L’idea di una Coabitazione tra Macron e Le Pen è difficile, ma non impossibile. A sottolinearlo, Gaetano Quagliariello, presidente della Fondazione Magna Carta ed editorialista de Il Giornale, è professore di Storia Contemporanea alla Luiss di Roma dove guida la School of Government. Con BeeMagazine ha analizzato la complessa situazione francese e il futuro della Nato e dell’Europa dopo l’attacco di droni russi sulla Polonia.
Emmanuel Macron ha scelto come nuovo primo ministro Sébastien Lecornu – per i media il suo “cocco”. Quante probabilità ha il secondo di farcela e qual è la strategia del primo?
Facciamo intanto un passo indietro: ero convinto – e l’avevo detto in punta di piedi ma per tempo – che Macron politicamente ha sbagliato tutto. Non ha compreso la logica della Quinta Repubblica, che non a caso è stata chiamata “monarchia repubblicana”: il presidente regna e il primo ministro governa, subendone il logoramento politico.
Questo Eliseo è troppo protagonista?
Nel 2024, quando Marine Le Pen ha vinto il primo turno, il presidente ha chiamato a sé il Fronte repubblicano contro la destra. È entrato in campo personalmente: non ha aspettato che glielo chiedessero e ha radunato una coalizione contro, e non per governare la Francia. Ha voluto evitare una coabitazione che, però, tradizionalmente nella Quinta Repubblica ha premiato il presidente e condannato il primo ministro. Sia quando era una coabitazione ufficiale, con due esponenti di forze diverse, sia quando era ufficiosa, con politici della stessa parte che non andavano d’accordo, ad esempio Jacques Chirac ed Edouard Balladur.
La scelta di Macron di sciogliere l’Assemblea nazionale è stata giudicata da molti un azzardo. Ma una volta fatta, ci sono stati altri errori o la situazione era ormai su un piano inclinato?
A quel punto Macron avrebbe dovuto, secondo me, accedere all’ipotesi della grande coalizione solo nel caso ci fosse stato un impegno a trasformarla in solida alleanza di governo. Un patto alla tedesca, per intenderci. Invece ha consentito a Jean Luc Mélenchon di vincere contro Le Pen. Ma soprattutto contro di lui.
In questo scenario non semplice, che fine farà il nuovo primo ministro?
Dipende. Come Michel Barnier e Francois Bayrou prima di lui è ostaggio di Mélenchon e Le Pen: di entrambi, o di almeno uno. Contrariamente all’Italia, il sistema francese consente ai governi di partire anche senza voto di fiducia parlamentare. Si va avanti finché l’opposizione presenta una mozione di fiducia – il caso Barnier – o il premier la chiede sul programma – il caso Bayrou.
Insomma, governi che nascono con una data di scadenza?
Questo è il problema. D’altra parte, una cosa è nascere come governo di minoranza relativa a cui mancano dieci-quindici voti; altro è avere contro due terzi dell’Assemblea. Lecornu dovrà trovare un lasciapassare dal Rassemblement National di Le Pen o da France Insoumise. Ma avrà sempre questa Spada di Damocle sulla testa. Sono piuttosto le opposizioni a dover capire se vogliono le elezioni subito o no. Rispetto ai due esecutivi precedenti c’è una differenza importante: sono trascorsi dodici mesi dallo scioglimento dell’anno scorso e in teoria Macron può di nuovo mandare a casa il Parlamento.
Se si vota, può tornare in campo l’ipotesi della coabitazione fra Macron e Le Pen, ove mai la Corte Costituzionale ne sospendesse l’ineleggibilità?
In caso di nuovo voto considero difficile che il secondo turno vada a finire come la volta scorsa. Per quanto riguarda Le Pen va chiarita una cosa: la sua candidatura dipende dalla Consulta e dal giudizio d’appello, ma sebbene incandidabile e ineleggibile potrebbe comunque essere nominata primo ministro. Sono due fattispecie diverse. Certo, l’eventuale coabitazione sottolineerebbe in rosso l’errore di Macron nel 2024: alla fine della legislatura è rimasto un anno e mezzo, forse troppo poco per sperare nel logoramento dell’avversaria.
Il movimento Blocquons tout – estremisti di destra e radicali di sinistra – sta mettendo a ferro e fuoco la Francia, sebbene in misura minore delle aspettative. Saranno i nuovi Gilet gialli o è una fiammata destinata a spegnersi?
Queste proteste sono espressione di un male profondo dell’Esagono. Finora ci siamo concentrati sulle istituzioni, ma il problema riguarda anche la società: c’è una rabbia che non riesce a essere placata e solo in parte contenuta. Persino la Champions al Paris Saint Gérmain da occasione di festa è diventata di violenza. È un fatto pre-politico, come lo è il rifiuto di rivedere qualsiasi minima conquista dello Stato sociale. Bayrou ha pronunciato un discorso forte evocando la storia contro la cronaca: è caduto nel vuoto assoluto. Quello che però va capito è se dietro le sommosse ci fossero potenze internazionali interessate a destabilizzare l’Europa.
Di sicuro, a Mosca si brinda. E a Palazzo Chigi?
La crisi francese non è una buona notizia per l’Italia. La debolezza di Parigi e Berlino certo offre un ruolo a Giorgia Meloni: la “melonimania” d’Oltralpe è anche un wishful thinking, integrare le estreme per dare stabilità al sistema è proprio ciò che a loro manca. Ma l’indebolimento è una cosa, la crisi estrema un’altra, e difficilmente l’Italia ne sarebbe immune. Aggiungo un dato: questa accelerazione ostacola la conversione dolce che Meloni sta portando avanti nell’Ue. Se qualcuno ti dà una spallata violenta, ti impone una brusca scelta di campo.
La pioggia di droni russi sulla Polonia e la mancata reazione di Donald Trump alla richiesta di aiuto di Varsavia significano la fine della Nato?
No, però marcano la necessità di una polarità europea della Nato stessa. L’idea di un nuovo ordine mondiale che veda l’egemonia russa sull’Europa non è campata per aria. E si estende a Paesi del fronte Sud più lontani da noi, come la Libia. Oltretutto, il nuovo presidente polacco Karol Nawrocki è un sovranista e sta usando pesantemente i suoi poteri di veto per indebolire il premier europeista Donald Tusk.
Però Mosca, indebitata e fiaccata dalla guerra ucraina e dalle sanzioni, non potrebbe minacciare l’Europa se non si sentisse le spalle coperte dall’inerzia Usa. Il nodo è Donald Trump?
Parliamo di egemonia, non di conquista. Certamente non risorgerà il blocco sovietico, ma il disinteresse della Casa Bianca la favorisce. Dagli archivi è emersa la trascrizione di un colloquio tra Boris Eltsin e Bill Clinton, con il primo che sostanzialmente chiedeva al secondo: “Perché ti fai carico delle scocciature di questi europei? Invece di perdere tempo lascia fare a noi che siamo più europei che asiatici”. Il sottinteso era che Mosca in cambio avrebbe lasciato a Washington spazio nel Pacifico. Credo che questo mosaico di interessi non sia tramontato.




