Filosofo e psicanalista di scuola junghiana, collaboratore di “Repubblica” e autore di una enciclopedica produzione scientifica, Umberto Galimberti è uno psicanalista e filosofo italiano, che di tutto può essere accusato tranne che di essere un reazionario. In passato, anzi, aveva subito numerosi attacchi giornalistici da destra, legati all’uso disinvolto delle citazioni all’interno di alcuni suoi saggi. Eppure le sue dichiarazioni, rese a caldo, nel corso di un incontro sulla scuola organizzato dalla Confartigianato vicentina, ne hanno fatto il bersaglio di feroci critiche, perché hanno sfidato uno dei dogmi prevalenti nell’odierna ortodossia pedagogica: il dogma dell’inclusione a qualunque costo e della medicalizzazione del disagio scolastico.
“La scuola elementare – ha detto Galimberti, le cui parole possono essere ascoltate su Instagramì- sembra che sia diventata una clinica psichiatrica, sono tutti discalculici, disgrafici, dislessici, asperger, autistici, ma chi l’ha detto? Ai tempi miei non c’erano queste condizioni, c’era uno che era più bravo e quell’altro un po’ meno bravo che poi si esercitava e diventava bravo. Perché patologizzare tutte le insufficienze?”. Ma ha aggiunto qualcosa destinato a suscitare polemiche ancora maggiori, sostenendo che l’aumento allarmante delle certificazioni per i Disturbi specifici dell’apprendimento (i cosiddetti Dsa) tra gli studenti sarebbe almeno in parte legato all’interesse dei genitori nell’agevolare il percorso scolastico dei figli piuttosto che alle loro reali carenze.
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Dichiarazioni di quel genere non potevano non suscitare reazioni, e infatti la polemica è rimbalzata sulla stampa e soprattutto sui social. La brutale similitudine fra una classe della scuola dell’obbligo e una clinica psichiatrica ha suscitato reazioni sia fra i genitori, accusati di comportamenti opportunistici, sia fra medici e psicologi, che si sono sentiti chiamati in causa come elargitori di certificati compiacenti, sia fra ex alunni che in passato erano stati emarginati o penalizzati in sede di valutazione perché il loro disturbo non era stato riconosciuto. Tipico il caso dei dislessici, considerati a lungo dei ritardati mentali prima che il loro disagio, di carattere neurobiologico, venisse preso in considerazione dalla scienza medica, dalla pedagogia e anche dalla cinematografia, con pellicole che hanno posto in luce le loro problematicità e in certi casi il loro dramma.
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L’autocorrettore corregge davvero?
Eppure le parole del professor Garimberti meriterebbero un minimo di considerazione e soprattutto di rispetto. Dietro la loro brusca franchezza è possibile avvertire un’eco dell’esperienza personale del filosofo, che non è stato il figlio privilegiato di una famiglia benestante (un “Pierino”, secondo la tipologia di don Milani), ma semmai un “Gianni”, precocemente orfano, proveniente da una famiglia di dieci figli, che per mantenersi agli studi ha dovuto alternare lo studio al lavoro. Nasce presumibilmente anche di qui la sua diffidenza nei confronti dei tentativi di “medicalizzare” ogni difficoltà nell’apprendimento. Alla base delle sue dichiarazioni potrebbe esserci un’etica del lavoro, dell’impegno, del sacrificio che lo rende a torto o a ragione perplesso dinanzi a diagnosi facili o precoci, deresponsabilizzanti per le famiglie e gli stessi studenti. Dotare d’ufficio ogni alunno dislessico (o disgrafico, o disortografico, o discalculico) di un computer provvisto di un autocorrettore,o di una calcolatrice elettronica, non rischia di farlo abdicare a ogni impegno per superare le sue difficoltà? Il vecchio detto secondo cui la necessità aguzza l’ingegno avrà pure un fondo di verità.
Le famiglie e la scuola
Un discorso a parte riguarda le famiglie. Un tempo (mettiamo sino alla fine dello scorso millennio) avere un figlio con delle criticità, anche non particolarmente gravi, era considerato una vergogna sociale, uno stigma se possibile da nascondere. Era un comportamento discutibile, figlio di un’etica sociale profondamente diversa. Una volta scoperto che dall’accertamento burocratico di tale condizione potevano derivare facilitazioni, l’atteggiamento è radicalmente cambiato.
Un caso controverso di dislessia
A testimonianza di tale mutamento, chi scrive potrebbe citare un caso singolare verificatosi vent’anni fa. I familiari di un alunno della prima classe di un liceo dell’hinterland fiorentino che era stato respinto (o, se si preferisce, non ammesso alla classe superiore) avevano fatto ricorso sostenendo che nella sua valutazione non era stato tenuto conto della sua dislessia. Esaminando il caso, e il suo libretto scolastico, si era fatta una singolare scoperta. Lo studente era stato “certificato” con questo disturbo già alle medie, ma al momento dell’iscrizione alle superiori i genitori si erano guardati bene dal denunciare tale condizione, forse perché lo ritenevano superato, forse perché volevano evitare che il figlio entrasse al liceo con questo presunto marchio.
Paradossalmente, a intuire che ne fosse affetto era stata, non richiesta, la professoressa di italiano, che aveva dato prova di una precoce (era il 2005) sensibilità al problema. Ovviamente, l’esposto era stato archiviato, anzi ci aveva fatto una bella figura la docente intelligente nel confronto con i genitori reticenti. Oggi il problema non si porrebbe, perché semmai c’è la corsa alle certificazioni, che inducono spesso i docenti amanti del quieto vivere a promuovere comunque, per timore di verifiche ispettive o di ricorsi al Tar. Il rischio di “sovradiagnosi” – per usare un garbato eufemismo – è sempre maggiore, anche se ovviamente smentito dai diretti interessati.
L’autismo in aumento nelle scuole
Tutto questo, naturalmente, non deve indurre a sottovalutare un disagio più generale che va ben al di là delle semplici difficoltà di lettura, di scrittura e di calcolo. Aumentano infatti gli studenti affetti da autismo, da deficit dell’attenzione o iperattività, che richiedono, oltre all’attenzione dei docenti, anche il supporto degli insegnanti di sostegno. Questi ultimi erano originariamente entrati in servizio negli anni Settanta, sotto l’impulso della Commissione presieduta dalla senatrice Franca Falcucci, per assistere gli scolari con seri handicap, un tempo iscritti alle scuole differenziali e poi ammessi nelle classi “normali” della scuola dell’obbligo.
In seguito la loro presenza è stata necessaria anche nelle medie superiori, per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale – la 215/1987 – che negava al preside la possibilità di rifiutare a un handicappato l’ammissione ai corsi nel caso non avesse potuto trarre beneficio dalla frequenza o addirittura avesse potuto recare pericolo (tipico il caso di istituti tecnico-professionali con esercitazioni di laboratorio). Ma il loro numero è aumentato in misura allarmante negli ultimi decenni, tanto che, secondo le ultime rilevazioni, nell’anno scolastico 2022/2023 gli insegnanti di sostegno erano 217.796, il 23% del totale dei docenti, con un aumento del 163% rispetto a nove anni prima. Se si aggiungono loro gli “educatori”, dipendenti spesso da cooperative, e in certi casi gli psicologi, gli assistenti sociali e i consulenti esterni, l’onere economico dell’inclusione appare tutt’altro che indifferente. Ma tutt’altro che indifferente è la crescita del numero degli studenti con disabilità, passati da 216.452 nell’anno scolastico 2015/2016 a 312.235 nel 2022/2023.
Siamo davvero una società “patogena”?
Al di là del rischio di certificazioni “opportunistiche” si pone comunque un interrogativo: stiamo diventando davvero una società “patogena”? e a quali fattori addebitare questa allarmante crescita dei disturbi psicologici? C’è chi attribuisce il fenomeno agli effetti di lunga durata del Covid, giustificazione che fa un po’ sorridere, se solo si considera che i nati fra gli anni Trenta e i primi anni Quaranta, la generazione protagonista della Ricostruzione e del Miracolo, avevano conosciuto, fra bombardamenti, rastrellamenti, guerra civile, razionamento, assenza o perdita dei padri richiamati alle armi, traumi ben maggiori di quelli derivanti da di un confortevole lockdown con gli scaffali dei supermercati pieni, le serie Netflix da vedere in tv, i videogiochi a portata di mano, cellulari e computer per collegarsi con tutto il mondo.
C’è chi fa presente che in una società in cui un matrimonio su due fallisce la separazione dei genitori può esercitare un effetto traumatico sui bambini e sugli adolescenti, anche se non è raro il caso inverso, ovvero la presenza di un figlio handicappato come causa o concausa della crisi di una coppia. Anche l’abuso del cellulare, concesso ai figli in età sempre più precoce, magari come surrogato della tv come baby sitter elettronica, può comportare disturbi della personalità, a partire dalla carenza di concentrazione e dalla difficoltà di intrattenere civili rapporti sociali. Camminando per le strade, in cui spesso almeno una persona su due passeggia parlando al cellulare o scambiando messaggi, si prova l’impressione di trovarsi in una società “autistica”, in cui il dialogo interpersonale è ridotto ai minimi termini.

L’apporto degli insegnati di sostegno
Un discorso a parte meriterebbero i rapporti fra le famiglie di alunni problematici e gli insegnanti, in particolare i docenti di sostegno. Un motivo frequente di doglianze è la scarsità delle ore di cui ogni alunno certificato può usufruire. Oggi su dieci studenti con handicap sono in servizio sette docenti di sostegno, un rapporto parzialmente accettabile, anche se bisogna considerare che, mentre l’orario di un professore è di diciotto ore, la durata delle lezioni sfiora e a volte supera le trentasei ore, non solo nella scuola primaria e alle medie, ma anche nelle superiori. Non è un grave problema nel caso di alunni che hanno bisogno di un supporto didattico, lo è nel caso di scolari con seri problemi psichici, spesso aggressivi nei confronti dei compagni o degli stessi docenti, che non possono essere lasciati senza controllo (di qui la necessità degli “educatori”).
Sussiste però un altro tipo di lamentele, legato alla scarsa efficacia dell’intervento di sostegno, se non a uno scarso impegno o a una modesta competenza dei docenti. Naturalmente, in certi casi, le proteste possono essere fondate, ma si avverte spesso dietro di esse un comprensibile risentimento nei confronti della società dei “normali”, se non un sottile e magari inconscio tentativo di colpevolizzare gli “altri” – si tratti del docente “inadeguato” o dell’inadeguatezza degli organici, – per assolvere se stessi da ogni responsabilità educativa.
Scuola, il ruolo dell’insegnante di sostegno
Un discorso a parte meritano la figura e il ruolo dell’insegnante di sostegno. Un tempo tale funzione era considerata, a torto, subalterna, quasi “ancillare” rispetto alle famiglie e all’insegnante di cattedra, il “vero” professore. Iniziare l’insegnamento con tale incarico era giudicato una sorta di “tassa d’ingresso” per maturare anzianità di servizio in vista del passaggio di ruolo. Oggi la situazione è profondamente cambiata e non è raro il caso di docenti di sostegno che, pur avendo conseguito l’abilitazione per l’insegnamento di prestigiose discipline, preferiscono rimanere nella posizione precedente. Dietro tali scelte possono sussistere pulsioni generose – il desiderio di assistere nel processo di maturazione i più fragili, – ma anche motivazioni di carattere pratico: l’insegnante di sostegno non ha la responsabilità didattica e soprattutto disciplinare di un’intera classe e opera quasi sempre in compresenza. Tale ruolo, inoltre, non pregiudica progressi di carriera.
Non è infrequente il caso di insegnanti che superano il concorso a dirigente scolastico senza avere mai insegnato una specifica disciplina. Una di loro è stata Lucia Azzolina, l’ex sottosegretaria e ministra dell’Istruzione del governo Conte, che, pur avendo due lauree conseguite con il massimo dei voti e la lode, non era mai salita in cattedra come titolare di uno specifico insegnamento. Forse, se avesse avuto la responsabilità di un’intera classe, magari turbolenta, avrebbe capito che i banchi con le rotelle non erano la soluzione ottimale, nemmeno in tempi di emergenza Covid.




