Il vertice NATO di Ankara si è chiuso lasciandosi dietro le polemiche dell’arrivo di Donald Trump, atterrato in Turchia con parole di critica verso l’Alleanza nel suo complesso. Ma di fronte alla cronaca, la NATO ha risposto con i numeri e con una dichiarazione finale adottata all’unanimità. Ne abbiamo parlato con Guglielmo Picchi, direttore generale della Fondazione Machiavelli, per un bilancio che va dallo stato di salute del legame transatlantico al ruolo dell’Italia, passando per la dimensione ormai globale delle sfide di sicurezza.
Direttore, quella tra europei e Stati Uniti nella NATO è una vera frattura, o soltanto un momento legato alla presidenza Trump?
Nel corso dei 75 anni della NATO ci sono stati tanti alti e bassi. Ricordiamo De Gaulle, che portò la Francia fuori dalla struttura militare integrata, e Macron che pochi anni fa definiva l’Alleanza in stato di morte cerebrale. Certamente l’approccio di Trump è dirompente, però bisogna guardare alla dichiarazione finale, votata all’unanimità, anche dagli Stati Uniti. Emerge, quindi, una NATO più coesa di quanto la descrivano i commentatori e chi la vuole divisa. Soprattutto, rilevo come su alcuni dossier ci sia una chiarezza che prima non c’era: linea dura con la Russia, indicata come minaccia a lungo termine; l’impegno per l’articolo 5; l’obiettivo, ribadito, del 5% di spese militari; l’upgrade industriale e una maggiore integrazione dell’industria.
Un vertice positivo?
Trump voleva che gli europei spendessero di più. Il risultato di Ankara è un pilastro europeo che si è rafforzato e integrato, una valanga di progetti a sostegno dell’Ucraina, la conferma che la Russia rimane una minaccia e dell’incremento delle spese militari. Forse le aspettative erano talmente basse che tutto quello che è venuto fuori sembra un successo, però mi sembra che sia andata molto bene. È un’alleanza molto più in salute, dal punto di vista operativo, di quanto si racconti.
Gli europei si prendono carico della loro difesa mentre gli Stati Uniti guardano all’Indo-Pacifico. Questa suddivisione di compiti è un aspetto positivo, o rischia di allontanare le due sponde dell’Atlantico?
Gli europei avevano la necessità di attrezzarsi per essere in grado di sostenere un qualsiasi sforzo di difesa. Prima, lo sforzo in termini di uomini era anche affidato agli europei, ma l’ombrello era tutto americano: questa era la verità dei fatti. L’europeizzazione della difesa c’è stata, e c’è un upgrade in termini di investimenti, infrastrutture, accordi industriali, scalabilità dell’industria e quindi maggiore capacità produttiva. Però le sfide restano globali, e Hormuz ce lo dimostra. Possiamo far finta di fermarci alla difesa europea, ma difendere l’Europa vuol dire difendere la propria sicurezza energetica, i propri commerci intorno al mondo, la libertà di navigazione. Non è che gli interessi si spostano verso l’Indo-Pacifico: sono i problemi che si sono globalizzati. Si è preso atto che l’Atlantico del nord, che era l’oggetto sociale originario dell’Alleanza, è sicuro. Rimane il fronte artico, che è cruciale, e mi sembra che tutti i Paesi del blocco nord, Norvegia, Danimarca, Islanda, il Regno Unito, si siano attrezzati con progetti comuni di difesa artica.
E gli europei sono attrezzati per questa dimensione globale?
Con sfide globali bisogna essere attrezzati per essere globali, e gli europei non sono ancora nella condizione di poter difendere i propri interessi oltre un certo limite. Però qualcosa si muove: il Cavour ha fatto la sua missione fino a Darwin, ci sono in continuazione esercitazioni congiunte nell’Indo-Pacifico, e la NATO ha ormai dei partner di fatto come Australia, Giappone e Corea del Sud. E la libertà di navigazione la stiamo già difendendo: abbiamo operazioni nel Mar Rosso, facciamo l’antipirateria al largo delle coste somale, siamo nell’Oceano Indiano. In realtà gli Stati Uniti hanno anticipato una tendenza che noi non volevamo vedere per motivi politici.
Resta un’alleanza dagli interessi interni molto diversi tra loro.
La NATO è molto di più dell’Unione europea , è una cosa molto più complessa di quanto ci aspettiamo, e per forza di cose gli interessi di alcuni membri sono differenti: il fronte nord è differente dal fronte sud, un polacco ha altre necessità rispetto a un danese. L’Italia è sempre stata in prima fila per discutere del fronte sud, e nella dichiarazione finale si ribadisce che al fronte sud bisogna stare attenti: rientra tra le priorità, dopo essere stato un po’ dimenticato dalla NATO. Quanto agli Stati Uniti, sono i più grandi: se designano la Cina come avversario strategico, è evidente che l’Indo-Pacifico assumerà una dimensione molto più importante, e quindi vogliono coprirsi il fianco all’interno dell’Alleanza avendo degli europei autosufficienti. Non da soli, ma autosufficienti.
L’Italia arrivava a questo vertice, tra le polemiche, un po’ in salita. Siamo riusciti a far valere i nostri interessi?
L’aspetto delle polemiche non va sottovalutato, perché la politica è fatta di relazioni e quando ci sono le polemiche è evidente che queste hanno un impatto. Però ricordo che il nostro Paese ha una delle principali industrie della difesa al mondo, Leonardo, presente in tantissimi Paesi; che l’Italia ha appena creato con Fincantieri il polo dell’underwater, che sarà assolutamente protagonista degli accordi che sono stati fatti; e che a livello industriale l’Italia c’è negli accordi sulle varie piattaforme, a partire dal GCAP, per esempio. E l’Italia c’è dal punto di vista politico e delle spese. Oltre le critiche, alla fine l’Italia spende quanta miliardi di euro in difesa ed è il settimo-ottavo Paese al mondo per budget. Certo, rispetto a chi spende un trilione come gli Stati Uniti siamo una frazione, però non siamo affatto modesti. Se guardo tutto il contorno il quadro è estremamente chiaro.
Bilancio positivo per l’Italia, quindi?
Io credo che l’Italia sia uscita bene da questo vertice, e credo che anche le polemiche tra i due leader alla fine si siano smorzate. Trump, come sempre istrionico, ha detto: alla fine mi amano. Io do poco peso alle dichiarazioni e guardo ai fatti: dichiarazione presa all’unanimità, Italia presente in tutti i dossier dal punto di vista politico e industriale. E ricordo che il presidente del Comitato militare della NATO è l’ammiraglio Cavo Dragone. Vedo un’Italia protagonista: gli assetti che abbiamo sono moderni, abbiamo una Marina estremamente efficace, siamo presenti in operazioni di ogni tipo. Poi, capisco quando qualcuno fa una guerra senza avvisare gli alleati, se la guerra non è nell’interesse del nostro Paese (e la guerra con l’Iran certamente non lo era) non vedo perché poi si debba chiedere sostegno. Quindi direi che è un bilancio positivo, e come Paese possiamo essere soddisfatti.




