Per il Pentagono, il vero discrimine del potere militare nei prossimi anni non sarà la quantità di uomini in uniforme, ma la qualità e la disponibilità degli strumenti con cui combattono. È la linea strategica alla base della nuova richiesta, senza precedenti, di bilancio militare presentata dall’amministrazione americana per il prossimo anno fiscale: 1.500 miliardi di dollari per le proprie forze armate, quasi la metà in più rispetto all’anno scorso. Il Pentagono ha deciso di concentrare la massa critica degli investimenti, oltre 750 miliardi, il 52% del totale, direttamente all’acquisizione e allo sviluppo di sistemi d’arma.
L’industria prima delle armi
C’è però una consapevolezza nuova che percorre il documento: le armi valgono quanto la capacità industriale di produrle. Ecco perché oltre cento miliardi sono stati stanziati esplicitamente per sostenere la filiera produttiva della difesa, dai fornitori minori, ai contratti pluriennali per le munizioni, fino alla continuità degli approvvigionamenti in condizioni di stress. La richiesta dovrà attraversare adesso un percorso al Congresso tutt’altro che garantito. Inoltre, il piano è stato elaborato prima dell’operazione Epic Fury contro l’Iran, e le esigenze generate da quel conflitto non sono ancora contabilizzate.
Navi, aerei, droni e nucleare
Per la Marina, il piano prevede diciotto navi da guerra e sedici unità di supporto nell’ambito della cosiddetta Golden Fleet, per un totale di 65,8 miliardi, più altri 8,7 miliardi dedicati ai cantieri. L’aeronautica vede accelerare la linea di produzione degli F-35, con l’obiettivo di arrivare a 85 velivoli l’anno, mentre vengono finanziate piattaforme di generazione successiva ancora in fase di sviluppo. Droni, sistemi anti-drone, munizioni a lungo raggio e logistica in teatri ostili superano complessivamente i settanta miliardi. La deterrenza nucleare, attraverso la modernizzazione della triade, assorbe altri 71,4 miliardi. Il quadro si completa con 57 miliardi per le infrastrutture militari e aumenti salariali differenziati tra il 5 e il 7%, con incrementi maggiori per sottufficiali e truppa.
L’Europa è ferma
Mentre gli Stati Uniti rafforzano la propria macchina militare, l’Unione Europea continua a rimanere indietro, ferma ancora alla domanda su che tipo di difesa comune intende mettere in campi. Per il commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, il lituano Andrius Kubilius, l’Europa ha bisogno di “una nuova vera unione europea della difesa”, che includa anche il Regno Unito, la Norvegia e l’Ucraina, e per arrivarci occorre un nuovo trattato intergovernativo aggiuntivo sul modello di Schengen, che crei “il diritto per la difesa” del Continente. Il commissario chiesto ai giuristi della Commissione se l’attuale struttura giuridica e costituzionale per la difesa europea, così come si trova nel Trattato sull’Unione, è più un aiuto o un ostacolo alla necessità di essere pronti a combattere come Europa, e non solo come una combinazione di 27. La risposta è che il quadro attuale non basta. Le istituzioni e il processo decisionale in materia di difesa sono stati progettati in un mondo di stabilità e multilateralismo, e oggi si rivelano inadeguati.
Il playbook di Kubilius
Nel concreto, l’urgenza si è già manifestata. Il 2 marzo scorso un drone iraniano ha colpito la base della Royal Air Force britannica di Akrotiri sull’isola di Cipro, portando al centro del dibattito europeo l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione, la clausola di mutua assistenza in caso di aggressione armata. Kubilius ha proposto di rendere operativa questa clausola con un “playbook”, un manuale che definisca risorse e catena di comando, e ha annunciato che sono in corso valutazioni sulla possibilità di organizzare esercitazioni teoriche per definire meglio il tipo di assistenza concretamente disponibile tra i partner. L’idea è disporre di un documento che si può aprire, in cui si sa chi chiamare, cosa si può ottenere, e che non lascia i Paesi soli a cercare di capire chi può aiutarli o come verrà applicata e fornita l’assistenza reciproca.
Un Consiglio di sicurezza europeo
Sul piano istituzionale, Kubilius ha rilanciato la sua proposta di creare un Consiglio europeo di sicurezza come istituzione di leadership di una futura unione europea della difesa, composto da Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito come membri permanenti, tre membri a rotazione e i leader delle istituzioni dell’Unione, con un processo decisionale a maggioranza e non all’unanimità. Un salto qualitativo enorme, se si considera che oggi ogni decisione rilevante in materia di difesa richiede il consenso di tutti e ventisette.
Il riarmo tedesco in cifre
A seguire le orme Usa sul riarmo in Europa, intanto, è Berlino, che affronterà nei prossimi anni una spesa militare senza precedenti, con l’obiettivo dichiarato del cancelliere Friedrich Merz di rendere le forze armate tedesche l’esercito convenzionale più forte d’Europa. Il budget della difesa tedesco per il 2026 ammonta a 108,2 miliardi di euro: 82,69 miliardi di bilancio base — in aumento rispetto ai 62,29 miliardi del 2025 — più 25,51 miliardi dal fondo speciale. Tra i programmi di investimento figurano carri Leopard 2A8, caccia F-35, elicotteri CH-47 Chinook e un massiccio potenziamento delle capacità cibernetiche e di difesa missilistica. Nel 2026 le forze regolari crescono di sole 1.753 unità, e nel 2027 dovrebbero seguirne almeno altre quattromila, un ritmo che appare insufficiente anche solo per raggiungere l’obiettivo intermedio di 198mila militari. L’obiettivo finale rimane ancora più lontano, con la Bundeswehr che punta a crescere fino a 460mila unità entro il 2029, tra soldati attivi e riservisti, per garantire una forza mobilitabile in tempi rapidi.
Rheinmetall, KNDS, Hensoldt: l’industria tedesca corre
Sul piano industriale, la nuova Strategia per l’Industria della Difesa adottata dal governo ha come obiettivi rafforzare le capacità produttive nazionali, colmare i gap Nato in termini di munizionamento e sistemi avanzati, e creare un ecosistema industriale europeo della difesa più integrato. Rheinmetall, KNDS, Hensoldt sono i nomi che meglio riflettono questa trasformazione strutturale sui mercati finanziari, e non è un caso che abbiano corso significativamente negli ultimi due anni.




