A Villa Falconeri a Frascati, sede dell’Accademia Vivarium Novum, si apre il 9 maggio la conferenza nazionale dell’Aici, Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiane, “Italia è cultura” per parlare degli istituti culturali italiani e del loro contributo nella diffusione del patrimonio intellettuale italiano. I lavori proseguono il 10 maggio con un programma denso di interventi, che illustreranno una parte importante del lavoro dei soggetti rappresentati dall’Associazione, che dal 1992 si occupa di promuovere la conoscenza degli istituti, delle fondazioni culturali italiane e dell’enorme materiale conservato nei loro archivi e nelle loro biblioteche. Flavia Piccoli Nardelli, presidente dell’Aici, ex coordinatrice del Forum Cultura del Partito Democratico e deputata Pd dal 2013 al 2022, racconta il ruolo dell’associazione, e le sfide che si trova ad affrontare in una realtà sempre più complicata.
Quanto investe l’Italia in cultura?
Gli investimenti in scuola, ricerca e formazione sono estremamente ridotti e la situazione è molto preoccupante. Siamo un paese che invecchia, un paese con un grande calo demografico, che sembra far fatica a proporre progetti di sviluppo che tengano conto del patrimonio straordinario che abbiamo. Tutto questo ci mette in grande difficoltà.
Ha sempre dovuto combattere con la l’insufficienza dei fondi…
Vengo dal mondo della scuola: ho insegnato storia e filosofia. Poi ho lavorato come Segretario generale dell’Istituto Sturzo per molti anni con uno straordinario presidente qual è stato Gabriele De Rosa. In questo ruolo ho collaborato con istituti che rappresentavano culture diverse, come la Fondazione Gramsci, l’Istituto dell’enciclopedia italiana (la Treccani), la Fondazione Lelio e Lisli Basso, la Società geografica italiana e la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Parliamo delle grandi fondazioni nate per raccogliere l’eredità politica e i patrimoni degli artefici della storia del Novecento, che comprendono di solito archivi, biblioteche, a volte reperti museali.
Questo patrimonio come viene trasmesso?
Quasi tutte le fondazioni hanno negli statuti l’impegno a divulgare, diffondere, quello che è il patrimonio ideale del fondatore. Devono trovare modi per renderlo fruibile e questo, di solito, comporta un rapporto privilegiato con le università, che si traduce in progetti di ricerca condivisa. Si tenta anche di intrattenere rapporti con la scuola secondaria di secondo grado, ma non sempre ci si riesce. Spesso uno dei problemi che hanno le fondazioni è il rischio di apparire elitarie, gli istituti si impegnano oggi per cercare di modificare quest’immagine.
Negli ultimi anni è cambiato qualcosa?
Sì, diciamo che anche attraverso i social il rapporto è cambiato. Per esempio attraverso i podcast, che rendono più facilmente fruibile quello che è un patrimonio storico importante per il paese e per tutti noi. Naturalmente le risorse sono sempre scarse: trovare disponibilità per finanziare il riordino degli archivi o per la gestione delle biblioteche è sempre molto più difficile che trovarli, per esempio, per una mostra o per un restauro. La nostra è l’immagine di una cultura più di nicchia, per addetti ai lavori.
In questo momento per cosa servono più fondi?
È necessario un investimento importante sul digitale. Non si tratta solo di riprodurre digitalmente il materiale degli archivi e delle biblioteche, servono fondi per la gestione dei metadati. Ovvero tutta quella parte che consente di utilizzare appieno i documenti digitali, di ritrovare le informazioni e incrociarle. È su questo che si gioca oggi la partita del Paese.
Potrebbe essere d’aiuto l’intelligenza artificiale?
Usarla oggi per lavori e studi umanistici offre grandi occasioni, anche se pone numerosi problemi. Innanzitutto quello del diritto d’autore che si tenta di risolvere a livello europeo. Esiste però anche una grande difficoltà nel distinguere le informazioni vere dalle false. Quando viene usata nelle bibliografie è impressionante vedere come l’IA mescoli dati precisissimi con altri palesemente inventati. E spesso per distinguere gli uni dagli altri ci vuole una grande competenza specifica. L’intelligenza artificiale è uno strumento che va usato da chi sa senza intelligenza artificiale.
Come si può preparare i ragazzi a utilizzare l’intelligenza artificiale in modo consapevole?
Secondo me il problema non è solo l’intelligenza artificiale, ma riguarda in generale l’uso dell’informatica. Nella Commissione cultura della Camera nel 2019 abbiamo tentato di promuovere nelle scuole la nascita di biblioteche che fossero analogiche e digitali insieme. Nella scuola italiana la biblioteca non è sempre presente. Ci sono istituti con splendide biblioteche e altri che non ne hanno affatto o, quando le possiedono, sono assolutamente inadeguate. Nell’ordinamento della scuola italiana non è previsto un organico destinato alla biblioteca e abbiamo tentato di affrontare il problema pur senza riuscirci.
Perché è così importante avere una biblioteca a scuola?
Credo che la possibilità di integrare una lezione con i materiali della biblioteca offra un vantaggio evidente. Il nostro tentativo era stato quello di costruire biblioteche analogiche e digitali insieme, perché con il digitale si può raggiungere una disponibilità di libri e documenti pressoché infinita.
Cosa si intende per biblioteca digitale?
Se ne può trovare un esempio brillante in Emilia-Romagna, dove la biblioteca digitale readER è stata messa a disposizione delle scuole, dando loro la possibilità di utilizzare un vasto patrimonio digitale che comprende, ad esempio, anche un gran numero di testate giornalistiche. Giornali non solo italiani, perché bisogna tener conto che ormai l’utenza della scuola comprende anche studenti che vengono da moltissime altre realtà. Il fatto di avere la possibilità di leggere un giornale che viene pubblicato in India o in Africa aumenta quel processo di integrazione che noi dobbiamo cercare di favorire.
Perché è importante che in classe si portino anche i giornali?
Io ho sempre pensato che una delle forme di maggior arricchimento da un punto di vista didattico sia quello di offrire più testi su uno stesso argomento. Ti consente di vedere da più parti la medesima questione, sia che si faccia una lezione di storia, che di letteratura o di filosofia. Credo che per i giornali valga la stessa cosa. Offre la possibilità di vedere come una notizia viene analizzata e sviluppata da più testate. È chiaramente un vantaggio, sviluppa lo spirito critico. I giovani sono il centro dei nostri interessi e devono restarvi.
A proposito dei giovani, perché per loro è così difficile oggi trovare lavoro nel mondo della cultura e perché i lavori in ambito umanistico sono così malpagati?
Il problema non riguarda solo l’ambito culturale, è una delle difficoltà più grandi nel nostro paese. Si tratta di uno di quei problemi che fa rimpiangere l’ascensore sociale che era una volta al centro degli interessi del mondo politico. Garantire l’ascensore sociale significava far crescere nuove classi sociali, promuovendo l’impegno dei singoli. Fino agli anni Settanta è stata una forza del nostro paese. Oggi il problema dell’esodo di giovani laureati verso l’estero ha raggiunto cifre allarmanti. Tanto più allarmanti perché non c’è corrispondenza con quelli che, invece, accogliamo. Significa che non siamo attrattivi. Non si tratta solo di trovare lavoro, ma di trovarne uno gratificante, ben pagato, in cui venga riconosciuta la professionalità richiesta.
Sono usciti dati dell’Istat e di Almalaurea che denunciano che avere una laurea in Italia è diventato quasi penalizzante. In molti casi è più semplice trovare un lavoro ben retribuito senza aver proseguito il proprio percorso di studi che dopo. Perché?
L’osservazione che fanno spesso i datori di lavoro è che il profilo professionale dei nostri laureati non corrisponde alle necessità del mondo del lavoro e, allo stesso tempo, c’è una maggiore rigidità nel proporsi. Abbiamo piccole e medie imprese che hanno bisogno di una preparazione di base, ma anche di una flessibilità che consenta di rispondere alle esigenze di un mondo che cambia velocemente. Il tema delle retribuzioni poi è molto delicato, gli stipendi italiani sono in media molto più bassi di quelli europei.
Nonostante le tante differenze, l’Europa è unita dal punto di vista culturale?
Si è sempre tenuto ad affermare che le culture europee sono espressione dei diversi paesi, che questo pluralismo è una forma di ricchezza da valorizzare. È proprio nelle differenze culturali delle diverse realtà europee che si vede la grande vitalità culturale dell’Europa. Io credo che questa consapevolezza sia stata presente sin dall’inizio della storia della Comunità europea. Tanto è vero che le tematiche legate alla cultura sono sempre state percepite come appannaggio dei diversi Stati nazionali. Quando si è tentato di lavorare sugli elementi comuni, si è cercato sempre di tenerne conto. Uno degli esempi più riusciti è quello dell’Erasmus. Un progetto che ha messo insieme generazioni diverse, di paesi diversi, con competenze diverse e diverse ricchezze culturali.
Gli istituti di cultura italiani che ruolo hanno in Europa?
L’Aici raccoglie 170 istituti distribuiti in varie zone del paese, ognuno con finalità diverse, di cui però fa sempre parte la formazione. In questo periodo si sta svolgendo una grande attività di ricerca e di convegnistica per approfondire i problemi che l’Europa sta affrontando. Dall’eccessiva burocratizzazione alle difficoltà di conciliare la risorgente spinta nazionalistica con un federalismo di cui l’Europa ha bisogno per poter vivere. I problemi sono però molto pesanti. Ci vuole un notevole equilibrio per affrontarli.
Lei nel corso della XVIII Legislatura (2019) ha presentato la proposta di legge per la promozione della lettura. La lettura è ancora un’emergenza in Italia o qualcosa è cambiato?
È stata una proposta di legge con un iter molto lungo e travagliato, che alla fine fu approvata da maggioranza e minoranza insieme. Ha avuto il merito di far affrontare al mondo del libro e della lettura gli anni della pandemia in modo positivo. I benefici derivati dai finanziamenti della 18App furono grandissimi, al punto che il provvedimento è stato copiato in Francia. In questi ultimi due anni purtroppo sono state modificate le norme che disciplinano l’erogazione delle risorse. Ed è uno degli elementi che ha portato ad una nuova crisi per il mondo del libro e della lettura negli ultimi due anni. Adesso c’è stato un tentativo da parte del Ministero della cultura di ripristinare alcune delle norme che erano state abrogate, a dimostrazione di come una serie di provvedimenti positivi come questi dovrebbe essere curata e mantenuta, non certo modificata o abolita.




