Eppur si muove. La NATO dopo Ankara vista dall’amb. Minuto Rizzo

Dal vertice di Ankara arrivano segnali contraddittori: le intemperanze del presidente americano da una parte, un’Alleanza che conferma gli obiettivi di spesa e allarga le proprie competenze dall’altra. Il già vice segretario generale della NATO invita a ragionare in termini di interesse nazionale: “L’Italia fa il suo dovere a 360 gradi, ma bisogna che la politica lo dica”
NATO

Il vertice NATO di Ankara si è aperto nel modo meno auspicabile. Mettendo piede sul suolo turco, Donald Trump ha dichiarato di essere venuto “per fare un piacere a Erdogan”, aggiungendo che la NATO lo ha deluso. Eppure, come spiegato dall’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già vice segretario generale della NATO, dietro la cronaca delle intemperanze presidenziali, l’Alleanza ha confermato gli obiettivi di spesa già fissati all’Aia e ha avviato un processo di rinnovamento tecnologico e di ampliamento delle proprie competenze.

Ambasciatore, siamo entrati in una nuova fase dei rapporti tra Europa e Stati Uniti?

I segnali di attrito ci sono e non possono non essere segnalati. Ma bisogna sempre andare oltre quello che appare e chiedersi quali siano le cause profonde. Trump sappiamo bene che tipo di personaggio sia, non legge niente e improvvisa. Sappiamo che è sempre stato antieuropeo, e non da quando è alla Casa Bianca. C’è un libro di John Bolton, che è stato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, nel quale scrive: “quando chiediamo al presidente perché ce l’ha con l’Europa, lui non risponde. Dice che gli europei non fanno abbastanza, che fanno tutto gli americani, ma la ragione vera non si capisce”.

Quindi la frattura è inevitabile?

No, perché c’è Trump e ci sono gli Stati Uniti d’America. In tutte le riflessioni che si fanno c’è una naturale tendenza umana a reagire alle cose antipatiche, e anche sbagliate, che dice Trump. Ma se vogliamo ragionare in termini di interessi nazionali dobbiamo pensare ai nostri rapporti, parliamo dell’Italia, in questo caso, con gli Stati Uniti: cosa conviene fare, cosa conviene non fare, cosa ci conviene dire e cosa no. Non è facile, ma è quello che secondo me dobbiamo fare.

Anche il segretario generale Rutte è finito nel mirino per i suoi toni deferenti verso il presidente americano.

Anche lì, sul piano personale non fa piacere, non è bello. Però guardiamo alla realtà dei fatti: è meglio, in un certo senso, che Rutte si svergogni un po’ dicendo queste cose e che la NATO venga conservata. Perché la cosa importante è che la NATO venga conservata. E Rutte non è una persona qualsiasi: è stato primo ministro dei Paesi Bassi per quattordici anni, alla guida di governi di coalizione. Non sto dicendo che sia l’uomo del secolo, ma non è neanche una persona che non sa come funzionano le cose. Lui ritiene che tenere questo tipo di America dalla parte giusta sia la cosa più importante che ci sia. Poi la storia giudicherà: è difficile dare un giudizio definitivo quando le cose sono in corso.

Al di là della cronaca, che vertice è stato?

Da una parte abbiamo le uscite di Trump, ma dall’altra abbiamo una NATO che non solo conferma gli obiettivi di spesa già discussi all’Aia, ma inoltra un processo di rinnovamento tecnologico e di ampliamento di competenze che non è da sottovalutare. L’Industry Forum non è stata quella passerella d’industria che è sempre stato. Si sta veramente cercando di studiare come rendere l’industria europea più multinazionale. È una cosa difficile da fare, ma è un lavoro che è bene cominciare. E poi c’è il tema che la sicurezza internazionale oggi non è più soltanto un soldato con un’arma contro un altro soldato con un’arma, ma è molto di più. Investe la resilienza delle società civili, la tecnologia, la disinformazione, l’intelligenza artificiale, la capacità delle popolazioni di resistere a campagne che sembrano vere e non lo sono. Entrare in questa materia non è una cosa secondaria.

Con gli Stati Uniti concentrati sul Pacifico e l’Europa che si prende carico della propria difesa, c’è una sorta di europeizzazione della NATO. Può essere una suddivisione di compiti positiva, al di là delle preoccupazioni sul legame transatlantico?

Assolutamente sì. Ho cominciato a seguire le questioni di sicurezza come consigliere diplomatico del ministro della Difesa Andreatta, parliamo del 1996-1998. Gli americani si lamentavano già allora dell’insufficienza del contributo europeo alla NATO. La differenza è che lo facevano in maniera amichevole. Nella campagna del Kosovo, nel 1999, venne fuori chiaramente che gli obiettivi di precisione venivano colpiti per il 95% soltanto dagli americani. Le capacità europee erano veramente molto modeste. Ricordo il generale Wesley Clark che ci diceva come al Congresso Usa non fossero contenti, perché in Bosnia erano solo gli Usa a fare quasi tutto: “Perché non ci mandate un battaglione, anche solo per dare visibilità a questo sforzo?” Noi italiani mandammo un battaglione di carabinieri, ma restava il fatto che a Sarajevo comandava un generale a quattro stelle americano. Quindi questo squilibrio c’è sempre stato.

Uno dei punti di attrito con Washington è stato il percepito mancato supporto europeo all’iniziativa americana in Iran, sulla quale l’Europa resta coesa nel non voler entrare. Può diventare, al di là della particolarità del presidente Trump, una normale interlocuzione tra alleati: facciamo le cose insieme nella NATO, ma sulle iniziative autonome ognuno per sé, senza diventare avversari?

È sempre stato così. La NATO non è le Nazioni Unite e non è l’Unione europea. È un’organizzazione politico-militare, in quest’ordine, che interviene quando c’è un consenso dei Paesi membri a intervenire in un’operazione. Tanto è vero che sul nucleare iraniano la NATO non ha mai avuto competenza, e non ha mai voluto averla. In realtà credo che Israele abbia convinto Trump, a febbraio, che in Iran ci fosse una vittoria a portata di mano: si distruggeva il regime, si distruggeva la bomba atomica e si dichiarava la vittoria. Trump un po’ ci è cascato, o ci è voluto cascare, non lo so. Sta di fatto che le cose si sono mostrate molto più difficili di quello che si pensava, perché abbiamo capito, e l’ha capito finalmente anche lui, che non ottieni un cambio di regime con un bombardamento aereo. È assolutamente impossibile, non è mai successo in nessuno Stato del mondo che un’opposizione o un movimento si arrenda e cambi regime per questo. Si è accorto di essere in grande difficoltà e ha fatto, e sta ancora facendo, una grande fatica a trovare un’uscita decorosa da questa vicenda. Posso anche capire che non gli piaccia che gli alleati europei non abbiano detto: guarda, non ci hai consultato, hai sbagliato, però la mano te la diamo lo stesso. Ma l’opinione pubblica europea non è trumpiana: ogni Paese europeo che dà una mano agli Stati Uniti sull’Iran passa per trumpiano e perde consensi all’interno. È anche un tema di politica interna europea.

Veniamo all’Italia. Il vertice ha guardato al Medio Oriente e all’Ucraina. Ma il nostro Paese ha interessi stringenti anche sul Nord Africa, sul Mediterraneo. Come si è comportata l’Italia ad Ankara?

Questa è una domanda che io feci al ministro Andreatta, che era una grande testa. Un giorno gli chiesi quale fosse secondo lui l’interesse nazionale italiano? Mi rispose: “l’interesse nazionale italiano non sta nell’avere un rapporto privilegiato con la Croazia o la Tunisia; ma è stare in un gruppo di Paesi democratici, che condividono valori e interessi, e che siano i più uniti possibile”. Perché la storia italiana è la storia di un Paese arrivato per ultimo nel concerto delle nazioni. E le posso certificare che l’Italia nella NATO ha fatto tutto quello che c’era da fare. Si dice che dovremmo occuparci solo del Mediterraneo, ma non è vero: la NATO è un’alleanza e l’Italia si è occupata di tutto. Abbiamo partecipato alle operazioni aeree, abbiamo fatto le rotazioni in Polonia, oggi l’Italia è il Paese framework dello schieramento in Bulgaria. È un Paese che fa il suo dovere a 360 gradi. Dobbiamo dirle queste cose, perché sennò sembra che l’Italia sia un Paese a cui interessano solo i rapporti con la Libia e non è vero.

Riusciamo poi a capitalizzare questo impegno, anche faticoso, sul tavolo delle decisioni?

Forse è la domanda migliore di tutte. Se vogliamo essere onesti, sì e no. L’Italia è un Paese che ha ancora oggi (forse una eredità della sconfitta nella Seconda guerra mondiale) delle esitazioni a rivendicare un ruolo preciso in politica estera e in ambito strategico. Siamo bravi, ma non si entra mai troppo nel dettaglio. Probabilmente l’Italia dovrebbe essere un po’ più cosciente di avere acquisito questo ruolo, ma bisogna che sia la politica a dirlo. L’Italia c’è sempre stata: in Afghanistan, in Libia, in tutte le operazioni, senza che sia possibile alcuna critica. E qualcosa abbiamo avuto: abbiamo espresso tre presidenti del Comitato militare della NATO, prima l’ammiraglio Venturoni, poi l’ammiraglio Di Paola e adesso l’ammiraglio Cavo Dragone. È un riconoscimento, ma non è abbastanza.

Zelensky ha ribadito la volontà di portare l’Ucraina nella NATO. Quanto è realistica questa prospettiva, e quanto è invece un rischio per l’Alleanza?

L’Ucraina non entrerà nella NATO. A parte il fatto che non c’è mai stata una domanda formale, non c’è un consenso all’interno della NATO ad avere l’Ucraina come Paese membro, mentre c’è nell’Unione europea, con i suoi tempi. C’è stato solo un passaggio, al vertice di Bucarest del 2008, in cui si dice che la Georgia e l’Ucraina diventeranno Paesi membri della NATO: ma non c’è una data, e non è mai più stato ripetuto fino a oggi. Capisco che gli ucraini si sentirebbero più tranquilli, e in quella parte del mondo apprezzano più la NATO dell’Unione europea. Per noi è il rovescio, ma per loro la dimensione politico-militare e strategica è prevalente su quella economica e regolamentare. Persino i russi verso la NATO sono ostili ma rispettosi, proprio perché la considerano una potenza alla loro pari. L’Unione europea la considerano un mercato importante, per carità, ma non è quello che secondo loro fa la differenza.

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