In una recente intervista al Financial Times, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ha dichiarato che la NATO sta valutando una risposta più “proattiva” anziché meramente “reattiva” alla guerra ibrida condotta dalla Russia. Cavo Dragone ha fatto esplicito riferimento agli attacchi cibernetici, ai sabotaggi di infrastrutture critiche come il taglio dei cavi sottomarini nel Baltico, e alle continue violazioni dello spazio aereo Nato. Ha precisato che qualsiasi azione preventiva nel dominio cyber dovrebbe rientrare in “un quadro giuridico e giurisdizionale molto stringente”, riconoscendo che i Paesi dell’Alleanza “hanno più limiti della nostra controparte, per motivi etici, legali e giurisdizionali”. Ha inoltre chiarito che un approccio più assertivo “va oltre il normale modo di pensare della Nato”, che rimane un’alleanza difensiva.
Un portavoce che rappresenta 32 nazioni
Ciò che molti commentatori italiani sembrano ignorare è il ruolo istituzionale del Presidente del Comitato militare Nato. Come specificato nei documenti ufficiali dell’Alleanza, il presidente del Comitato militare è “il senior military spokesperson dell’Alleanza su tutte le questioni militari” e agisce “a nome del Comitato nel portare avanti il consenso basato sui consigli dei Capi di Stato Maggiore della Difesa di tutti i Paesi membri Nato”. In altre parole, Cavo Dragone non esprime opinioni personali né italiane: rappresenta la posizione condivisa da tutti i 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica. Nessun Chair del Comitato militare Nato potrebbe rilasciare un’intervista a un giornale del calibro del Financial Times senza che le sue dichiarazioni riflettano il consenso alleato. Il suo ruolo è quello di portavoce militare dell’Alleanza, non di opinionista indipendente.
La polemica italiana è il sintomo di guerra cognitiva
La reazione italiana alle parole di Cavo Dragone è stata immediata e strumentale. La Lega ha parlato di dichiarazioni che “alimentano l’escalation”, il Movimento 5 Stelle ha accusato l’ammiraglio di voler “far saltare i negoziati”. Al contrario, negli altri 31 Paesi Nato, le medesime dichiarazioni sono state accolte come una naturale evoluzione della strategia di deterrenza. Questa anomalia italiana non è casuale. Come evidenziato dal ministro della Difesa Guido Crosetto nel suo “non-paper” sulla guerra ibrida, l’Italia è diventata un bersaglio privilegiato delle operazioni cognitive russe. Se durante la Guerra Fredda si parlava del “fianco sud della Nato” come punto debole militare, oggi è l’Italia stessa a rappresentare il ventre molle dell’Alleanza nel dominio cognitivo.
Il non-paper di Crosetto: un Paese sotto attacco
Il documento presentato da Crosetto al Consiglio Supremo di Difesa descrive con lucidità la situazione: “L’Italia è oggi oggetto di attacchi ostili, continui, coordinati, con l’obiettivo di indebolire lo Stato, polarizzare la società e screditare le istituzioni”. Il ministro avverte che “fingere che non stia accadendo significa offrire al nemico un vantaggio strategico”. Il non-paper identifica Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come i principali attori della minaccia ibrida, sottolineando come l’Italia sia particolarmente esposta per la dipendenza energetica, la presenza di numerose infrastrutture critiche vulnerabili, e un ecosistema politico-sociale fragile. Nel 2024, l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha gestito 1.979 eventi cibernetici e 573 incidenti confermati, con un incremento dell’89% rispetto al 2023.
Dimensione cognitiva e dominio cyber
Il documento del ministro Crosetto dedica ampio spazio alle operazioni nel dominio cognitivo, dove “l’impatto cognitivo prevale su quello fisico: basta seminare incertezza e paura”. Le campagne di disinformazione sui social media, l’utilizzo di influencer, la diffusione di narrazioni che sfruttano le divisioni politiche italiane sono strumenti di questa guerra “sotto soglia”. La guerra ibrida sfrutta la “plausible deniability” e colpisce simultaneamente su più fronti: cyber, informativo, cognitivo, economico ed elettromagnetico. Come sottolinea Crosetto, “il dominio cyber è il moltiplicatore che tiene insieme tutto: consente campagne di disinformazione, interferisce con i processi democratici, mette in difficoltà infrastrutture critiche”. Per contrastare questa minaccia, il ministro propone la costituzione di un’Arma Cyber civile-militare con un organico iniziale di 1.200-1.500 unità da portare a cinquemila, un Centro per il contrasto alla guerra ibrida, e un aumento complessivo degli organici di 10-15mila unità dedicati ai settori cyber, spettro elettromagnetico e nuove tecnologie.
Conclusioni
La polemica sulle dichiarazioni di Cavo Dragone è la migliore conferma delle sue parole e di quelle di Crosetto. L’opinione pubblica italiana, parte della classe politica e molti organi di informazione hanno reagito esattamente come Mosca sperava: travisando il messaggio, amplificando le divisioni, creando confusione su una questione che dovrebbe unire. La Nato rimane un’alleanza difensiva, ma questo non significa rimanere passiva di fronte a sabotaggi e attacchi quotidiani. La guerra ibrida contro l’Italia è già in corso. Ignorarla significa consegnare una vittoria strategica agli avversari. Come conclude Crosetto: “Le bombe hybrid continuano a cadere. Il tempo per agire è subito”. La prima azione necessaria è la consapevolezza: riconoscere di essere sotto attacco è il prerequisito per difendersi efficacemente.




