Né a destra, né a sinistra. Rosato fa il punto sul futuro di Azione

Rosato: “Né con il campo largo né con la destra di governo, differenze inconciliabili”. Azione punta al centro e aspetta la nuova legge elettorale

“Nella Lega la vannaccizzazione è minoritaria, nel centrosinistra è maggioritaria”. Così ragionano in questi giorni dalle parti di Azione. E la traiettoria è diretta: né con la destra, né con la sinistra, presidiare il centro, ammiccare ai moderati, sussumere un mini-terzo polo, aspettare le elezioni del 2027 e soprattutto la legge elettorale che verrà. “Non c’è nulla che non sia straordinariamente limpido – dice a BeeMagazine Ettore Rosato – Azione è al centro del campo. Non fa parte né del campo largo né della maggioranza di governo perché riteniamo che entrambe le coalizioni abbiano contraddizioni inconciliabili con noi”.

Il partito di Carlo Calenda conta due senatori – il leader e Marco Lombardo, componenti del gruppo Misto – e dieci deputati, il minimo per creare un gruppo parlamentare, presieduti dall’ex renziano della prima ora Matteo Richetti. Per capire le intenzioni calendiane basta dare un’occhiata al risiko delle Regionali, dove la parola d’ordine è: intese caso per caso, lontane dagli estremismi. Nelle Marche non sosteneva né il Fratello d’Italia uscente (e rientrante) Francesco Acquaroli né lo sfidante (sconfitto) Dem Matteo Ricci contrario alla costruzione di un termovalorizzatore per smaltire i rifiuti locali. Traduzione: dove ci sono i Cinquestelle non c’è Azione. Posizione ufficializzata già a luglio dall’ex ministro dello Sviluppo Economico, con una suggestiva postilla: “Se in Veneto Luca Zaia si candidasse in modo alternativo ci interesserebbe perché la sua Lega non è quella di Matteo Salvini ma è vicina al vecchio Veneto bianco”. Cioè democristiano. In Calabria, prossima tornata del 5-6 ottobre, il centrodestra compatto sostiene il forzista Roberto Occhiuto, non proprio un estremista, che si è dimesso e ricandidato con un blitz essendo indagato per corruzione. Calenda non lo sostiene a livello nazionale ma ha chiuso un occhio sull’appoggio di alcuni suoi dirigenti locali. Del resto dall’altra parte corre in quota pentastellata Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps che ha erogato il reddito di cittadinanza. Interessante che Matteo Renzi, sia pure senza simbolo, appoggi quest’ultimo, nonostante vedesse come fumo negli occhi il provvedimento simbolo dell’era di Giuseppe Conte.

Ma l’ex Rottamatore ha preso una direzione opposta a quella di Calenda quando la breve e tempestosa alleanza elettorale si è sciolta. Il primo aspira a tornare organicamente nel campo largo e tratta con Conte affinché ritiri il suo veto. Il secondo, viceversa, marca la distanza con entrambe le coalizioni. Addirittura, quando il campo largo ha finalmente trovato la quadra sul bis di Eugenio Giani in Toscana, per la prima volta appoggiato anche da M5S, Calenda gli ha ritirato il supporto: “Non ci facciamo dettare la linea dalla Taverna”. Ovvero Paola Taverna, vice-presidente del Movimento e fedelissima contiana.

In Campania, Calenda ha fatto un passetto in più approfondendo il solco con il campo largo. Contrario – a differenza di Italia Viva – alla candidatura di Roberto Fico che promette di chiudere il termovalorizzatore di Acerra, ha aperto a destra. Non c’è ancora il candidato, ma Azione potrebbe votarlo se fosse “moderato, liberale, di buon senso”. Soltanto in Puglia, sosterrà il Dem Antonio Decaro, ex sindaco di Bari, che corrisponde appunto all’identikit del riformista a lui caro.

La domanda che si fanno amici e nemici è una: in fondo a questa strada c’è una rendita di posizione come ago della bilancia del futuro governo oppure c’è un muro contro cui si andrà a sbattere? Calenda scommette sulla prima, alcuni dei suoi sulla seconda. Nel 2024 sono usciti Enrico Costa (direzione Forza Italia), Marca Carfagna e Mariastella Gelmini (direzione Noi Moderati di Maurizio Lupi). Adesso i giochi sono fermi. La faglia che divide Azione dal campo largo a trazione contiana in termini di programma è larga: valorizzazione e miglioramento del Jobs Act, sì al nucleare, sì ai termovalorizzatori e alle infrastrutture energetiche, no al reddito di cittadinanza e altri bonus. A destra, però, c’è la Lega: non di Zaia bensì del Capitano e, sempre più, di Roberto Vannacci, della Decima Mas, dei militanti arruolati come truppe, del “mondo al contrario”.

E allora, con queste premesse, nel 2027 che si fa? Rosato non si scompone: “Il nostro contributo diventerà indispensabile alla costruzione dell’esecutivo. Meglio Elly Schlein o Giorgia Meloni? Meglio la leadership di Mario Draghi”. La scommessa è duplice. Da un lato, mantenere quel 7-8% preso alle politiche del 2022, prima del burrascoso divorzio. Senza il brand Renzi? Gli “azionisti” ritengono che faccia premio la collocazione: il centro, l’araba fenice della Seconda Repubblica, bacino di potenziali consensi e vivaio di indecisi da riconquistare. Obiettivo doppia cifra, senza porsi limiti. Ma il secondo elemento è la legge elettorale: nei corridoi dei palazzi si scommette su un accordo ampio e praticamente chiuso per il proporzionale con indicazione del candidato premier sulla scheda. “Altrimenti – è il refrain – con questa legge, non vince nessuno”.

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