La difesa è tornata a essere una variabile centrale della politica internazionale, una funzione strutturale della competizione tra grandi potenze. La rivalità sistemica tra Stati Uniti e Cina, unita all’invasione russa dell’Ucraina, ha definitivamente archiviato l’illusione di un ordine internazionale regolato quasi esclusivamente da interdipendenze economiche, come tra l’altro, certificato anche dai protagonisti del recente World Economic Forum a Davos. Il rapporto annuale appena pubblicato dall’International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, fotografa con precisione questo passaggio di fase, restituendo l’immagine di un mondo più armato, più instabile e più industrialmente mobilitato.
Il volume analizza dati aggiornati su oltre 170 Paesi, combinando numeri, trend industriali e valutazioni strategiche. Quello che emerge è una crescita della spesa militare globale, ma non uniforme. Soprattutto, registra il centro di ricerca, spendere di più non equivale automaticamente a essere pronti a combattere e sostenere una guerra. Una lezione che vale per le superpotenze, ma ancora di più per l’Europa e per un Paese come l’Italia.
Stati Uniti, il primato globale sotto stress
Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo attore militare mondiale. Nel 2024 la spesa per la difesa ha raggiunto i 968 miliardi di dollari, pari a circa il 39% del totale globale. Nessun altro Paese si avvicina a questi livelli. Tuttavia, The Military Balance sottolinea come il primato americano non sia più privo di frizioni strutturali. La strategia di Washington è esplicitamente orientata alla competizione tra grandi potenze. Nonostante le nuove parole d’ordine imposta dalla National security strategy di Donald Trump, Cina e Russia restano i due principali Paesi osservati speciali da parte di Washington.
Al netto delle dichiarazioni che provengono dalla Casa Bianca, gli Stati Uniti restano oggi impegnati simultaneamente su più teatri: il sostegno militare all’Ucraina, la gestione delle crisi in Medio Oriente, la deterrenza rafforzata in Europa e il riequilibrio strategico verso l’Indo-Pacifico. Questa pressione multilivello ha messo in luce una vulnerabilità finora poco discussa: la profondità delle scorte. Munizioni, missili intercettori e sistemi di difesa aerea sono stati consumati a ritmi incompatibili con i cicli produttivi tradizionali, spingendo Washington a un rilancio massiccio della propria base industriale della difesa.
Sul piano capacitivo, gli Stati Uniti stanno modernizzando l’intera triade nucleare – dal nuovo ICBM Sentinel ai sottomarini strategici classe Columbia, fino al bombardiere di sesta generazione B-21 Raider – mentre accelerano lo sviluppo di missili terrestri a medio-lungo raggio, sistemi ipersonici e difesa aerea multilivello. Parallelamente, cresce l’investimento in sistemi autonomi e “sacrificabili” (nel testo sono definiti “attritable”, traducibile a grandi linee come “impiegabili per l’attrito o logoramento”), sintetizzato dall’iniziativa Replicator, pensata per produrre in massa piattaforme la cui perdita non rappresenta un costo eccessivo ed efficaci nei nuovi contesti bellici.
Il limite principale resta la tensione tra ambizione strategica globale e sostenibilità industriale e politica. Una tensione che, come segnala il dossier, potrebbe essere accentuata dalle politiche di Donald Trump, soprattutto sul fronte della relazione con gli alleati europei.
Cina, da potenza regionale a sfidante sistemico
La Cina prosegue una modernizzazione militare sistemica, coerente e di lungo periodo. La spesa ufficiale per la difesa nel 2024, l’anno più recente per il quale si hanno dati sufficientemente attendibili, è stata pari a circa 242 miliardi di dollari, ma il rapporto evidenzia come, in termini di parità di potere d’acquisto, il dato riduca sensibilmente il divario con gli Stati Uniti e avvicini Pechino ai livelli russi.
Gli sforzi cinesi si concentrano su forze missilistiche avanzate, marina oceanica, capacità A2/AD (anti access/area denial), aviazione di nuova generazione e dominio spaziale. Particolarmente rilevante è la riorganizzazione delle forze armate in chiave joint, che rafforza l’integrazione operativa e la rapidità decisionale.
Uno degli elementi più sensibili messi in luce dall’IISS è la rapida espansione dell’arsenale nucleare cinese. Questo trend mina progressivamente la stabilità strategica basata sul tradizionale bipolarismo USA-Russia e alimenta crescenti preoccupazioni a Washington.
L’attenzione riposta da Pechino sulle sue Forze armate non è scevra di implicazioni politiche, come sottolineato dalle recenti purghe attuate dal Presidente Xi Jinping agli alti vertici del Commissione Militare Centrale, il doppio organo (a composizione identica) del Partito/Stato al vertice supremo delle questioni militari. Sul piano politico-militare, Pechino sta aumentando la pressione su Taiwan attraverso esercitazioni sempre più realistiche e complesse, e sarebbe stata proprio la mancanza di progressi significativi, soprattutto nel campo dell’integrazione interforze, a causare l’epurazione degli alti ufficiali dell’Esercito di Liberazione Popolare.
Russia, una minaccia strutturale
La Russia appare sempre più come un’economia mobilitata per la guerra. Nel 2024 la spesa militare cresce di oltre il 40% in termini reali, raggiungendo circa 146 miliardi di dollari, con un peso superiore al 6,5% del PIL. Nonostante perdite molto elevate in Ucraina – in termini di personale e mezzi, inclusi carri armati – Mosca mantiene ambizioni strategiche inalterate. Il rapporto evidenzia come la Federazione Russa abbia riconvertito parte significativa del proprio apparato industriale alla produzione di massa, compensando le carenze tecnologiche con forniture provenienti da Iran e Corea del Nord. Restano intatti un vasto arsenale nucleare, rilevanti capacità missilistiche e di artiglieria e, soprattutto, una forte propensione all’uso della forza come strumento politico. Secondo i dati dell’IISS, la minaccia russa per l’Europa non è contingente né temporanea, ma strutturale, e va considerata anche nel medio-lungo periodo.
Unione Europea, più Difesa ma problemi irrisolti
Nel suo complesso, l’Unione Europea ha aumentato la spesa per la difesa di oltre il 50% rispetto al 2014, con una crescita reale dell’11,7% nel solo 2024. Germania, Francia, Polonia e Regno Unito trainano questo trend, con Berlino in particolare che è diventata il quarto spender mondiale grazie anche al Sondervermögen, il fondo speciale tedesco da cento miliardi di euro istituito nel 2022 per modernizzare le Bundeswehr, mentre Varsavia entra stabilmente nel gruppo dei principali investitori militari.
Tuttavia, The Military Balance segnala limiti strutturali persistenti: frammentazione industriale, carenze di personale, difficoltà di reclutamento e scorte insufficienti dopo decenni di “dividendo della pace”, registrano il nodo ancora largamente problematico del raggiungimento del 2% del PIL per i Paesi europei in un momento in cui il livello di tale spesa è stato addirittura ulteriormente innalzato dalla Nato. Spese che, per l’IISS, rappresentano ormai una soglia minima di credibilità militare.
Il nodo centrale, però, non è solo quanto spendere, ma se i bilanci nazionali siano sufficienti a sostenere una produzione militare prolungata. Inflazione industriale, aumento dei costi energetici e colli di bottiglia produttivi rischiano di assorbire gran parte degli incrementi di spesa senza tradurli in reale prontezza operativa.
Il nodo dell’industria europea della Difesa
Sul piano capacitivo, il rapporto descrive un’Europa che abbandona definitivamente il modello dell’“esercito leggero expeditionary” per tornare a logiche di massa, scorte e resilienza. Le priorità emergenti includono artiglieria convenzionale, difesa aerea e missilistica terrestre, missili da crociera a lungo raggio e persino l’esplorazione di sistemi terrestri con raggio superiore ai mille chilometri. L’autorizzazione all’uso di missili europei contro obiettivi in Russia segna un salto politico-strategico rilevante. Parallelamente, cresce la diversificazione dei fornitori, con Corea del Sud, Israele, Turchia e Brasile sempre più presenti nei mercati europei.
L’IISS dedica grande attenzione alla European Defence Technological and Industrial Base, sottolineando una transizione concettuale cruciale: dal culto degli exquisite systems a soluzioni più semplici, economiche e producibili rapidamente. La deterrenza europea passa sempre più dalla capacità di produrre munizioni, non solo piattaforme sofisticate.
Italia, tra ambizione e sostenibilità
In questo quadro, l’Italia occupa una posizione intermedia ma strategicamente sensibile. Con una spesa di circa 36 miliardi di dollari nel 2024, Roma rientra tra i 15 maggiori spender mondiali, ma resta sotto la soglia del 2% del PIL, elemento di frizione in ambito NATO. Il rapporto non muove critiche dirette, ma colloca chiaramente l’Italia in una zona di ambiguità strategica: ruolo politico e operativo rilevante nel Mediterraneo, nella NATO e nell’UE, a fronte di risorse finanziarie inferiori alle ambizioni dichiarate. Le Forze armate italiane sono altamente professionalizzate, interoperabili e con forte esperienza expeditionary, ma numericamente ridotte per uno scenario di alta intensità e con difficoltà nella rigenerazione delle scorte.
L’industria della difesa italiana emerge come un asset strategico, soprattutto nei settori aerospazio, elettronica, navale e missilistico. Tuttavia, anche Roma sarà sempre più giudicata per ciò che riesce a produrre in tempi di crisi, non solo per ciò che progetta.
Nel Mediterraneo allargato, l’Italia è implicitamente descritta come attore chiave, nodo logistico NATO e Paese direttamente esposto a instabilità regionale, minacce ibride e pressione migratoria. Una condizione che rende sempre meno sostenibile una difesa “minimalista”.




