Il vertice dell’Alleanza Atlantica che si apre oggi porta con sé una serie di contraddizioni che i leader ad Ankara dovranno sbrogliare per assicurare il mantenimento del Patto anche nel prossimo futuro. Se da un lato, infatti, i Paesi NATO non hanno mai speso tanto per la loro difesa, la coesione politica degli alleati appare fragile e sotto attacco. Nei due giorni di lavori, compresa la cena dei leader ospitata dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan al complesso presidenziale di Beştepe, i capi di Stato e di governo saranno chiamati a fare una sintesi nelle fratture profonde che si annidano all’interno dell’alleanza.
I numeri
Sul piano quantitativo, il segretario generale Mark Rutte ad Ankara a ribadito il bilancio che definisce impressionante. Gli alleati europei e il Canada hanno già portato la spesa complessiva per difesa e sicurezza a circa il 4% del Pil, con un incremento della spesa di base vicino al 20% nell’ultimo anno e 258 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi tra 2025 e 2026 (dati NATO). Si tratta della traiettoria fissata al vertice dello scorso anno: 5% del Pil entro il 2035, di cui il 3,5% destinato alla difesa di base e l’1,5% a voci di sicurezza allargata. Ad Ankara le nazioni sono attese alla prova dei fatti, con piani che Rutte vuole “chiari, concreti e credibili”.
La dimensione industriale è il vero terreno su cui il segretario generale intende misurare il salto di qualità. Al Forum con l’industria della difesa, secondo fonti dell’Alleanza, sono stati siglati contratti per oltre cinquanta miliardi di dollari, cui si aggiungono investimenti per quaranta miliardi in cinque anni nelle difese anti-drone, il dominio che la guerra in Ucraina ha reso centrale. La formula scelta da Rutte, quella di una “rivoluzione industriale della difesa”, segnala che la partita si è spostata dai bilanci alle catene produttive: non basta stanziare, occorre produrre, e produrre in fretta. Un messaggio che riguarda da vicino l’industria italiana ed europea, come conferma la presenza dei vertici di Leonardo ad Ankara, dove Lorenzo Mariani ha definito il 5% un obiettivo realistico ma da modulare nel tempo.
L’incognita Trump
Ma al di là dei numeri, la distanza tra le due sponde dell’Atlantico non accenna a diminuire. Donald Trump è atterrato ad Ankara dichiarandosi apertamente deluso dalla NATO per il mancato sostegno degli alleati nell’operazione contro l’Iran, rivendicando l’autosufficienza americana e precisando di essere venuto soprattutto in qualità di ospite dell’amico Erdoğan. Nel bilaterale con il presidente turco, durante il quale, secondo il New York Times, sarebbe arrivata l’apertura sulla disponibilità degli F-35 per Ankara, il presidente americano ha esplicitamente indicato Regno Unito, Germania, Francia e Italia tra i Paesi che non hanno aiutato Washington.
Il passaggio più delicato per Roma riguarda il rapporto con Giorgia Meloni, deterioratosi dopo il rifiuto italiano di essere coinvolta nelle operazioni sullo Stretto di Hormuz. Dopo le ultime uscite via social di Trump che hanno attaccato direttamente la presidente del Consiglio, il Tycoon in Turchia ha alternato apprezzamento personale e rimprovero politico, parlando di una relazione inasprita e di un errore commesso dalla premier. Un attrito che preoccupa persino il resto dell’Alleanza e che ha portato addirittura il ministro della Difesa belga Theo Francken a invitare il presidente americano a “lasciare in pace” la leader italiana. Il bilaterale Meloni–Trump, atteso a margine del vertice, sarà uno dei momenti più scrutati della due giorni turca. Sul fronte opposto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz scommette su uno “spirito di Ankara” capace di dare forma a una NATO più europea, lettura che trova sponda nella cooperazione con Bruxelles rivendicata da Rutte, a partire dallo strumento SAFE.
La partita italiana
Sul dossier ucraino, il vertice si muove su un doppio binario. Da un lato il sostegno operativo: il presidente finlandese Alexander Stubb ha confermato al Financial Times che gli alleati appoggiano l’intensificazione degli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo come leva negoziale su Mosca. Dall’altro la diplomazia: Trump, reduce da colloqui con Putin e Zelensky, ha detto di attendersi una svolta a breve. Il presidente ucraino, per parte sua, ha rivendicato la naturalezza di un’adesione all’Alleanza, mentre il Cremlino, per bocca di Dmitry Peskov, fa sapere che seguirà i lavori con grande attenzione, lamentando il tono conflittuale delle dichiarazioni della vigilia.
In questo quadro l’Italia, presente ad Ankara con la premier Meloni e i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, gioca la propria partita sul Fianco Sud. Su forte impulso di Roma si è tenuta la riunione dei ministri degli Esteri NATO con i partner dell’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, dedicata alla sicurezza del Golfo e al rafforzamento dei partenariati regionali. Tajani ha rilanciato la cooperazione con i Paesi del Golfo su sicurezza marittima, materie prime critiche e corridoi strategici come l’IMEC, ricordando il ruolo del Centro Regionale NATO-ICI in Kuwait e il neonato ufficio di collegamento dell’Alleanza ad Amman, ospitato presso l’Ambasciata italiana. Sullo sfondo, i negoziati tra Libano e Israele a mediazione americana che saranno ospitati a Roma: un tassello che conferma la vocazione mediterranea della diplomazia italiana dentro un’Alleanza che guarda a Est, ma che a Sud si gioca una parte crescente della propria credibilità.




