Dentro il Cremlino. Il potere russo è più opaco che mai

Il conflitto russo-ucraino non si comprende senza guardare dentro il Cremlino: un universo opaco dove intelligence, oligarchi e generali pesano quanto il presidente

Il conflitto tra Russia e Ucraina rappresenta oggi un tema in cui la politica interna di Mosca si intreccia inestricabilmente con le tensioni internazionali, sollevando interrogativi inquietanti sulla vicinanza a una vera escalation militare. L’avvio di questa guerra è stato descritto come un grave errore commesso da Mosca, pur sottolineando come alla radice della decisione russa vi siano stati comportamenti ritenuti scorretti da parte dell’Ucraina e degli Stati Uniti, i quali non avrebbero approfondito la via di un accordo prima della degenerazione della crisi.

Le radici del conflitto e la natura del potere russo

Mosca non ha mai nascosto l’impossibilità di accettare l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, lamentando al contempo le disattese degli accordi di Minsk e del “modello Normandia”. Tuttavia, per comprendere l’attuale scenario, è necessario guardare oltre la facciata ufficiale del Cremlino. Esso non è solo un palazzo, ma un universo di potere e segretezze dove reti di intelligence, oligarchi e generali determinano la linea politica, talvolta più dello stesso Presidente. La Russia eredita una tradizione zarista e sovietica in cui il potere si mantiene non solo con la forza, ma attraverso l’enigma e l’ambiguità strutturale. Assassinati mirati, sparizioni e depistaggi sono parte di un linguaggio politico utilizzato come arma tanto quanto i carri armati, volto a colpire il nemico e inviare messaggi agli osservatori esterni.

La risposta dell’Alleanza Atlantica: chiarezza contro opacità

In contrapposizione all’opacità russa, la NATO si muove sulla base della trasparenza e della discussione pubblica dei propri trattati. In questo contesto, assumono rilevanza centrale due articoli dello Statuto: l’Articolo 4: Prevede che un membro che si senta minacciato possa chiedere consultazioni immediate agli alleati per valutare opzioni e rafforzare la deterrenza. È stato invocato più volte, ad esempio dalla Polonia (nel 2014 e 2022) e dalla Turchia tra il 2003 e il 2020 per le crisi in Iraq e Siria; l’Articolo 5: Considerato la pietra angolare dell’Alleanza, stabilisce che un attacco contro un paese membro equivale a un attacco contro tutti. È fondamentale però chiarire una banalità spesso diffusa: l’attivazione dell’articolo 5 non comporta una risposta armata automatica. Ogni Stato membro valuterà l’azione che riterrà necessaria, che può variare dall’interruzione dei rapporti diplomatici e sanzioni fino, ma non necessariamente, all’uso delle armi. Finora, è stato invocato una sola volta, dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti.

Tensioni sui confini: Polonia e Romania

Recentemente, la tensione è salita a causa di violazioni dello spazio aereo in Polonia e Romania da parte di droni russi. Sebbene in alcuni casi i droni non fossero armati, questi episodi hanno spinto la Polonia a invocare l’Articolo 4 e la Romania a mobilitare le proprie forze armate. La NATO ha risposto con l’operazione Sentinella dell’Est, intensificando i pattugliamenti e la difesa aerea. Questi fatti, lungi dall’essere incidenti casuali, sono visti come tentativi di Mosca di saggiare la resistenza e la reazione dell’Alleanza.

Un Equilibrio Instabile

Il rischio di incomprensione e di escalation è attualmente altissimo. Da un lato, il Cremlino ha dichiarato di ritenersi di fatto in guerra con la NATO a causa del sostegno determinato fornito all’Ucraina, definendo questa come una fase pre-bellica. Dall’altro, Mosca ha sospeso trattati cruciali come il New START per la riduzione degli armamenti nucleari. Oggi, le linee di dialogo che avevano caratterizzato i momenti più bui della Guerra Fredda appaiono molto più labili e pericolose. In un contesto dove il Cremlino continua a operare tra segreti e ambiguità, nonostante le dichiarazioni di apertura alle trattative, resta aperta una domanda cruciale: quanto a lungo potrà reggere questo equilibrio instabile tra provocazione e conflitto aperto?.

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