Taccuino elettorale

Politica

AVATAR

Se Giorgia Meloni arrivasse prima alle elezioni e rivendicasse la guida del governo, gli altri due triumviri (Berlusconi e Salvini) non avrebbero motivi di opporsi (sempre che poi non l’azzoppino in altro modo). Ma se fosse lei a non sentirsela? Se temesse il confronto con il suo predecessore? Oppure, se fosse presa dalla vertigine di un sogno, di provare a fare la Thatcher italiana? O, altra ipotesi, decidesse di essere lei a proporre un premier, ovviamente concordandolo con i due triumviri, e per sé lei si ritagliasse la guida politica della coalizione in forza della sua primazia elettorale? Senza scomodare il regime sovietico dove il premier contava ma molto meno del segretario del partito, l’esempio lo abbiamo dalla dc, dove il segretario dettava la linea e gli altri seguivano. La curiosità è, insomma, se Meloni davvero se la sentirà di affrontare in prima persona la sfida del governo, visto che al pensiero di quanti impegni attendono il futuro Esecutivo e soprattutto di un autunno–inverno che si profila freddissimo sotto vari punti di vista, c’è da farsi venire attacchi di panico. C’è già qualche commentatore stravagante che scrive addirittura: non è detto che Mattarella incarichi Meloni di fare il governo, anche se arriva prima. Discorsi in aria. Se il centrodestra vince, ha il diritto-dovere di governare; se Meloni è la prima tra le tre formazioni politiche del centrodestra ha legittimamente l’aspettativa di essere incaricata di fare il governo.

Mattarella, che qualcuno impropriamente già tenta di trascinare in oziose ipotesi e forzature, non potrebbe negarle l’incarico almeno in prima istanza. E se Meloni non ci riuscisse, allora il problema non è di Meloni ma di ciò che si agita nel centrodestra, che peraltro non è una falange macedone, e comunque non è così compatto come si vuole far credere. Il potere si sa è, un buon collante, lo è di meno la fatica del governare, e la cupidigia dei avere più ministeri di solito crea frizioni.

AUTOINVESTITI (e predestinati)

Vittorio Sgarbi, che di solito è un fiume in piena, lo è stato anche parlando delle elezioni e del futuro governo. Ha di fatto, come scriviamo più appresso, previsto, auspicato per Pier Ferdinando Casini la nomina a senatore a vita. Ma era più che altro un travestimento dell’auspicio che l’intramontabile esponente dc si ritirasse dalla campagna elettorale e gli lasciasse via libera nel collegio di Bologna dove il critico d’arte è candidato.

Sgarbi si è poi ritagliato per sé la previsione della nomina a ministro della Cultura in un futuro probabile governo di centrodestra. E pensando a questo, ha già lanciato due idee: valorizzare Bologna, “una delle città d’arte tra le più importanti d’Italia ma completamente ignorata dal turismo colto”. Il Rinascimento bolognese – ha detto Sgarbi – non ha nulla da invidiare al Rinascimento toscano.

Il focoso deputato ha poi proposto l’istituzione di un’Authority per la bellezza.

AVVENTURE

In un Paese di consolidata democrazia, non si dovrebbe mai avere il timore che la vittoria di una coalizione invece di un’altra, cioè della propria, porti il Paese verso uno scenario da avventure autoritarie. Questa parola comparve nel manifesto elettorale della Dc, guidata da Fanfani, che prometteva “progresso senza avventure”. (campagna elettorale del 1958)

Ma si era negli anni ’50, quando ancora forte e pesante era il ruolo delle ideologie, e il mondo era diviso in blocchi contrapposti. Oggi le avventure per gli italiani potrebbero prodursi, per dirla un po’ prosaicamente, per quanto riguarda il portafogli, il posto di lavoro, i servizi: tutti argomenti terribilmente seri, ma non è in pericolo la libertà. Quindi è questione più di programmi che di ideologie, o di richiami della foresta.

Anche per questo suona dissonante, o appare come una immagine non a fuoco, l’allarme di fascismo in caso di vittoria del centrodestra, e per la verità su questo si è manifestata una linea comune di scetticismo tra personaggi di vario orientamento politico. Per la stessa ragione, parlando in astratto, se vincesse Fratoianni o Marco Rizzo, avremmo in Italia l’avvento del comunismo? Siamo seri…

BISOGNI E MERITI

Al di là dei programmi che fanno a gara a chi promette di più, c’è una tematizzazione che riguardi i meriti e i bisogni? Due grandi questioni: la prima porta alla considerazione che i principio di pari opportunità e uguaglianza, peraltro, sacrosanto, non può ridursi a un astratto egualitarismo, sacrificando e mortificando “i capaci e meritevoli” (vedasi la nostra Costituzione). Così siamo al livellamento, che tara la velocità dei capaci e meritevoli sulla velocità dei mediocri o degli immeritevoli. D’altra parte, la tematica dei bisogni porta a mettere al centro una grande questione sociale, di giustizia, di assistenza, di solidarietà sociale.

Alzi la mano chi sente parlare, oltre un fuggevole cenno, di queste cose in questa strana campagna elettorale

COMPROMESSO (che è mediazione, non inciucio)

Molto dell’eventuale successo dell’azione di governo dipenderà dalla capacità di compromesso, di mediazione alta, tra i partiti che compongono la coalizione vincente: mediazione anzitutto sul piano dei programmi, che non sono uguali, anzi in certi punti si discostano non poco; e poi sul piano delle rivendicazioni (di posti, di ministeri, di incarichi) che legittimamente ogni partito riterrà di fare. Quando il compromesso è di livello alto, non deve scandalizzare, tantomeno deve essere ridotto e svilito a inciucio. Il compromesso – ha detto Benedetto XVI – è la moralità della politica. Senza compromesso (che non significa compromessi, come si tende a dire di solito per escluderli: strano destino di questa parola che al singolare ha una sua dignità e al plurale sembra perdere valore, e viene scambiato per inciucio).

Del resto quando, dopo il golpe cileno che portò nel 1973 alla destituzione mortale di Allende, Berlinguer propose un’alleanza strategica tra masse cattoliche e masse comuniste quale espressione usò? compromesso (nel senso anche notarile e solenne) e lo qualificò con l’aggettivo “storico”.

Perciò la forza politica che presume, pretende di “governare da sola”, in nome di un’astratta purezza, di solito va a toppare e a scontrarsi con la dura necessità della mediazione. De Gasperi, pur avendo avuto la maggioranza assoluta nelle elezioni del ’48, e potendo governare da solo, ebbe l’intelligenza politica di associare al governo i partiti centristi.

CURRICULUM – “ALMENO HAI FATTO IL CONSIGLIERE COMUNALE?”

Prima di mettere piede in Parlamento, non diciamo poi al Governo, uno dovrebbe aver fatto almeno il consigliere comunale, l’assessore, o il sindaco, o il presidente di Regione. Dovrebbe. Invece, come si diceva una volta a mo’ di sfottò di qualche esponente di sinistra (si è iscritto al partito direttamente alla Direzione), abbiamo visto in questi anni illustri sconosciuti, ma soprattutto senza esperienza amministrativa di alcun tipo, proiettati verso altissimi incarichi ministeriali o cariche istituzionali.

Sarà interessante vedere, come si dice dei vini, quale sarà la qualità di questa annata (legislatura) dopo la vendemmia elettorale del 25 settembre. Sulla base di questo discorso, qualcuno ha osservato che Meloni, aspirante presidente del Consiglio in caso di vittoria e di primazia nella coalizione di centrodestra) non ha fatto neanche la consigliera comunale. Ha una esperienza di ministro della Gioventù e dello sport in uno dei governi Berlusconi.

DALLA , nel senso di Lucio. (vedere anche alla voce PROMESSE)

Sarà due volte Natale, cantava Lucio Dalla. Ma era una canzone (l’anno che verrà) non un comizio o un programma letterale. Una vignetta, per marcare con un po’ di sfottò le mirabolanti promesse elettorali, attribuiva a un leader del centrodestra progetti fantasiosi: se mi voterete abbasserò di cinque gradi la temperatura, promessa che almeno era in linea con la calura in cui si sta svolgendo questa estiva campagna elettorale. Era solo una vignetta, ma dava un’idea di questa fiera delle promesse e dei sogni.

C’è invece un aneddoto vero, illuminante: in una piazza meridionale, gremita di contadini, mezzadri e braccianti, alcuni anni fa un esponente di sinistra in un eccessivo sussulto promissorio finì per dire alla platea: se governeremo noi vi daremo “le terre tutte concimate”. Da un uditore arrivò come una fucilata questa reazione: Come no? anche l’ostia consacrata. Una espressione blasfema ma senza irrisione religiosa, piuttosto grondante incredulità e scetticismo

DIASPORA

In primis quella berlusconiana: ex delfini o aspiranti tali: Fitto, Toti, Lupi, Napoli, Gelmini, Carfagna, Brunetta. Resiste Tajani. Delle donne, spodestata la Rossi, ora è il turno della Ronzulli a comandare nell’entourage berlusconiano e, la si accusa, a dirigere il traffico dei contatti di chi si vuole avvicinare al Cavaliere.

Ma se Sparta piange… Anche dal Pd se ne sono andati Renzi, D’Alema, Bersani, Speranza, e da ultimi Calenda, Stefàno.

EVASIONE FISCALE (lotta all’)

Ce n’è traccia nei programmi elettorali? La lotta all’evasione fiscale, di solito presentata come panacea, è ormai diventata un refrain, come nelle canzoni del festival di Sanremo. Se c’è, è ridotta al rango di giaculatoria, di clausola di stile. Ritorna periodicamente come il mostro di Lochness, a cui alla fine non ha creduto più nessuno. Come in effetti accade anche ora, data anche la persistente imponenza dell’evasione fiscale, equivalente al bilancio di un piccolo Stato, sono in pochi a crederci.

EMOZIONI (Tu chiamale se vuoi)

Al meeting di Rimini un banchiere centrale, raffigurato di solito come un personaggio attento alla moneta e alla concretezza, e quindi si presume impermeabile ai sentimenti, ha mostrato il valore delle emozioni. L’osservazione è di Osvaldo Napoli, uscito da Forza Italia ed entrato nel terzo Polo, e si riferisce all’intervento dell’attuale presidente del Consiglio Mario Draghi al meeting riminese.

FEDERATORE (cercasi, ma non ce ne sono sul mercato politico)

Berlusconi nel ’94 (poi di più nel 2001) riuscì a fare da collante di una coalizione inventata, dove un alleato (Bossi) dava del fascista a un altro (Fini). Prodi riuscì a battere il Cavaliere nel 1996 e nel 2006 alla guida di due coalizioni diverse di centrosinistra (l’Ulivo e l’Unione) che non durarono alla prova del governare.

Ma oggi? Le due coalizioni che si contrappongono hanno un federatore? Può esercitare questo ruolo chi ha carisma, autorevolezza, che si impone agli alleati e ai compagni di strada; in forza non solo e non tanto dei numeri che rappresenta, ma della sua stessa figura e statura. Non solo dei voti.

Oggi nel Centrodestra c’è un federatore che sappia alla fine fare sintesi, essere guida e dire: così si fa? No. C’è un triumvirato, termine anche improprio perché dei tre uno è donna. E nessuno dei tre verrebbe riconosciuto come federatore dagli altri due.

Berlusconi, con tutta la sua residua capacità di fantasia e di iniziativa e la sua abitudine a fare promesse mirabolanti (un milione di alberi da piantare, mille euro alle pensioni minime) ormai è un condottiero stanco, abbandonato dai suoi ex fedelissimi e fedelissime.

Per tacere della dura legge dell’anagrafe, democraticamente insensibile al fascino dei miliardi. E poi: quante divisioni ha Berlusconi? Dei triumviri, è quello che ne ha di meno.

Federatore Salvini? Con la sua politica degli ultimi tempi, all’insegna delle rodomontate, del papeete, dell’esibizione di rosari e slogan improbabili come il “credo”, ha perso la carica originaria e parte della credibilità giunta anni fa a vette impreviste(perfino da lui stesso).

In più dà l’impressione di essere animato, se non ossessionato, da uno spirito di revanche, e fosse per lui non vedrebbe l’ora d tornare a guidare il ministero dell’Interno.

Se sono vere alcune indiscrezioni secondo cui Meloni non sarebbe tanto favorevole, in caso di vittoria del centrodestra, al ritorno di Salvini al Viminale, si dovrebbe dare atto alla segretaria di Fratelli d’Italia di fare una scelta ben ponderata. Proprio a chi ama troppo certe cariche non bisognerebbe affidarle.

Illuminante in questo senso un aneddoto (vero): una commissione di cardinali presentò al papa una rosa di tre candidati a guidare una certa diocesi. Il pontefice domandò: chi di questi tre smania di più per essere nominato? i cardinali ne fecero il nome. “Depennato”, rispose senza indugio il papa.

L’altro triumviro, Giorgia Meloni, può farlo lei il federatore? Anzi la federatrice? Dei tre è la più giovane, la sua forza, se i sondaggi non la tradiranno, può essere solo il bottino dei voti che riuscirà a guadagnarsi. Un bottino utile a reclamare la guida del Governo ma non sufficiente a conferirle carisma e autorevolezza sugli altri due triumviri. Carisma e autorevolezza, ci vuole tempo, esperienza a guadagnarseli; e a volte non bastano neanche tempo ed esperienza; di queste doti, si può dire quel che don Abbondio diceva del coraggio: uno non se lo può dare.

GESTO (e la carica dei simboli)

Da Giorgia Meloni se ne attende qualcuno. C’è chi le ha chiesto di rimuovere dal simbolo la Fiamma, c’è chi chiede l’abiura del fascismo (con qualche sprezzo filologico: si abiura una cosa che si sostiene o che si professa, e Meloni non ha fatto né l’una né l’altra cosa).

E tuttavia resta qualche alone di ambiguità soprattutto relativamente a certe compagnie o aree contigue a Fratelli d’Italia, come Casa Pound. E allora: le parole sono importanti, la parola è fondamentale, per chi ci crede e le dà un valore (la cosa è del resto vera se è stato scritto: in principio erat verbum).

Ma c’è qualcosa che a volte è più significativo della parola, ed è il gesto. Meloni è attesa a qualche gesto, che simboleggi una svolta, un’apertura d’orizzonte, una presa di distanza.

Certo lei che organizza ogni anno la festa di Atreju potrebbe sbuffare, restando in tema: uffa! ma questa è una storia infinita!

Ma, a proposito di gesti simbolici, che hanno anche colpito l’immaginazione collettiva, chi non ricorda, ad esempio, il gesto di inginocchiarsi di Willy Brandt davanti nel 1970 nel Ghetto di Varsavia, tragico teatro di atrocità naziste; il gesto di Giovanni Paolo di baciare la terra del Paese che visitava, appena sceso dall’aereo; il bacio alla bandiera di Pertini durante i suoi viaggi di Stato. Il viaggio di Fini in Israele. A volte un gesto vale più di un discorso, di un comizio, di un programma.

Intendiamoci, in un certo senso è vero che Meloni potrebbe dire: ma io non debbo dimostrare niente, valgono la mia azione politica e le cose che dico. E che farò (se me le faranno fare). Ma vogliamo mettere un gesto che nessuno si aspetta e si impone per mesi all’attenzione della stampa, che ne parlerebbe, come di solito fa, anche per mancanza di fantasia, per mesi e mesi.

HIC MANEBIMUS OPTIME

C’è già, nel centrodestra, chi si lancia in previsioni a lungo termine. Vinceremo, e governeremo per dieci anni (il tempo di due legislature, NdR). Il centrosinistra è avvisato.

INCUBO (o sogno segreto?)

Quello fatto da Pietro Di Muccio, direttore emerito del Senato e ph di Dottrine e Istituzioni politiche: ha sognato che gli elettori, disgustati da una legge elettorale, il Rosatellum, che non consente loro di scegliersi chi votare ma impone loro di mangiare la minestra così com’è senza fiatare, disertassero in massa le urne. E cioè gettassero la minestra dalla finestra, invece di mangiarla, come recita l’adagio.

Per il momento siamo al livello onirico o della speranza segreta, ma se non si correrà ai ripari, questo scenario potrebbe diventare realtà in un futuro prossimo. Perciò, cari segretari di partito, quousque tandem?

KINGMAKER (Renzi più tattico che stratega?)

Telegrafico excursus dell’ex segretario fiorentino del Pd entrato in Ditta con Carlo Calenda per fare insieme i “ragazzi terribili” del futuro Parlamento. Conquista del partito sull’onda di una parola infelice ma efficace: rottamazione. Infelice perché si rottamano frigo, auto, non le persone, infelice perché sembra il trionfo di quella che papa Francesco deplora come “cultura dello scarto”.

Poi liquidazione del premier Letta (“Enrico stai sereno”) e l’applicazione del detto: togliti tu che mi ci metto io. Poi referendum costituzionale trasformato in un’avventura così personalizzata che perfino il presidente Napolitano ne restò infastidito: in sovrappiù la minaccia, in caso di sconfitta, del ritiro a vita privata. Cui non ci fu seguito. (Non è il solo caso, per la verità. Veltroni annunciò che se ne sarebbe andato in Africa, poi magari ci sarà anche andato ma come turista).

Poi umiliazione politica del Senato: questa – disse Renzi in faccia ai senatori illustrando la sua riforma poi bocciata dai cittadini – è l’ultima fiducia che darete al governo. Come dire al tacchino: questo è l’ultimo capodanno che fai.

Rimasto in politica, Renzi si è poi segnalato per alcune mosse portate avanti con determinazione: fece naufragare il Conte ter, e divenne di fatto la levatrice del governo Draghi. Pur provvisto di un ego smisurato, e consapevole di masticare politica come pochi, ha accettato di entrare in company con Calenda, rinunciando a fare il capo. Scelta dettata da astuzia o da necessità? Rischiava, andando da solo, di non prendere il 3 per cento e di restare fuori dal Parlamento. Sia come sia, gli va dato atto di una scelta positiva. Ora i “ragazzi terribili” promettono scintille in Senato, dove prevedono che il probabile futuro governo di centrodestra possa avere qualche difficoltà. La capacità tattica e manovriera di Renzi è sperimentata. Non sappiamo se unita a quella di Calenda, che però è accusato di discontinuità, possa funzionare e quanto.

LUNGA MARCIA

Mantenendo le debite proporzioni storiche e di statura politica, anche Meloni, se riuscirà nei suoi obiettivi, potrà dire di aver fatto, nel suo piccolo, la sua lunga marcia (mutatis mutandis, anche questa in un certo senso una marcia, però democratica, su Roma!

Passando in pochi anni da risultati elettorali a una cifra a numeri a due cifre.

Si obietterà: bella forza! Chi sta all’opposizione guadagna voti. Non è detto, non sempre perlomeno, dipende anche da come si fa l’opposizione. Meloni, anche i suoi critici più severi e scettici, e ce ne sono tantissimi, dovrebbero riconoscere una certa tenacia, coerenza e determinazione nel guidare anche da sola il suo partito all’opposizione.

In ossequio forse anche esagerato a questa voglia di andare da soli, Meloni che pur si dichiara patriota, non volle entrare nel governo di unità nazionale guidato da Draghi. Per cui, a rigore non si poté parlare di governo con questa caratterizzazione.

Una lunga marcia dovrebbe farla anche la sinistra se vuole costruire una nuova Italia, e non limitarsi a una estenuata gestione del potere. Mitterrand, prima di regnare per 14 anni all’Eliseo, costruì un’alternativa socialista con un lungo lavoro di opposizione alla destra francese e a De Gaulle. Ma la sinistra, il Pd in particolare, da oltre dieci anni abituato al banchetto del potere, forse ha smarrito la capacità e la voglia di coltivare i prodotti che sul banchetto arrivano, preferendo la pappa tutta pronta.

E così si condanna a un piccolo cabotaggio, senza prendere il largo, anche rischiando, ma almeno navigando in mare aperto. Il rischio di un esito elettorale disastroso forse potrebbe suonare da sveglia e terremotare quel partito che qualcuno, riferendosi alla “d” del nome, chiama partito doroteo. Letta è una persona degna e seria, ma, come rispose un don Abbondio intimorito dai bravi alla perpetua che per rincuorarlo gli offriva un bicchiere di vino, CI VUOLE ALTRO. Ci vuole altro che la tattica confusa e probabilmente suicida che Letta ha praticato. Si dice che considererebbe un risultato appagante se il Pd arrivasse primo partito. Ma se l’altra coalizione ha vinto la partita, essere primi equivale a giocare da solo in un campo desertificato quale rischia di diventare la sinistra.

NORMALE (un Paese)

“Un paese normale” (sottintendendo che l’Italia non lo fosse, non lo sia) è stato in anni più o meno recenti uno slogan frequente nei discorsi di D’Alema.

Perché la democrazia italiana fosse “normale” (nel senso di “compiuta”, mentre viceversa era bloccata dal cosiddetto fattore K, Kommunism, cioè dall’impossibilità che il Pci andasse al potere, in un Paese occidentale, lavorò fino al sacrificio della vita Aldo Moro, a cui le brigate rosse uccidendolo impedirono di portare avanti questo disegno di allargamento dell’area democratica coinvolgendo le masse comuniste nella gestione del potere.

Senza fare questioni di merito ma di metodo politico, in un Paese normale si può desiderare che la destra non vada al governo, ma non si dovrebbe giudicare uno scandalo o una bestemmia se ciò avvenisse. In un Paese normale le coalizioni o i partiti dovrebbero contendersi il favore degli elettori sulla base di programmi credibili e comportamenti conseguenti. E sarebbe già un bell’omaggio alla normalità di un Paese e alla logica democratica dell’alternanza.

Ma finché a chi vince (democraticamente, è ovvio) le elezioni, non si riconosce il diritto e la legittimità a governare, e l’avversario tenta di screditarlo o di delegittimarlo in ogni modo, invece di democraticamente combatterlo in Parlamento con la forza di proposte alternative; finché questo non succederà, avrà ragione chi dirà che questo non è (ancora!) un Paese normale. Che poi lo dica D’Alema o un altro, cambia poco.

ORACOLI MODERNI

Sono i sondaggi. Sconosciuti per tutta la cosiddetta prima Repubblica, ormai sono i moderni oracoli che orientano gli elettori. E pur avendo avuto qualche clamoroso infortunio, ambiscono a guadagnarsi una certa fama di attendibilità se non di infallibilità.

Nel 2013, a urne ancora chiuse, i sondaggi pronosticavano un governo Bersani, e circolavano anche i nomi dei ministri. Ma Bersani, allora segretario del Pd, ebbe una non vittoria. Perciò mai dimenticare che i sondaggi indicano delle linee di orientamento.

Ma è fin troppo facile recitare il detto: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco: questo proverbio si attaglia (anzi si attanaglia, come disse una deputata in piena aula di Montecitorio) anche alle elezioni.

Il vento favorevole potrebbe indurre alla pigrizia, mentre i voti bisogna conquistarseli uno per uno; e il vento che si annuncia contrario non dovrebbe indurre ad ammainare le vele ma a raddoppiare gli sforzi per ribaltare lo scenario o almeno ridurre i danni.

PROMESSE

Crediamo che la maturità democratica di un popolo tanto è più forte e visibile quanto più mostra di non prendere in considerazione le promesse dei politici quando sono palesemente irrealistiche ma solo portatrici di illusioni irrealizzabili o poco fattibili.

La maturità democratica insomma esclude la credulità. E tuttavia i politici ci provano, vedi mai che qualcuno abbocchi: infatti abboccano.

RECORD (di questa campagna elettorale)

Questa campagna elettorale si segnala per aver già segnato più di un record. E’ la prima volta che si svolge in estate, praticamente sotto gli ombrelloni.

È la campagna più bersagliata a causa della legge elettorale, a parole vituperata da quasi tutti i politici e di fatto difesa a spada tratta (e questo è un record nel record).

È la prima campagna elettorale in cui si annuncia, dai sondaggi, il partito di destra come il primo partito italiano. E potrebbe esserci un altro record se la segretaria di questo partito di destra, eventualmente vittorioso, diventasse presidente del Consiglio: il primo caso nella storia d’Italia.

Se vogliamo indicare ancora un altro record: è la prima volta che votano per il Senato i diciottenni.

RIVOLTA E RIVOLUZIONE

Questo è un Paese dove, si diceva prima, chiunque vinca le elezioni, non c’è rischio di avventure, tantomeno di rivolte, non diciamo poi di rivoluzioni. Come ricordava giorni fa Zagrebelsky, riferendosi alla Francia, in Italia si è mai vista una rivoluzione? Tuttalpiù qualche rivolta, e gli Italiani – ricordava il terribile Montanelli – fanno le rivolte ma con il permesso dei carabinieri.

“Questo è il Paese degli accomodamenti”, diceva già nell’Ottocento il principe di Salina.

Questo è un Paese, disse una volta Mino Martinazzoli, in cui ci sono più congiurati che congiure (a marcare un certo velleitarismo di comportamenti, amplificato dalle chiacchiere, NdR)

SENATORI A VITA

La nomina dei senatori a vita, come la Costituzione prevede, è di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. Che non dovrebbe perciò essere, come si suol dire, tirato per la giacca con suggerimenti e, tantomeno, con esplicite o indirette pressioni. E tuttavia ognuno fa il suo gioco.

Vittorio Sgarbi, che sfida Casini nel collegio di Bologna, in una intervista ha fatto un curioso ragionamento che riassumo un po’ rozzamente: Casini, lascia perdere, tanto sarai nominato senatore a vita. E al tempo delle ultime elezioni presidenziali, che dopo uno spettacolo indecoroso di veti e controveti, finì con la preghiera a Mattarella di farsi rieleggere al Quirinale, si fecero delle ipotesi sulla eventuale nomina di senatori a vita. Una prevedeva questo scenario: la nomina di Romano Prodi e di Silvio Berlusconi, cioè dei duellanti che hanno segnato una stagione politica del bipolarismo. Un gesto, si disse, per chiudere un periodo di contrapposizioni e delegittimazioni reciproche tra centrodestra e centrosinistra.

TAGLIO DEI PARLAMENTARI

C’è chi recrimina, chi ha addirittura nostalgia del vecchio Parlamento dei 630 deputati e 315 senatori. I rimorsi e i rimpianti sono venuti quando si è trattato di fare le liste elettorali. Ci si è accorti, come d’incanto (?), che la torta a cui si era abituati improvvisamente era diventata in scala più piccola, mentre chi voleva partecipare alla spartizione delle candidature e dei seggi erano gli stessi di numero.

I cinque stelle, che furono i promotori di questo taglio fatto con tecnica di macelleria istituzionale, e che furono seguiti – per ignavia, per paura, per debolezza?- dagli altri partiti, compreso il Pd , che peraltro aveva prima votato no al taglio e poi si acconciò alla furia tagliatrice imperante, sono quelli che hanno subito il danno più grave: taglio dei seggi e taglio dei voti, stando ai sondaggi. Succede quando si taglia il ramo su cui si sta seduti.

Le riforme istituzionali tentate senza successo dalle bicamerali dell’’82 e degli anni Novanta (non già dalla riforma di Renzi che la riduzione del numero dei parlamentari stranamente la ignorò) prevedevano tutte una riduzione del numero dei deputati e dei senatori; ma furono riduzioni di un 11-12 per cento.

Il taglio dei 5 stelle è stato di più di un terzo (da 630 a 400 alla Camera, e da 315 a 200 al Senato). Interessante un retroscena raccontato su queste colonne dall’on. Osvaldo Napoli: l’on Fraccaro, che per i 5 stelle condusse l’operazione chirurgica, gli ha detto: noi proponemmo 400 deputati, ma in realtà pensavamo a ridurre a 500; invece gli altri partiti, per non essere tacciati di conservatorismo, di casta, di attaccamento alla poltrona, dissero di sì. E loro stessi rimasero spiazzati.

TIK TOK ( la nuova frontiera della campagna elettorale)

Se n’é avvalso, con la consumata esperienza dell’imprenditore televisivo, Silvio Berlusconi. Ha cominciato con un breve video, dall’atteggiamento e linguaggio ammiccante, rivolto ai giovani. Benvenuti nel mio canale Tik tok, cari giovani; nella piattaforma ci sono 5 milioni di giovani, e il 60 per cento ha meno di 30 anni.

A questa platea il leader di Forza Italia intende rivolgersi per farsi spazio nel mondo giovanile

TRIUMVIRATI (ogni epoca ha i triumviri che si merita)

In principio fu il triumvirato di Cesare Pompeo e Crasso. Di questi ad avere alla fine la meglio fu Cesare.

Poi il triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido. L’ultimo resta la figura meno nota, il secondo fece una brutta fine seguendo il destino di Cleopatra. Fu campo libero per Ottaviano (poi Augusto).

Saltando di secoli ci fu il triumvirato degli anni OTTANTA-NOVANTA: Craxi, Andreotti, Forlani (il famoso Caf). E’ superfluo ricordarne i rispettivi ruoli e destini. destini.

E oggi? Abbiamo (o avremo?) il triumvirato Berlusconi, Salvini, Meloni (Besame, l’acronimo della prima sillaba dei rispettivi cognomi evoca atmosfere affettuose e cordiali; staremo a vedere).

Per completezza d’informazione, segnaliamo un altro triumvirato: Letta, Fratoianni e Bonelli, alla guida del centrosinistra.

Battuta scontata: ogni epoca ha i triumvirati che si merita.

URNA (L’) È FEMMINA

Tecnologia, scienza e mutamento dei costumi hanno ridotto la spazio di mistero della vita quotidiana, privata e sociale.

L’urna richiama il parto. Prima non si sapeva con esattezza il giorno della nascita, né tantomeno il sesso. Ora si conosce non solo il sesso del nascituro ma si può predeterminare anche il giorno e l’ora in cui viene al mondo.

Non è così anche per le elezioni?

Prima dell’introduzione della modalità americana dei sondaggi, i partiti affidavano, con metodi empirici alle sedi territoriali, il compito di annusare l’umore della gente. Con molta approssimazione. Di qui, nell’incertezza di come sarebbe andata a finire, la mobilitazione senza risparmio di energie, i comizi, le piazze gremite, anche se qualche partito scontava la verità amara del detto: piazze piene urne vuote.

Si faceva propaganda porta a porta, in riunioni di caseggiato, di quartiere. Poi arrivarono le tribune elettorali, i confronti in tv. Quanto ai risultati, l’area di mistero si è notevolmente ristretta. Ora i sondaggi presumono di dire non solo le percentuali di voti, delle intenzioni di voto, del gradimento personale dei leader, ma anche, perfino, i decimali.

UCRAINA CHI ERA COSTEI

La sindrome del marziano a Roma. Il 24 agosto sono passati sei mesi dall’inizio dell’invasione ucraina da parte della Russia di Putin che si vergognava, si fa per dire, di parlare di guerra e graziosamente la derubricava in oms : operazione militare speciale.

Con il passare delle settimane, dopo una massiccia presenza quotidiana sui giornali, sta subentrando la sindrome del “marziano a Roma”, raccontata da Ennio Flaiano; una sindrome che prevede una evoluzione di atteggiamento della gente Che comincia con lo stupore, l’apprensione, curiosità fino all’assuefazione e all’indifferenza. E sarebbe forse assuefazione, vogliamo escludere l’indifferenza, se questa guerra non facesse sentire i suoi effetti sulla vita quotidiana e sui portafogli delle famiglie.

Anche nella propaganda elettorale la guerra ucraina entra ma solo come riflesso sull’economia, sull’approvvigionamento energetico, sulle bollette di gas e luce, speciamente quelle delle imprese.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

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