo ulteriormente indebolisce la sua mano, perché lavorando in un’ottica di breve periodo potrebbe essere portato a cedere nei confronti della Cina. Cose che nel medio e lungo termine danneggiano gli Stati Uniti, le aziende e le persone, in cambio di un vantaggio di breve periodo che possa spendere alle prossime elezioni. Se le elezioni dovessero andare come indicano i sondaggi, che certificano un crollo di popolarità di Trump, il gioco cambierebbe molto.

Ricordiamo che la maggioranza repubblicana alla Camera è di sei seggi, quindi niente. È abbastanza facile, probabilisticamente, che cambino. Sebbene nessun analista crede alla possibilità che cambi di mano il Senato, dove la maggioranza è di otto seggi ma su solo cento (dovrebbe essere un risultato veramente memorabile per una sconfitta repubblicana), basta perdere la Camera perché scattino commissioni d’inchiesta, perché non ci sia più l’approvazione garantita automatica delle politiche trumpiane. In definitiva, perché la Camera riprenda possesso dei poteri che le concede la Costituzione e che dal gennaio 25 sono finiti in soffitta.

Sarà completa paralisi?

No, perché in realtà nonostante gli scontri su alcuni provvedimenti legati a visioni diametralmente opposte, molti provvedimenti trovano un’approvazione bipartisan. Però ricordiamoci che nel disegno costituzionale di fatto la Camera ha il controllo del bilancio. Per cui, per esempio, quasi raddoppiare il bilancio della Difesa, o comunque portarlo da novecento miliardi e spiccioli di dollari a un trilione e mezzo di dollari potrebbe non essere così automatico. Questo porterà, per esempio, a non dare molto spazio per una politica extra muscolare per esempio.

Fondamentalmente Trump si troverebbe costretto, perdendo la Camera, a dover trattare e negoziare. Cosa che, al contrario dell’immagine che intende proiettare del grande negoziatore, non gli viene facile. È un grande minacciatore, ma se poco a poco dall’altra parte trova resistenza si inchioda, non è in grado di trovare delle strade alternative. Perdere la Camera bassa che, ripeto, dal punto di vista probabilistico e statistico è una possibilità tutt’altro che remota, tenderebbe a far inchiodare questa amministrazione, sicuramente impedirle di agire con la velocità che ha caratterizzato i primi due del mandato.

È stata anche paventata l’ipotesi di un terzo mandato. È possibile?

Il terzo mandato non è possibile, per quanto Steve Bannon e altre persone continuino a parlarne facendo i misteriosi “al momento giusto, sveleremo le carte”, è contro il dettato costituzionale, e non c’è modo per girarci attorno. Si potrebbe modificare la Costituzione? Certo che sì. Ci sono i tempi per farlo? Certo che no. Ci vorrebbero un Parlamento che approva e poi due terzi degli Stati che ratificano, tutto entro i tempi necessari per la campagna delle presidenziali, e in molti Stati le scadenze per poter presentare le liste sono a fine 2027, domani. Semplicemente non ci sono i tempi. Farlo per via interpretativa, per via giurisprudenziale, credo sia assolutamente fantascientifico, perfino per la men che mediocre attuale Corte Costituzionale.

Questo apre le incognite del dopo Trump. Gli effetti di questa postura unilaterale e i danni nelle relazioni con l’Europa, che si fida sempre meno degli Stati Uniti, possono essere recuperati da un suo successore?

No. Credo che la storia ergerà un monumento a Joe Biden per la capacità di recuperare il rapporto dopo il primo mandato Trump. Dopo che Trump aveva litigato con tutti gli europei possibili, immaginabili, presenti, passati e futuri, Biden è riuscito incredibilmente a recuperare il rapporto e a trovare consenso europeo quando la Russia ha invaso l’Ucraina, appena un anno dopo il suo insediamento. Ma dopo questo secondo giro di Trump credo che un osservatore razionale non possa che convincersi del fatto che queste correnti, queste posizioni, questo modo di vedere non sia passeggero e non possa essere esorcizzato legandolo alle ubbie di un narcisista ottantenne, che in Europa che non abbiamo mai vissuto, ma che debba considerarsi come una caratteristica permanente. Magari minoritaria, ma una minoranza sempre in agguato per trasformarsi in maggioranza.

E quindi l’Europa non si fiderà più. Un rapporto negoziale, contrattuale continuerà sicuramente ad esserci, ma un’altra cosa è la cambiale in bianco che c’è stata in passato, ma che nessuno pensa che si possa ripetere. È uno dei tanti danni che ha fatto l’unilateralismo americano. In un passato recente gli Stati Uniti furono in grado di convincere, premere, sollecitare, e far sì che gli europei si mettessero contro la nuova Via della seta, contro il 5G Huawei e così via. A prescindere dall’esito dell’incontro a Pechino, gli Stati Uniti non credo che riuscirebbero a convincere gli europei di nuovo a seguire, in nome dell’alleanza, una decisione avversa americana. Gli europei probabilmente si farebbero un conto, dividendosi perché sono pur sempre 27 Paesi, ma i ragionamenti saranno sulla convenienza propria. Gli Stati Uniti inizieranno presto a raccogliere il costo di questo unilateralismo.

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