Il risiko delle Regionali: per Lega e FdI la magnifica preda è il Nord Est

Trento, Friuli, ma soprattutto Lombardia e Veneto: sul terzo mandato per i governatori, in vista delle Regionali, si pesano i rapporti di forza tra alleati e la tenuta della coalizione di governo

Matteo Salvini ricorda spesso, accompagnando la sottolineatura con un gran sospiro, la generosità di Silvio Berlusconi: il Cavaliere straripante, con Forza Italia oltre il 30% che lasciava alla Lega più regioni di quanto l’aritmetica avrebbe consentito consapevole che la magnanimità è la prima qualità dei leader (e dei premier). Altri tempi: adesso governa Giorgia Meloni, e le truppe dell’ex underdog, affamate e ambiziose, puntano a non fare prigionieri. Così – con buona pace dell’ondivaga politica estera che riempie le prime pagine dei giornali scolpendo la premier a volte come l’esclusa dai consessi che contano (Kiev, Tirana) e altre volte come la pontiera delle più raffinate strategie (il possibile incontro Russia-Ucraina in Vaticano) – a contare davvero per il governo sono beghe assai più concrete.

Il governatore della regione Veneto Luca Zaia (Lapresse)

Il Veneto, Trento, il Friuli: anatomia di una contesa

Come si sa, chi amministra i territori detiene potere. E in questi giorni tra Lega e FdI si combatte uno scontro forse meno visibile del riarmo europeo ma assai più deflagrante. Quello per il terzo mandato dei governatori regionali. La vicenda è nota: ad aprire le ostilità fu Salvini per difendere Luca Zaia (togliendosi dai piedi, prima del congresso, un potenziale rivale per la segreteria) e mettere in sicurezza la “cassaforte Veneto”. Manovra fallita per la reazione gelida dei meloniani: impugnando con successo davanti alla Corte Costituzionale la legge campana, il governo ha parlato a nuora (Vincenzo De Luca) affinché suocera (Zaia) intendesse. Fine dei giochi? Macché. E’ appena scoppiato il caso della provincia autonoma di Trento: il leghista Maurizio Fugatti si vota la legge che consente la terza candidatura, il consiglio dei ministri la impugna nonostante le le accuse (tutte interne alla maggioranza) di ledere l’autonomia speciale. Come in un gioco di specchi, la posta vera è più alta: nel 2028 andrà al voto il Friuli Venezia Giulia dove Max Fedriga vorrebbe ripresentarsi. Così, con il pretesto di una polemica locale, gli assessori leghisti (e forzisti) si sono dimessi in blocco: crisi vera o – come masticano amaro i meloniani – crisi pilotata per consentire a Fedriga il tris dimettendosi e aggirando l’eventuale no della Consulta? Si vedrà.

Roberto Vannacci (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

La questione lombarda

Ma come nel gioco del domino, non finisce qui: in Lombardia l’assessore alla Sanità Guido Bertolaso ha rassegnato le dimissioni, subito respinte dal governatore (leghista) Attilio Fontana, in polemica con il collega Romano La Russa, fratello dell’Ignazio seconda carica dello Stato e co-fondatore di FdI. Anche qui si delineano due schieramenti conditi dai veleni: sotto il Pirellone si vota nel 2028, ma una crisi anticipata allineerebbe la regione al Veneto dove si andrà alle urne entro novembre. Sono le due big players: FdI ne rivendica una, i salviniani non vogliono mollare il radicamento nel Nord-Est. Il Capitano in difficoltà ha calato la carta di Vannacci vice-segretario del Carroccio per stabilizzarne i consensi (500mila alle scorse Europee) ma sa di dover placare la vecchia base nordista, quella che sotto sotto rimpiange le battaglie di Umberto Bossi.
Occhio, dunque, al risiko delle Regioni: è lì che si misureranno davvero i rapporti di forza tra i partiti di centrodestra e la tenuta della coalizione. Soprattutto nel Nord-est: la locomotiva del Paese, la parte più produttiva e ricca, insomma la magnifica preda.

Federica Fantozzi

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