Il voto che ha consegnato al governo giapponese guidato da Sanae Takaichi una super-maggioranza apre ora la possibilità per Tokyo di riscrivere le regole relative alla difesa del Sol levante, con conseguenze strategiche capaci di modificare anche sensibilmente gli equilibri della regione. In particolare, la nuova maggioranza parlamentare consente all’esecutivo di mettere mano alla Costituzione, con la possibile modifica dei vincoli imposti dalla Carta al disarmo giapponese, a partire dal celebre Articolo 9. È un passaggio che, se portato a compimento, avrebbe un impatto profondo sull’identità strategica del Paese. Per decenni il Giappone ha interpretato il proprio ruolo militare in chiave strettamente difensiva, incardinando le Forze di autodifesa in una cornice giuridica volutamente ridotta, nate addirittura come riserva di polizia ed evolute nel tempo.
La linea sposata soprattutto dalle forze di maggioranza del Paese è quella che questo tipo di limitazioni, incardinate nella logica storica della fine della Seconda guerra mondiale, sono oggi antiquate e non più adatte allo scenario geopolitico nel quale si trova il Giappone. Con una democrazia ormai consolidata da oltre un ottantennio, Tokyo ritiene ora di potersi riappropriare di un ruolo militare senza rischio di derive militariste, soprattutto in un Indo-Pacifico segnato dall’assertività cinese, dalle tensioni su Taiwan e dalla crescente militarizzazione delle rotte marittime.
La revisione costituzionale aprirebbe la strada a un maggiore protagonismo giapponese nello scacchiere regionale, trasformando Tokyo in un attore di sicurezza tradizionale, e quindi più incisivo. Un’evoluzione che guarda inevitabilmente agli Stati Uniti, per i quali il Giappone rappresenta uno degli assi portanti della strategia di deterrenza nei confronti di Pechino. Un alleato tecnologicamente avanzato, politicamente stabile e sempre più disposto a condividere oneri e responsabilità.
Questo cambio di passo non nasce nel vuoto. Da anni il Giappone ha avviato un ampio programma di ammodernamento delle proprie forze armate, con investimenti crescenti in capacità navali, aeree e missilistiche. Dalla difesa antimissile alla sorveglianza spaziale, passando per il rafforzamento della componente aeronavale, Tokyo sta costruendo uno strumento militare coerente con un ambiente strategico molto più competitivo rispetto al passato. Oggi, quelle nipponiche sono forze armate in tutto fuorché nel nome, pur avendo delle restrizioni significative in settori cruciali delle architetture militari tradizionali in tutte quelle aree ritenute “offensive”. L’esecutivo giapponese ha già più volte aggiornato le misure di impiego e impegno militare, cercando di aggirare o estendere l’interpretazione del dettato costituzionale, e oggi quelle giapponesi sono considerate all’ottavo posto tra le forze armate più capaci del pianeta. Esempi sono stati il cambio di nome dell’Agenzia della Difesa in Ministero della Difesa, o l’estensione di capacità portaerei su unità che formalmente sono incrociatori portaelicotteri.
In questo quadro si inserisce anche il Global Combat Air Programme (GCAP), il programma per lo sviluppo di un caccia di nuova generazione che vede insieme Giappone, Regno Unito e Italia. Non è solo un progetto industriale, ma un segnale politico di prim’ordine: la volontà di costruire interoperabilità, autonomia tecnologica e partnership strategiche di lungo periodo tra Paesi che condividono la stessa lettura delle minacce globali. Per l’Italia, la partecipazione al GCAP rappresenta un tassello fondamentale nella proiezione industriale e strategica verso l’Indo-Pacifico. Per il Giappone, è la conferma che la sicurezza nazionale non può più essere pensata in chiave isolata o esclusivamente bilaterale con Washington.




