I settori della difesa di Stati Uniti e Unione Europea dipendono in modo cruciale da una gamma ristretta di minerali critici, indispensabili per la produzione di sistemi d’arma avanzati. Per decenni, l’Occidente ha fatto affidamento quasi esclusivo sulla Cina per l’approvvigionamento, la lavorazione e la raffinazione di queste risorse. Tuttavia, l’inasprimento delle restrizioni all’export imposto da Pechino ha messo in luce la fragilità delle catene di fornitura occidentali, sollevando serie preoccupazioni sulla prontezza militare e sull’autonomia industriale.
La Cina controlla oltre il 90% della capacità globale di raffinazione delle terre rare, e detiene quote di mercato superiori al 95% per altri materiali critici come il gallio (98,8%) e il germanio. Questi materiali non solo sono strategici per l’industria civile (elettronica, batterie, veicoli elettrici), ma risultano irrinunciabili per numerosi sistemi militari occidentali.
Le restrizioni di Pechino
A partire dal 2023, Pechino ha imposto severe restrizioni alle esportazioni di gallio, germanio e antimonio. Nell’aprile 2025, nuove norme hanno reso necessarie licenze speciali per l’export di sette categorie di terre rare pesanti (come disprosio, terbio e lutetio), nonché dei magneti e dei componenti industriali che li contengono.
Questi elementi sono presenti in tutti i principali programmi militari occidentali: l’F-35 Lightning II richiede oltre 400 kg di terre rare per motori, radar, avionica e armamenti, l’F-47 NGAD e GCAP i futuri caccia di sesta generazione, basati su intelligenza artificiale e piattaforme unmanned, dipenderanno ancora di più dai minerali critici, l’FCAS (Franco-Tedesco-Spagnolo) è anch’esso fortemente esposto alle forniture di terre rare, i Sommergibili classe Virginia impiegano circa 4.200 kg di REE per sonar, propulsione e armamenti, i Missili Tomahawk, JDAM, droni Predator utilizzano magneti e terre rare sia per la guida che per la propulsione.
L’approvvigionamento militare
Secondo stime recenti, oltre l’80% delle catene di approvvigionamento militari occidentali dipende da almeno uno tra gallio, germanio o antimonio. In molti casi, non esistono materiali sostitutivi. A ciò si aggiunge una dipendenza tecnologica: l’Occidente non dispone attualmente della tecnologia di separazione e purificazione comparabile a quella cinese.
Negli Stati Uniti, la sola miniera operativa è Mountain Pass, in California, che copre circa il 15% della produzione mondiale, ma solo di terre rare leggere. Le scorte strategiche di magneti NdFeB, fondamentali per la guida missilistica, sono sufficienti appena per 18 mesi di produzione.
In Europa, la situazione è altrettanto critica. Alcuni progetti (come Cinovec in Repubblica Ceca o i depositi in Svezia e Finlandia) sono in fase avanzata, ma nessuno ha ancora raggiunto una produzione commerciale su larga scala. Inoltre, manca quasi del tutto la capacità industriale di raffinazione interna.
I giacimenti africani
Una parte crescente delle risorse globali di terre rare e minerali critici si trova in Africa. Il continente ospita grandi giacimenti in Malawi, Sudafrica, Angola, Burundi e Tanzania, e si stima che entro il 2030 possa rappresentare oltre il 10% della produzione mondiale. Tuttavia, questi paesi mancano di infrastrutture e impianti di raffinazione locali, rendendoli vulnerabili alla dipendenza esterna, soprattutto da Pechino, che investe da decenni nella regione.
Per rispondere a questa vulnerabilità, gli Stati Uniti hanno istituito nel 2022 la Minerals Security Partnership (MSP), che coinvolge 13 Paesi (tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud e membri dell’UE) e la Commissione Europea. Il 23 settembre 2024, il MSP ha lanciato una rete finanziaria internazionale per co-finanziare progetti minerari, rafforzare la trasparenza e costruire catene di approvvigionamento sostenibili.
L’Unione Europea ha varato il Critical Raw Materials Act (CRMA), mirato a garantire l’autonomia strategica e ridurre la dipendenza dalla Cina al 65% entro il 2030. Parallelamente, con l’iniziativa Global Gateway, Bruxelles ha stretto accordi con paesi africani (Namibia, RDC, Zambia) per lo sviluppo congiunto di catene del valore legate ai minerali critici.
Le sfide del futuro
Tuttavia, le sfide restano rilevanti: infrastrutture carenti, presenza cinese radicata, e vincoli normativi ambientali e sociali che rallentano i progetti europei. Inoltre, il vantaggio tecnologico cinese nella raffinazione e separazione rimane ancora elevato: secondo la IEA, la Cina detiene il 92% della raffinazione globale delle REE (2024) e un vantaggio di almeno 20 anni sulla concorrenza occidentale.
La rivalutazione dei minerali critici come asset strategico è ormai evidente. Il presidente Trump, tornato in carica nel gennaio 2025, ha dichiarato lo “stato di emergenza energetica” e firmato più ordini esecutivi per rilanciare l’estrazione interna, esplorando perfino la possibilità molto controversa di acquisire la Groenlandia, ricca di terre rare.
Oggi, Stati Uniti ed Europa riconoscono che la resilienza industriale è un imperativo di sicurezza nazionale. Il successo della transizione energetica, della competitività tecnologica e della difesa avanzata dipende dalla disponibilità di queste risorse.
Il tempo gioca a favore della Cina. Senza una risposta coordinata e lungimirante, l’Occidente rischia di trovarsi sempre più vulnerabile in un ambito essenziale per la propria sovranità strategica. Costruire filiere resilienti, investire in tecnologia e rafforzare i partenariati con l’Africa rappresentano la via obbligata per riconquistare autonomia e sicurezza nel XXI secolo.
Pasquale Preziosa




