Per capire quanto profondamente stia cambiando l’industria della difesa, forse bisogna smettere per un momento di guardare il drone.
L’immagine che arriva dai conflitti contemporanei è quella di piccoli velivoli che osservano, acquisiscono bersagli, disturbano, intercettano o colpiscono. Ma concentrarsi sull’oggetto rischia di nascondere la trasformazione più importante. Il drone è soltanto la parte visibile di un sistema industriale molto più vasto: sensori, software, intelligenza artificiale, data link, semiconduttori, motori, batterie, materiali avanzati, guerra elettronica, capacità produttiva e, soprattutto, velocità di innovazione.
È qui che si sta giocando una parte decisiva della competizione militare contemporanea.
Dal Donbas al Golfo: la guerra dei sistemi
Nel quinto anno della guerra russa contro l’Ucraina, lungo un fronte di circa 1.200 chilometri, i droni non sono più una capacità accessoria. Hanno esteso la cosiddetta kill zone, reso più pericolose le linee logistiche e portato i sistemi terrestri senza equipaggio nelle missioni di rifornimento ed evacuazione. Nello stesso tempo, le campagne di attacco a lungo raggio hanno trasformato la difesa aerea in una prova quotidiana di profondità delle scorte, qualità dei sensori e sostenibilità economica degli intercettori.
Secondo il Ministero della Difesa ucraino, nel solo giugno 2026 la Russia ha impiegato quasi seimila droni e missili contro il Paese; in due singole notti gli attacchi hanno superato i seicento droni, combinati con missili da crociera e balistici. Nel Golfo e intorno allo Stretto di Hormuz, l’uso congiunto di droni, missili e sistemi navali senza equipaggio ha mostrato la stessa tendenza: massa a basso costo, saturazione, dispersione delle piattaforme e necessità di una difesa stratificata.
Il denominatore comune non è dunque il velivolo. È la capacità di collegare piattaforme, dati, guerra elettronica, comando e controllo, produzione e apprendimento operativo. Il teatro ucraino resta il laboratorio più avanzato di questa trasformazione, ma non è più l’unico.
La nuova variabile strategica è il tempo
Per decenni l’industria occidentale della difesa è stata costruita intorno a un paradigma comprensibile: piattaforme tecnologicamente sofisticate, requisiti dettagliati, programmi pluriennali, quantità limitate e cicli di vita misurabili in decenni. I sistemi unmanned introducono una logica diversa.
Un drone può essere modificato nel software, nelle frequenze, nei sensori o nella configurazione nel giro di settimane. Una soluzione efficace oggi può diventare vulnerabile pochi mesi dopo. Innovazione e contromisura si inseguono, mentre il valore di un sistema dipende sempre più dai dati che raccoglie e dalla rapidità con cui quei dati tornano al progettista.
Il dato ucraino è eloquente. Nel giugno 2026 Kyiv ha comunicato che il 95% dei droni acquistati per le proprie forze armate era di produzione nazionale. Nel 2025 gli acquisti di sistemi unmanned avevano superato per la prima volta quelli di munizionamento. Nel primo semestre 2026 l’agenzia pubblica per gli approvvigionamenti ha sottoscritto contratti per droni per 333,6 miliardi di hryvnia, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con gli FPV al primo posto. Attraverso il marketplace digitale DOT-Chain Defence, le unità scelgono i sistemi sulla base delle esigenze operative, mentre lo Stato gestisce contratto, pagamento e logistica: per gli articoli disponibili, il tempo medio fra ordine e consegna è sceso a nove giorni.
A marzo, durante il mandato di Mykhailo Fedorov, il Ministero ucraino ha compiuto un passo ulteriore: i fabbisogni vengono generati anche attraverso dati reali di impiego provenienti da piattaforme come DELTA, Mission Control e Brave1. L’80% delle risorse è indirizzato alle soluzioni già validate sul campo; il 20% resta riservato all’innovazione e alla sperimentazione. Non è semplicemente procurement. È un modello industriale guidato dall’evidenza operativa.
La superiorità, quindi, non dipende soltanto dalla sofisticazione della tecnologia. Acquista un vantaggio chi riesce a sperimentare, produrre, impiegare, apprendere, modificare e riprodurre più velocemente dell’avversario.
La fibra ottica e la nascita di una filiera
La fibra ottica offre l’esempio più concreto di questa accelerazione. La crescente densità della guerra elettronica ha spinto allo sviluppo di FPV controllati non più attraverso il tradizionale collegamento radio, ma mediante sottilissimi cavi svolti durante il volo. Comando e trasmissione video diventano così molto più resistenti al jamming, anche su distanze di decine di chilometri.
Il dato industrialmente più interessante è la velocità con cui un’esigenza tattica si trasforma in domanda di mercato. Nel 2025 l’Ucraina ha ricevuto, attraverso contratti pubblici, 374mila droni a fibra ottica; entro aprile 2026 le consegne avevano già superato il 92% del volume dell’intero anno precedente. L’aumento del prezzo della fibra, oscillato secondo le autorità ucraine da due a sei volte, ha perfino imposto un meccanismo di adeguamento dei contratti per evitare interruzioni delle forniture.
Una tecnologia inizialmente di nicchia diventa, nel giro di pochi cicli operativi, una nuova filiera: fibra, bobine, componentistica, motori, batterie, elettronica, stazioni di controllo e capacità di assemblaggio. Il campo di battaglia non genera più soltanto requisiti militari; genera domanda industriale quasi in tempo reale.
Fedorov a Roma: importare un metodo
È in questo contesto che va letto l’arrivo di Mykhailo Fedorov alla Difesa italiana. Il 28 agosto Guido Crosetto ha annunciato che l’ex ministro ucraino della Difesa ha accettato di offrire la propria consulenza in qualità di Advisor per l’Innovazione della Difesa, dopo un confronto su droni, sistemi unmanned, difesa aerea ed evoluzione dell’ecosistema tecnologico.
Fedorov non porta soltanto conoscenze sui droni. Ministro per la Trasformazione digitale dal 2019 e poi ministro della Difesa dal 14 gennaio al luglio 2026, ha legato digitalizzazione dello Stato, dati dal campo, procurement e industria nazionale. Durante il suo breve mandato sono stati accelerati gli acquisti decentralizzati, introdotti criteri di efficacia operativa e ampliati gli investimenti in FPV, sistemi a fibra ottica, droni intercettori, UGV e capacità di attacco in profondità.
L’effetto immediato è soprattutto culturale e organizzativo: Palazzo Baracchini riconosce che non basta conoscere una tecnologia, occorre trasformare rapidamente la sperimentazione in una soluzione operativa impiegabile su larga scala. Gli effetti concreti dipenderanno ora dalla capacità di accorciare tre distanze: fra utilizzatore e industria, fra test e contratto, fra piccola serie e produzione di massa.
Ci sono molte aspettative sul fatto che l’advisory di Fedorov con i già dimostati approcci innovativi di Guido Crosetto e dello Stato Maggiore si possano produrre procedure di sperimentazione più rapide, metriche costruite sui dati operativi e un canale stabile con l’ecosistema ucraino, potrà incidere sul modello di innovazione della Difesa italiana
Leonardo e l’ecosistema ucraino
Anche Leonardo guarda con attenzione all’Ucraina, divenuta un punto di riferimento per l’evoluzione tecnologica e industriale della difesa europea. Secondo quanto riferito il 19 agosto da Milano Finanza, questo interesse potrebbe tradursi in una presenza più strutturata nel Paese.
Il dato più significativo non è tanto la singola iniziativa societaria, ma la prospettiva di un progressivo avvicinamento a un ecosistema che ha maturato un’esperienza unica nello sviluppo, nella sperimentazione e nell’adattamento rapido delle tecnologie militari. Per un grande gruppo europeo, l’Ucraina rappresenta al tempo stesso un possibile terreno di cooperazione industriale e un laboratorio dal quale ricavare indicazioni utili per accorciare i cicli dell’innovazione.
In questa prospettiva si inseriscono le considerazioni espresse a Farnborough dall’amministratore delegato Lorenzo Mariani, che ha richiamato la capacità ucraina di sperimentare, correggere e riportare rapidamente in servizio le soluzioni. Il riferimento delinea un orientamento industriale generale e di lungo periodo: valorizzare l’esperienza maturata sul campo e valutare possibili forme di collaborazione con l’industria locale, senza anticipare programmi o accordi non ancora annunciati.
La questione italiana
L’Italia possiede competenze aerospaziali, elettroniche, meccaniche, navali, robotiche e manifatturiere di primo livello, da Fincantieri a Leonardo, da Avio a MBDA Italia, da ELT Group a Iveco Defence Vehicles, affiancate da una rete articolata di PMI, distretti industriali, università e centri di ricercar capaci di competere nelle tecnologie dual use. La domanda non è se sappiamo costruire un buon drone. È troppo poco.
La domanda è se sapremo trasformare queste competenze in un ecosistema unmanned nazionale integrato, finanziato e scalabile, collegato alle priorità europee e interoperabile con la NATO. Servono capitali, standard aperti, poligoni e sandbox regolatorie, procurement più rapido, contratti che consentano aggiornamenti continui, accesso ai dati e una mappatura delle dipendenze critiche: fibra, batterie, motori, semiconduttori, sensori, comunicazioni resilienti e software.
Anche l’Europa si è mossa. La Defence Readiness Roadmap 2030 include una European Drone Defence Initiative; nel 2026 la Commissione ha varato un piano su droni e counter-drone e promosso una EU-Ukraine Drone Alliance. La cooperazione non è più soltanto aiuto militare: è co-sviluppo, produzione congiunta, localizzazione e trasferimento di esperienza operativa.
L’arrivo di Fedorov e la costituzione di Leonardo Ukraine appartengono allo stesso contesto strategico, ma non vanno artificialmente collegati: non esiste, allo stato, un nesso pubblico fra l’incarico alla Difesa e la società del gruppo italiano. Il punto strategico è un altro. Istituzioni e industria stanno riconoscendo che l’Ucraina non è soltanto un destinatario di sistemi occidentali; è anche un produttore di metodo e innovazione operativa.
La vera rivoluzione
Sarebbe riduttivo concludere che il futuro della difesa appartenga ai droni. Appartiene a forze armate capaci di combinare massa e qualità, sistemi crewed e uncrewed, hardware e software, grandi piattaforme e sistemi sacrificabili, industria tradizionale e nuovi attori tecnologici.
Il drone è diventato centrale perché concentra tutte queste trasformazioni in un unico oggetto. Ma la vera rivoluzione non sta volando sopra il campo di battaglia. Sta avvenendo nelle fabbriche, nei laboratori, nelle supply chain, nei software e nei sistemi di procurement che devono imparare a muoversi alla stessa velocità della tecnologia.
Per l’Italia questa è una questione di politica industriale e di capacità istituzionale. Fedorov può contribuire ad accorciare il ciclo dell’innovazione; i grandi gruppi possono offrire capacità di integrazione e scala industriale; le PMI possono ampliare la base produttiva. Ma il risultato dipenderà dalla capacità di connettere questi livelli in una strategia nazionale, non dalla somma di iniziative isolate.
La vera domanda strategica non è quanti droni possiamo costruire oggi, ma quanto rapidamente sappiamo trasformare una lezione operativa nella capacità di domani. Non basterà possedere la tecnologia migliore: bisognerà produrla in quantità, aggiornarla continuamente, integrarla con altre capacità e portarla rapidamente dal laboratorio al campo.
Il drone, in definitiva, non è il futuro della difesa. È il segnale più evidente che quel futuro è già cominciato.




