Nel febbraio 2022 l’aggressione russa all’Ucraina ha rappresentato una cesura rispetto al passato, innescando dinamiche nuove, per molti versi inedite, che hanno accelerato il processo di ridefinizione degli equilibri internazionali.
Ne sono derivate conseguenze rilevanti per l’Europa, che nel contesto di un mondo sempre più instabile ha necessariamente dovuto interrogarsi sull’efficacia dei dispositivi di sicurezza e difesa da garantire ai propri cittadini, e contestualmente fornire riscontro concreto alla richiesta di aiuto che giungeva da Kiev.
È tornato così ad assumere una valenza cruciale il paradigma dell’autonomia strategica, nel corso dei decenni assai dibattuto, che ha certamente ampi risvolti: non è infatti possibile declinarlo senza tenere insieme le dinamiche che si articolano nei diversi settori delle policies.
La percezione stessa dell’autonomia si è poi estesa con il trascorrere del tempo, perché non si tratta solo di ridurre un’ampia gamma di dipendenze esterne in relazione alle questioni della difesa piuttosto che industriali o commerciali, ma di rafforzare i meccanismi di coordinamento in ambito comunitario. Da ciò è maturata una consapevolezza, figlia dei tempi nuovi che stiamo vivendo, secondo la quale, più che un’Europa libera da qualcuno o da qualcosa, occorra un’Europa libera di fare, di proporre, di interagire.
La necessità inderogabile di pavimentare la strada di una capacità operativa europea in termini di sicurezza è tutt’altro che nuova, rappresentando anzi una costante – sia pure con livelli di intensità che mutano in base alla percezione delle minacce esterne – delle varie fasi storiche del processo di integrazione. Percorrendone a ritroso le tappe, già negli anni Cinquanta del Novecento Alcide De Gasperi discorreva sull’ipotesi di esercito comune, che ai suoi occhi avrebbe dovuto rappresentare un ponte stabile tra Nazioni separate nel passato dall’abisso in cui era precipitato l’intero Continente. Egli, però, era ben consapevole della stretta correlazione che doveva stabilirsi con un nucleo di potere politico comune, ovvero con la definizione stessa di una mentalità europea senza la quale ogni formula avrebbe rischiato di rimanere vuota astrazione.
Il cuore del problema, allora come oggi, rimanda quindi al nodo della soggettività politica di cui occorre dotare l’Unione per consentirle di intervenire, parlando con voce univoca, sulle grandi questioni internazionali.
Sia chiaro, non siamo certo fermi all’anno zero. Bisogna per esempio riconoscere che il mosaico verso la definizione di una politica di difesa europea si è arricchito in questi anni di tasselli importanti grazie al contributo degli accordi bilaterali fra i Paesi membri: dal Trattato di cooperazione franco-tedesca di Aquisgrana fino al Trattato del Quirinale, passando per lo Strategic Compass e per il Piano di Azione italo-tedesco sulla cooperazione strategica. La European Defence Industrial Strategy ha poi rappresentato una novità rilevante perché ha orientato l’azione della UE sulle direttrici della prontezza militare e industriale, sancendo che la capacità di produrre equipaggiamenti per le forze armate europee è precondizione stessa per garantire la sicurezza e la pace.
Anche le articolazioni geopolitiche in altri quadranti del globo contribuiscono ad avvalorare l’esigenza di un rafforzamento della proiezione difensiva europea. Le dinamiche che investono il “Mediterraneo allargato” sono in questo senso emblematiche: si pensi, giusto per fare uno dei tanti esempi possibili, alle crisi che hanno interessato il Mar Rosso, originate dalle azioni destabilizzanti delle milizie Houthi, che hanno prodotto conseguenze esiziali sugli interessi strategici di una pluralità di Paesi, mettendone a rischio la sicurezza economica.
Appare quindi evidente che i vecchi paradigmi della deterrenza, quelli che credevamo fossero stati consegnati ai libri di storia alla fine della Guerra fredda, ritornano prepotentemente centrali negli scenari odierni, e definiranno l’agenda del prossimo futuro.
L’idea di una pace disarmata appartiene da sempre al campo dell’ideale, ma oggi, di fronte alla complessità imprevedibile dei nuovi scenari, si configura come del tutto inadeguata, anacronistica, priva di un solido ancoraggio alla dimensione del reale.
Questo ragionamento non si nutre certo di impulsi bellicistici, ma riflette lo spirito dei tempi: il ritorno dei conflitti “convenzionali” va di pari passo con una progressiva estensione del perimetro degli attacchi ibridi, quelli che minano le fondamenta dei poteri statali intervenendo sul terreno delle dinamiche che ne articolano il rapporto con le opinioni pubbliche. Tutto ciò richiede prontezza operativa, affinamento delle capacità di prevenzione e gestione delle crisi, risposte flessibili e tecnologicamente avanzate, approcci politici sempre più definiti sulla base della cooperazione.
Investire nella difesa significa proteggere la sovranità digitale, le infrastrutture critiche, assicurare la continuità dei servizi essenziali, in altre parole rafforzare i lineamenti della resilienza democratica. A definire questa epoca nuova sarà il concetto di deterrenza proattiva (e non più episodica), necessario complemento del benessere e della sicurezza di popoli e Stati.




