Trasformare l’aumento degli investimenti in aerospazio, difesa e sicurezza in una leva di sviluppo industriale per il Paese. È questo l’obiettivo di “Connext Filiere. Aerospazio, Difesa e Sicurezza”, l’iniziativa lanciata da Confindustria all’Auditorium della Tecnica di Roma. Al centro del confronto, la necessità di costruire filiere nazionali più robuste, capaci di valorizzare le competenze industriali italiane e di intercettare una domanda destinata a crescere nei prossimi anni. Secondo le stime presentate durante l’evento, il raggiungimento dell’obiettivo Nato del 3,5% del Pil in spesa per la difesa entro il 2035 potrebbe generare per l’Italia un incremento cumulato del Pil pari a circa il 3%, a condizione che gli investimenti siano indirizzati verso il tessuto produttivo nazionale.
Da obiettivo Nato a politica industriale
Ad aprire i lavori è stato Giorgio Marsiaj, vicepresidente di Confindustria per l’Aerospazio, che ha collocato il dibattito all’interno di una più ampia riflessione sulla competitività industriale del Paese. “Chi controlla le sue tecnologie controlla una parte decisiva del proprio futuro industriale, della propria autonomia e del proprio peso geopolitico”, ha affermato. Marsiaj ha ricordato come spazio, difesa e sicurezza siano destinati a registrare una crescita senza precedenti nei prossimi anni e come l’Italia disponga già di una base industriale competitiva a livello internazionale.
Sul tema della difesa il vicepresidente di Confindustria è stato netto: “L’obiettivo di spesa si può raggiungere in due modi. Si può raggiungere acquistando dall’estero e in quel caso risorse, competenze e proprietà del valore escono dai nostri confini. Oppure lo si può raggiungere investendo in manifattura, tecnologia, ricerca e innovazione dentro la nostra filiera”. Per Marsiaj il nodo centrale riguarda le PMI: “Non dobbiamo costruire un settore da zero, dobbiamo rafforzare e far crescere ciò che già abbiamo”. Da qui la scelta di puntare su tre priorità: crescita dimensionale delle imprese, innovazione e aggregazione industriale. “Una politica industriale per filiere rende le imprese più forti di quanto possano esserlo competendo in modo isolato”, ha spiegato. E ancora: “Confindustria non vuole essere soltanto un soggetto di rappresentanza, ma protagonista di azioni concrete di politica industriale, perché autonomia tecnologica, sicurezza economica e competitività oggi coincidono”.
L’impossibilità di prevedere gli scenari futuri
Il direttore nazionale degli Armamenti, ammiraglio Giacinto Ottaviani, ha inserito il tema delle filiere all’interno del nuovo contesto strategico internazionale. “Viviamo nella piena impossibilità di predire gli scenari futuri”, ha osservato, ricordando come pochi analisti avessero previsto sia l’invasione russa dell’Ucraina sia l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023. Secondo Ottaviani, il mondo si trova oggi di fronte a uno scenario caratterizzato da “ambiguità, incertezza e cambiamento continuo”.
In questo contesto, ha spiegato, la superiorità tecnologica non basta più. “Rimane una condizione necessaria, ma può non essere sufficiente. Nei conflitti moderni conta anche la quantità, la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo produttivo”. Da qui la necessità di ampliare la base industriale nazionale e rafforzare la capacità produttiva.
Ottaviani ha inoltre evidenziato le opportunità derivanti dall’integrazione con altri comparti industriali. “Abbiamo visto che esistono tante realtà vicine alla difesa, nel software, nella cyber, nell’elettronica e nell’automotive”. L’obiettivo è “rafforzare la sovranità tecnologica del Paese facendo massa, facendo squadra” e creare nuove opportunità soprattutto per le piccole e medie imprese. “Favorire l’osmosi tra comparti diversi significa generare opportunità nuove per il nostro sistema industriale”.
Senza qualità non esistono compromessi
Per Lorenzo Mariani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, la filiera rappresenta una componente essenziale della competitività industriale nazionale. “Due terzi del nostro fatturato sono associati alla supply chain”, ha ricordato. “Attraverso le grandi imprese della difesa e della sicurezza si trasferisce valore in Italia e si genera ricchezza per il Paese”.
Mariani ha sottolineato come la sicurezza sia la precondizione per lo sviluppo economico: “Senza un focus importante sulla sicurezza tante altre attività non hanno modo di svilupparsi”. Ha poi richiamato l’attenzione sulla necessità di mantenere standard elevati lungo tutta la catena produttiva. “Quando parliamo di aerospazio e difesa non esistono compromessi sulla qualità”.
Il numero uno di Leonardo ha quindi insistito sul tema degli investimenti. “Non abbiamo mai avuto problemi a contribuire agli investimenti della filiera, soprattutto quando servono ad aumentare capacità produttiva e competitività”. Al tempo stesso ha messo in guardia dal rischio di cedere asset strategici: “Ogni tanto tendiamo a vendere il nostro futuro per qualcosa che poi domani non siamo in grado di recuperare”.
Infine, un richiamo alla gradualità nell’aumento delle spese per la difesa. “Un processo graduale e virtuoso è quello che serve. Ma non deve essere interrotto. Se altri Paesi continueranno ad aumentare gli investimenti e noi ci fermeremo, usciremo da questa decade in una posizione di dipendenza industriale”.
La difesa crea tecnologia
Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri, ha scelto di partire dai numeri: “Abbiamo 75 miliardi di euro di lavoro nel portafoglio e l’80% della nostra filiera è nazionale”. Secondo Folgiero la forza della cantieristica risiede proprio nella profondità della sua catena di fornitura. “Quando si attiva la filiera navale si attivano filiere che vanno ben oltre il settore marittimo”. Un patrimonio che oggi deve essere orientato verso l’innovazione. “La difesa è una filiera che innova”, ha sottolineato. “Non si può innovare una filiera se non si investe nelle imprese che la compongono”. In particolare, il manager ha richiamato l’esperienza sviluppata nel settore subacqueo, dove Fincantieri ha avviato programmi per individuare e coinvolgere nuovi fornitori italiani ad alta tecnologia.
“La prova provata che la difesa crea tecnologia è che moltissime aziende hanno partecipato a questi programmi portando soluzioni innovative”. Per Folgiero il dominio subacqueo rappresenta una delle nuove frontiere strategiche. “Chi per primo riuscirà a sviluppare le tecnologie chiave per la comunicazione sott’acqua occuperà uno spazio economico enorme”. E ha aggiunto: “La guerra ibrida è una certezza del futuro. Su questo dobbiamo essere pronti”.
La supply chain è strategica
Riccardo Procacci, amministratore delegato di Avio Aero, ha concentrato il proprio intervento su due concetti: sicurezza della fornitura e autonomia tecnologica. “Negli anni Novanta e Duemila abbiamo celebrato i vantaggi della globalizzazione. Poi il Covid ha mostrato tutte le debolezze delle catene logistiche globali”. Per questo oggi “la supply chain locale è tornata strategica più di quanto non lo fosse in passato”. Procacci ha però precisato che non si tratta di rinnegare la globalizzazione. “Non stiamo parlando di riportare il 100% delle produzioni vicino a casa, ma di trovare il giusto equilibrio tra globale e locale”. L’obiettivo è disporre di fornitori in grado non solo di garantire capacità tecnologica, ma anche di aumentare rapidamente la produzione in caso di necessità.
Un altro passaggio chiave riguarda il rapporto tra grandi imprese e fornitori. “Dobbiamo coinvolgere i nostri partner molto prima nelle fasi di sviluppo dei progetti, trattandoli come partner strategici e non semplicemente come fornitori”. Una trasformazione culturale che Procacci considera fondamentale. Sul fronte dell’innovazione, il manager ha ribadito che “non si possono sviluppare prodotti complessi senza una filiera coinvolta fin dall’inizio”. Da qui la richiesta di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo e di un coinvolgimento strutturato delle PMI e delle università. “Le capacità di design sono abilitanti rispetto alla possibilità di mantenere capacità manifatturiere nel Paese”.
Non dobbiamo avere paura della parola difesa
Tra gli interventi più diretti quello di Giuseppe Cossiga, presidente di AIAD e di MBDA Italia: “Non dobbiamo avere paura di scrivere e pronunciare la parola difesa”, ha affermato. “Viviamo in un contesto internazionale complesso e instabile nel quale la sicurezza dei cittadini e la capacità dello Stato di assolvere alle proprie funzioni fondamentali richiedono strumenti adeguati e una base industriale solida”.
Per Cossiga il rapporto tra sicurezza e industria è ormai indissolubile. “Non esiste difesa senza industria della difesa”. In un Paese moderno, ha spiegato, “l’industria è il terzo elemento indispensabile che garantisce sicurezza ai cittadini, accanto alla politica e allo strumento militare”. Il presidente di AIAD ha quindi rivendicato il ruolo delle imprese della filiera. “Le aziende non si considerano meri fornitori. Si sentono una componente fondamentale del sistema che assicura la difesa e la sicurezza pubblica”. Un approccio che, a suo avviso, cambia profondamente “il modo di lavorare, di innovare e di percepire la propria responsabilità”.
Rivolgendosi infine alle PMI presenti in sala, Cossiga ha lanciato un messaggio destinato a sintetizzare il senso dell’intera iniziativa: “Essere parte della filiera della difesa significa contribuire concretamente alla sicurezza nazionale e alla tutela dell’interesse collettivo. Benvenuti tra i servitori dello Stato”.
Identità industriale
Nelle conclusioni, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha richiamato l’attenzione sulle opportunità offerte dalla space economy e dall’integrazione crescente tra tecnologie civili e militari. “Lo spazio è la nostra dimensione”, ha affermato, ricordando come l’Italia sia stata il terzo Paese al mondo a lanciare un proprio vettore spaziale. “Fa parte della nostra cultura, della nostra storia e della nostra economia”. Secondo Urso, il comparto spaziale rappresenta oggi uno dei migliori esempi della trasformazione in atto: “Fino a pochi anni fa lo spazio era quasi esclusivamente una competenza degli Stati. Oggi la più importante azienda spaziale del mondo è privata”. Un cambiamento che dimostra come innovazione, investimenti e capacità imprenditoriale siano diventati fattori decisivi anche nei settori tradizionalmente legati alla sovranità nazionale.




