Una riforma costituzionale in articulo mortis (della legislatura)

(prima parte)

Politica

Diciamolo subito, a scanso di equivoci: in pochi mesi – tanti ne restano dell’attuale legislatura prima che nuove elezioni facciano nascere un Parlamento “editio minor” – c’è modo, spazio e tempo per porre mano a una riforma della Costituzione, quale quella del presidenzialismo?

Realismo, precedenti e senso della situazione indurrebbero a rispondere di no, che non c’è tempo, né modo, è spazio. E forse nemmeno  una larga volontà politica, quale sarebbe auspicabile quando si tratta di riformare la Costituzione, che è la casa di tutti e non può essere modificata a maggioranza dei condòmini.

E tuttavia l’on. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia ritiene di sì. E ci prova. Tenta.  Per intestarsi una bandierina elettorale da agitare durante le prossime elezioni, come sospettano i suoi avversari?

O per costringere le forze politiche ad affrontare il problema, e a risolverlo, se non in questa, almeno nella prossima legislatura?

Fin qui gli interrogativi posti all’inizio riguardano il metodo.

Se poi si passa al merito della proposta presentata dall’on. Meloni e di cui si è avviata la discussione alla Camera, fino alla votazione di emendamenti, il discorso si complica.

Nel senso che la riforma proposta da Fratelli d’Italia – l’elezione diretta del presidente della Repubblica-  sganciata da altre modifiche della Costituzione che riguardano la forma di governo o di Stato, rischia di non portare quei benefici in cui l’on. Meloni crede fortemente.

Intendiamoci: un conto è proporre una forma diversa di governo e di Stato, per esempio la Repubblica semi-presidenziale, alla francese, dove il presidente è eletto dal popolo,  governa un primo ministro scelto dal presidente, che lo può revocare quando gli pare; o ,anche, un conto è scegliere, proporre, una forma di presidenzialismo all’americana, dove le figure del presidente della Repubblica e del capo del governo si unificano nella stessa persona.

Qualcosa del genere – la Repubblica semipresidenziale – fu esaminata a metà degli anni NOVANTA  nella commissione bicamerale per le riforme istituzionali, presieduta da D’Alema, dove il relatore Cesare Salvi propose una bozza di un nuovo assetto istituzionale. Il progetto naufragò sugli scogli della separazione delle carriere che Berlusconi propose e la sinistra respinse, e non se ne fece più nulla.

Dopo oltre 20 anni ci provò Renzi con il suo progetto di Costituzione, che trasformava il Senato in una specie di dopolavoro – formato da 100 senatori, di cui alcuni erano sindaci, altri presidenti di regione –  un doppio lavoro istituzionale che non poteva funzionare e infatti abortì, bocciato da un referendum confermativo che non confermò il testo approvato dal Parlamento.

Quel referendum costituzionale non portò fortuna a Renzi, anzi ne segnò il declino politico, acuito da qualche rodomontata del politico fiorentino che aveva annunciato il ritiro non solo dal governo ma anche dalla politica in caso di fallimento, in ciò imitato dal suo fido braccio destro Maria Elena Boschi, decisa a seguire in ipotesi il suo mentore nel ritiro totale dalla politica.

Questo ritiro, poi non ci fu,  ma gli elettori che spesso sembrano essere distratti e avere la memoria corta, protestarono, e grazie alle risorse dei social, inondarono internet di vignette o di brani di loro  precedenti interviste e dichiarazioni, abilmente montate, per far risaltare la mancanza di parola data.

Sono episodi che non fanno bene alla politica e danno colpi gravi, a volte mortali, alla credibilità dei governanti. Renzi infatti, è dotato di una certa abilità manovriera e di capacità di iniziativa, al punto da aver fatto con successo prima il becchino del secondo governo Conte impedendone una terza edizione, e poi il king maker di Draghi – e sono successi politici indubbi che tuttavia i suoi avversari prevenuti ancora non gli riconoscono . E tuttavia il suo punto debole, come un tallone d’Achille, è rimasto la credibilità. Propone cose ragionevoli, ma i suoi voti non vanno oltre il 3 per cento, forse 4. Non sono numeri “da Renzi”, che riuscì a fare il botto alle europee con il suo Pd sfiorando il 41 per cento.

Una legge non scritta,  ma ampiamente inverata, della politica, è questa: costruirsi una credibilità, giorno dopo giorno è difficile, richiede mesi, anni; ma a perderla, basta un gesto, un atto, una frase e il sistema mediatico attuale che riesce a cucinare anche i sassi, consuma e distrugge, amplifica gli effetti e i disastri. A volte anche oltre il dovuto.

A proposito di credibilità, viene in mente un episodio che riguarda un altro politico, Gianfranco Fini. Lanciato verso un radioso avvenire, il leader di Alleanza nazionale, diventato ministro degli Esteri e poi presidente della Camera, incappò in una vicenda non personale ma che aveva a che fare con un parente, un appartamento a Montecarlo, lasciato al partito da una fedele di An “per la buona causa” e finito, secondo quanto raccontarono le cronache del tempo, nella disponibilità e nelle mani del cognato di Fini.

Il quale, con comprensibile imbarazzo umano, e alla fine chiamato in causa dai giornali, fece una dichiarazione rivelatasi incauta e fatale: se risultasse che l’appartamento è di mio cognato, lascerei la presidenza della Camera.

Ebbene, le cronache stabilirono che le cose stavano proprio così, ma Fini la presidenza della Camera non la lasciò. Risultato? Nelle elezioni politiche che si svolsero di lì a pochi mesi, Fini non fu eletto neanche deputato.

Ricordiamo questi episodi, che sembrano non avere molta attinenza con il tema da cui siamo partiti,  e invece ce l’hanno eccome, per sottolineare un punto:  le riforme costituzionali vanno bene, e le fa il Parlamento e il popolo semmai le conferma, se è chiamato al referendum. Ma c’è un’altra riforma che il popolo fa o provoca giorno per giorno con le sue reazioni e i suoi anatemi: è la riforma del costume politico, dello stile politico, e senza pietà stanga chi non vi si attiene.

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La pars destruens della proposta di Giorgia Meloni

Con la chiarezza che contraddistingue il suo modo di esporre – anche i suoi detrattori più severi credo non possano negarle questa capacità – la leader di Fratelli d’Italia ha spiegato alla Camera perché il suo partito ripropone il presidenzialismo, “una battaglia storica della destra italiana”, ha detto, ricordando anche altre figure, non di destra, che avevano simpatie per l’istituto presidenziale: “Piero Calamandrei, Gaetano Salvemini, Giorgio La Pira”, “il sindaco santo” di Firenze, quello che chiamava la notte Enrico Mattei per scongiurarlo di non chiudere la fabbrica fiorentina del Pignone e gli rivelava: “Ho sognato la Madonna, anche lei ha detto che il Pignone non va chiuso”. E Mattei stava al gioco: “Se lo dice anche la Madonna, va bene, La Pira, stai tranquillo”.

Tornando alla proposta di presidenzialismo, dicevamo che un conto è proporre una tipo di Repubblica semipresidenziale, spostando il baricentro dal parlamento al presidente della Repubblica, ma tutto un altro paio di maniche è proporre SOLO l’elezione diretta del Capo dello Stato, affidando a questa riforma poteri taumaturgici che non ha e non può avere.

In altre parole: si può parlare di presidenzialismo cambiando solo il modo di eleggere il presidente della Repubblica? Qui si annida la debolezza e si rischia l’efficacia della proposta.

Ma diamo la parola all’on. Meloni che spiega il perché propone l’elezione diretta del capo dello Stato.

“Il presidenzialismo  – afferma – non è un formalismo istituzionale, diciamo così. Il presidenzialismo è la madre di tutte le riforme per chi pensa davvero, al di là dei proclami, che la sovranità appartenga al popolo, così come stabilisce l’articolo 1 della nostra Costituzione. È la madre di tutte le riforme per chi davvero voglia una politica capace di decidere e che si assuma la responsabilità delle decisioni che prende. Ed è la madre di tutte le riforme per chi effettivamente voglia mettere la Repubblica italiana in condizione di affrontare al meglio i problemi”.

“La Repubblica parlamentare gode di buona salute? Le leggi ormai le fa il governo”

“Ma qualcuno può davvero in coscienza sostenere in quest’Aula che la nostra attuale Repubblica parlamentare goda di buona salute? Qualcuno può davvero ritenere in coscienza che il nostro attuale sistema sia quello migliore per fronteggiare l’attuale contesto? Penso di no, perché, se il nostro sistema godesse di buona salute, non assisteremmo alle continue forzature di cui è vittima e che da più parti sono state denunciate in quest’Aula a varie riprese: il ricorso sistematico al voto di fiducia, provvedimenti che ormai vengono discussi davvero solamente in uno dei due rami del Parlamento. Un Parlamento che ha di fatto perso la sua funzione legislativa perché, diciamoci la verità, anche qui mi pare che siamo tutti ormai consci del fatto che da qualche tempo le leggi in questa Nazione non le fa il Parlamento, così come sarebbe previsto da una Repubblica parlamentare . Le fa il Governo! Le fa il Governo che chiede poi al Parlamento di ratificarle, spesso senza un dibattito reale, spesso sotto la minaccia del voto di fiducia”.

Fine prima parte

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