Scrittrice con due patrie, albanese e italiana, imprenditrice digitale di successo con qualche trascorso in politica, ma innanzitutto osservatrice “incantata” della realtà del suo Paese d’origine e di quello attuale. Anita Likmeta, con il suo libro uscito l’anno scorso, Le favole del comunismo (Marsilio) ha riscosso un notevole successo di pubblico e si è fatta notare dalla critica, tra l’altro vincendo il Premio internazionale Viareggio Rèpaci e il Premio Letterario Giuseppe Dessì. Likmeta torna in libreria in questi giorni, sempre per Marsilio, con L’aquila nera. Una storia rimossa del fascismo in Albania, che poi, sotto al pre-testo della narrazione autobiografica è una perspicua controstoria, una storia raccontata dalla parte meno conosciuta, quella, appunto, albanese, punto per punto, snodo per snodo, fino a delineare un percorso parallelo a quello che normalmente ci figuriamo pensando all’Italia e ai Balcani. Uno sguardo inedito per posizione conoscitiva, intensità di linguaggio, intenzionalità narrativa.
B.G.

Di seguito pubblichiamo un estratto dal Prologo del libro
Ho vissuto nell’Europa occidentale per ventotto anni: due a Parigi, uno a Londra, oltre ventiquattro in Italia. Non posso neanche dirmi cittadina di una sola città italiana, poiché ne ho abitate almeno quattro. Da qualche mese risiedo a Bologna, ultimo di una serie di trasferimenti, dopo undici anni passati a Milano. Ogni trasloco porta con sé un carico di malinconia. Ma proprio per questo, stavolta ho deciso di liberarmi di quaderni, documenti, ricevute e scontrini che non mi servono più. In pratica, tutto ciò che ho custodito con cura, ma senza motivo, per oltre ventisette anni. Ho compreso che, in fondo, accumulavo tutte queste carte per ricordarmi della mia esistenza, o meglio, per tentare di trovare un filo che le desse un senso.
Tra tutti i documenti recuperati in questo trasloco, ce n’è uno che neppure ricordavo di avere: Republika e Shqipërisë / République d’Albanie. Leje Kalimi / Laisser Passer Nr AL18497. 3 giugno 1997. Si tratta di un visto rilasciato da Llazar Bebi del Komitati Policisë Durrës in data 17 maggio e valido sino al 20 novembre 1997. Una foto di me undicenne, capelli lunghissimi color miele. Occhi incavati, occhiaie profonde. Un sorriso mezzo accennato.
Non me lo ricordo, oppure non me lo voglio ricordare, ma sono certa che il fotografo mi avrà chiesto di sorridere per immortalare un’immagine di me bambina un po’ più poetica. Eppure, a guardare la foto, quella bambina non la riconosco. Non mi riconosco. Ricordo invece la gioia di quando mi venne consegnato questo documento. Il primo della mia vita. Fino a undici anni non avevo mai avuto una carta d’identità e, del resto, neanche sapevo che per ave re un’identità, qualunque cosa fosse, occorresse una car ta. Sino ad allora tutto ciò che avevo conosciuto erano gli animali della piccola fattoria dei miei nonni a Rrubjekë, in Albania. L’unica carta che avevo maneggiato era quella dei libri sui quali avevo imparato a scrivere e fare di conto, e qualcosa della storia di quello che allora era il mio Paese. Credo che si insegni la storia per spiegare ai bambini chi sono, le loro radici, affinché possano avvertire il legame con la terra su cui camminano. Per respirare l’aria e per sentirsi vivi, e, per quelli più fortunati, sentirsi parte di una famiglia e di una comunità.
Così, il primo documento della mia vita, un visto che mi permetteva di espatriare, mi stava dicendo qualcosa del la terra in cui ero nata: mi diceva che potevo andarmene. Fino ad allora, non avevo mai avuto un’identità scritta. In Albania, ai tempi, non serviva: era lo Stato a sapere chi eri, e questo bastava a tutti. E se mia madre mi rassicurava con il sorriso sulle labbra del fatto che ero libera, e che, finalmente, potevo partire anch’io, a undici anni non avevo contezza della realtà e tanto meno mi ponevo la domanda che mi pongo adesso con urgenza: da dove me ne andavo? Andavo via dalla campagna albanese, dalle mie mucche, dalla mia pioggia, dai miei cieli, dai miei pochi libri, dai miei quaderni, dalle mie poesie scritte qua e là e perdute nel tempo. Andavo via dalla guerra civile e da tutto ciò che era rimasto di una guerra che, di civile, non aveva niente.
Non c’era tempo per le domande.
Non c’era tempo per le risposte.

La nave con me a bordo partì il 3 giugno 1997 e arrivò in orario a Bari. E questa è la prima data per me storica di cui ho ricordo. Il primo dato certo della mia memoria italiana, perché da quel giorno ho iniziato a scrivere ogni cosa, a tenere traccia di ogni dettaglio possibile. Stringevo quel visto tra le mani come si stringe un pezzo di pane al petto in tempi di guerra. Ricordo il momento in cui mia madre porse il visto ai poliziotti e quei secondi di attesa che sembrarono secoli prima che ci facessero segno di passare. Ho sempre avuto paura delle forze dell’ordine. Anche oggi che sono adulta, quando mi fermano, e mi è capitato molte volte, e spesso per ragioni sbagliate, mi si gela il sangue. Come quella volta a Roma, nel luglio del 2016. Ero in macchina con il mio compagno di allora ed eravamo rima sti coinvolti in un incidente. Anche quella volta mi chiesero i documenti, ma fu la prima volta in cui potei mostrare il mio passaporto italiano rilasciato dalla prefettura di Pescara. Non so perché il carabiniere mi chiese se ero cittadina italiana, visto che aveva il mio passaporto fra le mani, e non so neanche perché racconto questa cosa adesso, che non ha nessuna importanza, se non per il fatto che quella domanda cominciò a scavarmi dentro, come se fossi un’impostora, una clandestina, o comunque qualcuna che aveva bisogno di un supplemento di indagine, perché il passaporto da solo non bastava a dire chi fossi.
Da una parte, in quel momento, mi ricordavo perfettamente il prefetto di Pescara, con la fascia tricolore, il giorno in cui mi diede la mano e il benvenuto fra gli italiani. Dall’altra, proprio quella domanda, mi ricordò che comunque c’era stato un tempo in cui avevo parlato un’altra lingua e avevo vissuto un’altra vita.




