La guerra economica di Bessent fallirà, così come la guerra vera di Hegseth

Una volta si minacciavano e si applicavano sanzioni. E poi, se queste non ottenevano il risultato sperato, si procedeva all’impiego della forza militare per avere la meglio sull’avversario. In un ribaltamento degno di Copernico, l’amministrazione Trump ha invertito l’ordine, dichiarando una guerra economica dopo non essere riuscita a vincere una guerra vera. Ma è una mossa che sa di disperazione, mentre il prestigio delle Forze Armate americane tocca il suo punto più basso in quasi un secolo

Correva l’anno 1806 quando, dopo anni di tentativi falliti di mettere in piedi un’invasione anfibia delle isole britanniche, Napoleone promulgò il Blocco Continentale, che precludeva a ogni alleato della Francia di accogliere naviglio commerciale inglese nei propri porti. Nei piani dell’imperatore, il Blocco avrebbe strangolato la potenza economica di Londra, privandola della liquidità con cui, da un quindicennio, finanziava le coalizioni anti-francesi sul continente. Sulla carta, un piano perfetto. Anche in considerazione del fatto che, all’indomani della battaglia di Jena, tutta Europa era direttamente o indirettamente al guinzaglio di Parigi e che, entro un anno dalla creazione del Blocco, anche la Russia vi avrebbe aderito formalmente. Peccato che il Blocco si rivelò un fallimento su tutta la linea. Le merci inglesi erano troppo appetibili per gli Stati europei, i quali elusero il divieto per quasi un decennio, facendo quello che nel gergo contemporaneo definiremmo “aggirare le sanzioni”. Oggi, due secoli dopo, siamo sostanzialmente allo stesso punto: incapaci di risolvere la questione iraniana manu militari, gli Stati Uniti dichiarano in pompa magna la loro guerra economica contro Teheran. Ma è una mossa che sa di disperazione e che, al pari di quella di Napoleone, non darà i risultati sperati.

Una minaccia ben poco credibile

Scott Bessent, segretario al Tesoro, lo ha ribattezzato, con gusto tutto americano, il “D-Day economico” dell’Iran. Parliamo dell’operazione Economic Outcast (“rinnegato economico”), una campagna di sanzioni lanciata per recidere ogni legame residuo dell’Iran con il resto del mondo, colpendo cinque settori (asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi) con l’obiettivo di prosciugare le fonti di finanziamento dei Pasdaran e costringere Cina, India e gli altri grandi partner commerciali di Teheran a scegliere da che parte stare.

Il primo problema qui è la sequenza degli eventi. Di norma, le sanzioni precedono l’opzione militare, non la seguono. Il procedimento è abbastanza da manuale: si stringe il cappio economico per evitare la guerra, o per prepararne il terreno. Washington, invece, ha fatto l’esatto contrario. Prima l’operazione militare, impantanata da mesi in uno stallo senza vittoria né accordo, e solo adesso la leva economica, brandita come piano B dopo che il piano A non ha raggiunto l’obiettivo di piegare Teheran in poche settimane. Il risultato è che la minaccia suona assai poco spaventosa. Chi ha retto mesi di blocco navale e centinaia di raid aerei non si lascia intimidire facilmente da un elenco di sanzioni secondarie. Lo hanno fatto notare gli stessi Pasdaran, che hanno liquidato come pura fantasia le rivendicazioni americane sullo stretto di Hormuz, mentre il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ha risposto a Bessent che i partner di Teheran non si curano delle sanzioni statunitensi.

C’è poi la natura di queste sanzioni da discutere. I cinque settori colpiti da Economic Outcast riguardano ambiti secondari dell’economia iraniana, sicuramente importanti in ottica di modernizzazione del Paese, ma non certo per la sopravvivenza economica dello Stato. La ricchezza iraniana deriva dall’esportazione di idrocarburi e la loro prolungata indisponibilità colpisce gli Stati Uniti e i loro alleati ben più gravemente e rapidamente di quanto queste contro-sanzioni facciano lo stesso con Teheran. Una simile strategia aveva senso quando l’Iran era tenuto “sotto controllo” all’interno del JCPOA, accordo da cui il genio del deal-making Trump ha ben pensato di uscire, ridando respiro al programma nucleare iraniano. Adesso, a guerra in corso, il fattore tempo non gioca a favore di Washington, mentre ogni giorno che passa con Hormuz chiuso aumenta la leva iraniana.

E qui torna utile il parallelismo con Napoleone. Il Blocco Continentale falliva perché le merci inglesi (panno, zucchero, caffè) erano sostituibili, ma i governi costretti a rinunciarvi non erano disposti a pagarne il prezzo troppo a lungo. Con il petrolio iraniano il problema è persino più acuto, perché non si tratta di un bene voluttuario ma di energia, la merce di cui ogni economia sviluppata del pianeta ha un bisogno strutturale, a prezzi sostenibili, per non scivolare verso la recessione. Gli USA non stanno isolando le esportazioni di un Paese che vive di lusso e moda, come potrebbe essere l’Italia, ma di uno dei maggiori esportatori di idrocarburi al mondo. Con lo stretto già paralizzato e il transito commerciale ridotto a poche navi al giorno contro le oltre 130 pre-conflitto, nessuno dei grandi importatori accetterà di bruciare miliardi di dollari per assecondare l’ennesima crociata trumpiana. Il conto, alla fine, lo pagherà il consumatore occidentale alla pompa di benzina (seguito rapidamente dalle aziende energivore) e non il regime di Teheran. Tema che peraltro terrà presto banco anche in Italia, non appena il ritorno dalle ferie agostane farà notare alle persone che il prezzo dei carburanti è schizzato a livelli insostenibili per il cittadino medio.

Il segretario della Guerra che perde la guerra

Come si è visto, l’operazione Economic Outcast puzza di disperazione. E ne ha ben donde, visto il disastro militare cui stiamo assistendo. Nessuno dubita che le forze israelo-americane siano riuscite, come sempre, a condurre operazioni di grande complessità. Ma il dato tattico non compensa quello strategico: dopo sei mesi di guerra aperta, il regime iraniano è saldo quanto lo era con Alì Khamenei ancora in vita.

Questo fallimento ha un nome e un cognome: Pete Hegseth. Ex commentatore di Fox News e noto alcolista, le sue “esperienze militari” si limitano ad aver servito nella Guardia Nazionale come secondino nella prigione di Guantanamo, tristemente nota a livello internazionale per il suo lassismo nei confronti dei diritti dei prigionieri lì detenuti. In due anni da segretario della Difesa (pardon, della “Guerra”), Hegseth si è limitato a fare quello che faceva prima in televisione: show. Improbabili esibizioni di prestanza fisica, monologhi contro la barba sul volto dei militari e proclami di onnipotenza sono diventati il pane quotidiano del Pentagono, istituzione che nei decenni aveva fatto dell’efficienza e della competenza un vanto riconosciuto a livello globale. Piuttosto che occuparsi delle molte criticità dello US Military (come la crisi dei reclutamenti, la revisione della force posture all’estero, lo stato disastroso della cantieristica e lo svuotamento degli stock), Hegseth ha preferito concentrarsi sull’epurazione dei vertici della Difesa USA, che ora sono costituiti esclusivamente da uomini, bianchi e allineati con le posizioni MAGA.

Dall’insediamento di Hegseth, il Pentagono ha ridotto le comunicazioni con i giornalisti, limitato i rapporti al Congresso e messo la museruola a tutti i membri delle Forze armate. Mai come prima d’ora si sono visti così tanti whistleblower al Pentagono, i quali sotto garanzia di anonimato stanno portando a galla lo stato penoso in cui versa la più grande Forza armata al mondo. Esempio emblematico di tutto ciò è lo stato delle portaerei americane. Su undici navi in servizio, solo tre sono attualmente schierate, mentre altre due stazionano in porto a Norfolk e San Diego. Il resto è in manutenzione (che, nel caso delle portaerei nucleari, non dura poco) o in addestramento. Per una Marina che ha l’obiettivo di proiettare potenza in tutto il mondo in qualsiasi momento, si tratta di una condizione ingloriosa.

Nel frattempo, dopo nove mesi di navigazione ininterrotta, la USS Lincoln e il suo stremato equipaggio hanno finalmente puntato la prua verso casa, dopo settimane di fughe di notizie riportate dai parenti dei marinai che parlano di turni massacranti, carenze di rifornimenti e (parrebbe) due tentativi di suicidio che neanche la censura di Hegseth è riuscita a zittire completamente. A prendere il suo posto sarà la USS George Washington, precedentemente stanziata nel Pacifico Occidentale. Il che significa che, al momento, nessuna portaerei USA pattuglia le acque vicine alla Cina, vero rivale militare strategico di Washington. Parrebbe inoltre che la suddetta carenza di rifornimenti sulla Lincoln (che, per chi conosce le Forze Armate americane, è sconvolgente) sia da ricondurre a un attacco iraniano coronato da successo verso una non meglio precisata “US military base in the region”, di cui Hegseth si è dimenticato di riferire all’opinione pubblica e al Congresso, tra un versetto fasullo della Bibbia e uno squat sul posto. Nel frattempo, lo shortage di intercettori ha al contempo ridotto le opzioni di Washington nel Golfo e azzoppato le prospettive di chi quei sistemi avrebbe voluto importarli dagli Stati Uniti e che ora sta guardando ad altre alternative. Performance niente male per uno che ha voluto proclamarsi Segretario della Guerra e che, per buona misura, ha iniziato una guerra che non sa vincere.

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