“Un popolo di poeti, santi, navigatori”… Una formula bisognosa di un “restauro pesante”

Oggi che popolo stiamo diventando?

Sul Palazzo della Civiltà, a Roma, nel Quartiere dell’Eur, spicca la nota e ipercitata iscrizione tratta da un discorso di Benito Mussolini e riferita agli italiani: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”.

L’abbiamo sentita ripetere in tutte le salse, magari ridotta o mutilata di qualche categoria, citata ironicamente o spregiativamente per la sua roboante retorica. Adesso però occorrerebbe un aggiornamento, anzi un restauro pesante. Che è triste perché, assottigliatesi le altre categorie, siamo diventati un popolo di strateghi, di tattici e di furbacchioni.

Sia detto in senso sarcastico, senza la benché minima ironia. Perché l’ironia è lieve come un sospiro ed è bene riservarla per chi la merita. Qui prevale il sarcasmo, che è un versaccio, pieno di amarezza e disillusione. Non siamo diventati improvvisamente tutti esperti di arte militare, né su di noi è piombata la minima velleità guerresca o propensione eroica, questo no. Semplicemente la nostra classe dirigente si è allineata nel battaglione di quelli che la sanno lunga.

Tutti convinti di essere sublimi tessitori di strategie, politiche o economiche non fa differenza. Al netto di qualsiasi competenza si schiaffano sulla spalla il grado di condottiero e partono alla carica. Fateci caso: gran parte del nostro malessere, dei nostri guai, derivano proprio dalla presunzione di una classe dirigente impreparata, arrogante e improvvisata.

Metto subito in chiaro una cosa: non appartengo alla schiera dei lodatori del bel tempo passato e non sottoscrivo alcun manifesto del club che ciclicamente riabilita questo o quel partito o capopolo. La storia avanza, non si ripete mai uguale, ed è bene così. Ma ciò detto non si può evitare di riflettere su alcune questioni di fondo e fare qualche paragone.

In primo luogo la scarsa o nulla selezione di chi ambisce a dirigere va avanti da troppi anni. La vecchia gavetta non è stata sostituita da nessun altro filtro. In Italia non esiste neppure una vera scuola di burocrazia statale al servizio della politica come accade altrove. E troppi cittadini, delusi da innumerevoli sconfitte, hanno abdicato ad esercitare l’impegno civico. In un popolo fondamentalmente anarchico ed individualista come il nostro ciò ha spalancato praterie per gli imbonitori, i demagoghi e quelli che sanno vendersi bene.

Perciò su un mare di scarsa coesione civile alzano le vele le navi pirata di chi si inventa una strategia la mattina e una tattica la sera pur di fare bottino. Attoniti, dalla riva, troppi cittadini osservano le finte battaglie navali messe in scena da una classe dirigente che è priva di tutto e però fermamente convinta che tanto il popolo bue si beve qualunque cosa. Mancano fantasia, coraggio, competenze, onestà intellettuale, visione del futuro.

Noi abbiamo  troppe persone capaci di smentire se stesse, per convenienza, nel giro di un’ora. La scarsa conoscenza dei fatti e della storia è una piaga talmente grave che molti di questi novelli condottieri sono seriamente convinti che la storia, anziché essere finita come pronosticava qualcuno ( Francis Fukuyama), nasca proprio con loro! E magari si impegnano anche a riscriverla a proprio uso e consumo.

Troppi Napoleone nostrani considerano lo studio e la competenza orpelli, cose adatte solo a quelli che nascono privi dell’incommensurabile talento che qualche oscura divinità ha invece fornito proprio a loro. Li vedi infatti avanzare senza arrossire, tra gaffe e giravolte, innamorati persi del must del momento, “la narrazione”: naturalmente la loro.

In questo sconsolante panorama quelli che stanno sottotraccia e hanno almeno l’astuzia di tacere finiscono addirittura per passare per nuovi Richelieu… Dunque un popolo che di talenti ne ha sfornati davvero tanti nel corso dei secoli è, forse proprio per questa sua tendenza a giocare da solisti, destinato a non avere  una classe politica e dirigenziale dalle larghe vedute e coraggiosa? È una domanda che dobbiamo farci, mentre dilaga l’ignoranza che falcidierà generazioni di giovani di belle speranze.

Destinati a piangersi addosso, a migrare, a vivere con la ormai scarsa pensione dei nonni o ad ingrossare le file del battaglione dei furbetti. Senza una visione eroica e mistica del nostro futuro, e dovremmo imparare a dire queste parole senza paura e senza falsi pudori, non ci sarà via d’uscita. Anche perché nessuno dei nostri geniali strateghi  sembra impressionare, affascinare o convincere qualcuno oltreconfine.

 

Maurizio Lucchi – Giornalista

 

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