Dissenso e violenza non devono camminare insieme: quando si confondono, a perdere è la democrazia. Walter Verini, senatore del Pd, capogruppo del partito in Commissione Antimafia, già responsabile giustizia, ricostruisce i confini, politici prima ancora che normativi, tra piazze, sicurezza e garanzie costituzionali. Dal Dl sicurezza al ruolo del Quirinale, fino al referendum sulla giustizia, tra le ragioni del no e la dialettica aperta anche con chi, nell’area progressista, sostiene il sì.
In molte manifestazioni pacifiche si infiltrano violenti. Cosa dovrebbe fare la sinistra per isolarli?
Non ci vuole grande fantasia. Basta leggere l’intervista rilasciata a La Stampa da Olga D’Antona, vedova di Massimo D’Antona, giuslavorista ucciso dalle Nuove Brigate Rosse, che ricorda come la sinistra, il Partito Comunista e il sindacato (la CGIL di Luciano Lama) si comportavano. Dove emergono parole d’ordine e comportamenti che possono preludere a violenza, la sinistra deve stare alla larga oppure saper isolare chi utilizza ed esprime comportamenti deliranti e pericolosi. Oggi spesso le manifestazioni sono “liquide”: si capisce poco dell’organizzazione e della leadership, e questo rende tutto più difficile. Ma una regola resta: manifestazioni con obiettivi e parole d’ordine che possono preludere alla violenza non devono avere nulla a che fare con la sinistra. Questo non significa chiaramente che le manifestazioni debbano essere vietate: il dissenso va garantito, ma la violenza è nemica delle manifestazioni stesse.
Esiste un “riflesso condizionato” per cui il centrosinistra appare meno pronto del centrodestra a sostenere le Forze dell’ordine “senza se e senza ma”? Se sì, da dove nasce e come si corregge?
Francamente non credo. La sinistra che ho conosciuto sin da ragazzino e quella che frequento oggi, il Partito Democratico, stanno dalla parte della legalità e insieme difendono il diritto a manifestare e il diritto di opinione, entro i confini di legalità, correttezza, rifiuto della violenza. Noi siamo dalla parte dello Stato. Il Partito Comunista collaborò con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, anche con militanti sotto copertura in ambienti che potevano preludere al terrorismo. E siamo anche con l’esempio Guido Rossa, che denunciò in fabbrica chi simpatizzava per le Brigate Rosse e fu ucciso per quel coraggio: questa è stata la nostra educazione. Il punto semmai è un altro: la destra spesso, anche strumentalizzando, “non guarda per il sottile”. Noi cerchiamo di tenere insieme sicurezza, bene supremo, e diritto al dissenso pacifico. Quando si sacrifica uno dei due, è una sconfitta per la democrazia.
Il governo sta spingendo un nuovo decreto sicurezza: secondo voi tutela i cittadini o rischia di comprimere il diritto di manifestare? Vi convincono le misure che si stanno delineando?
No, non ci convince. Dopo Torino, tutti abbiamo condannato la violenza contro i poliziotti. La Presidente del Consiglio avrebbe potuto aprire un terreno comune: smettere di usare sicurezza e migranti come strumenti di propaganda e cercare soluzioni che, nel solco della Costituzione, tengano insieme sicurezza e libertà. Invece continua a evocare “nemici” anche contro chi manifesta pacificamente: un conto sono i criminali, chi trancia i cavi delle ferrovie, chi tira molotov, chi aggredisce, chi spacca la testa ai poliziotti, un conto è chi esprime dissenso, anche quando non lo condividiamo. Se il dissenso viene trattato come un fastidio da reprimere, il decreto sicurezza diventa questo: una risposta politica che comprime libertà senza risolvere davvero la sicurezza. In tre anni si sono inventate ben trenta nuove forme di reato. Si alimenta il penalismo mediatico e l’insicurezza dei cittadini è aumentata. E se davvero si hanno a cuore sicurezza e forze dell’ordine, servono organici, mezzi, risorse, videosorveglianza. E serve affrontare il tema carceri: oggi sono una discarica sociale e una scuola di criminalità, anche nel circuito minorile. La sicurezza non si fa a colpi di slogan e di propaganda.
In questo quadro, che ruolo dovrebbe avere il Quirinale per tenere insieme diritti e ordine?
Per fortuna il Presidente della Repubblica c’è. Con le sue parole pubbliche e con la moral suasion degli uffici del Quirinale, Sergio Mattarella tiene ferma la barra sui principi costituzionali, anche con lo stile dei presidenti di garanzia, come Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi. Rappresenta un riferimento unitario e indica al Paese una direzione semplice: quella della Costituzione.
Perché alcuni sgomberi diventano un simbolo nazionale e altri no?
I centri sociali non sono tutti uguali: alcuni sono luoghi di aggregazione e cultura alternativa, soprattutto nelle realtà metropolitane e urbane. Altri, invece, diventano incubatori di illegalità e di violenza: penso ad Askatasuna e ai suoi assalti No Tav in Val di Susa che hanno prodotto azioni criminali, dagli assalti alle sedi di giornali come La Stampa fino a piattaforme e comunicati in cui i germi della violenza sono evidenti. Qui sono favorevole a intervenire, ma senza fare di tutta un’erba un fascio.
Accadrà lo stesso con il palazzo occupato a Roma da CasaPound?
In questo caso il discorso è diverso: siamo davanti ad un tema di illegalità e di simbologie che evocano razzismo e fascismo, e il fascismo non è un’opinione, è un crimine. Se il Ministro dell’Interno ha annunciato che sgombererà anche il palazzo si CasaPound all’Esquilino, abusivamente occupato da decenni, ci aspettiamo che lo faccia al più presto. Abbiamo presentato una nuova interrogazione proprio per questo: lo ha promesso, lo faccia.
Lei e il Pd siete per il No al al referendum sulla giustizia, ma alcuni ex esponenti autorevoli dell’area centrosinistra sostengono il Sì. La scandalizza, la preoccupa o la considera fisiologica dialettica interna?
La considero una dialettica fisiologica. Persone come Augusto Barbera, Enrico Morando, Stefano Ceccanti, cito questi, ma anche Giorgio Tonini, sono personalità autorevoli: alcune hanno fondato il Partito Democratico, altre, come Claudio Petruccioli, sono dirigenti storici della sinistra. Hanno un’opinione e la esprimono. Io le stimo, con diversi abbiamo lavorato insieme. E ho detto anche pubblicamente che, secondo me, compiono un grave errore. Ma ciò non toglie che il Partito Democratico non è una caserma: c’è una linea, ed è quella che il PD porta avanti. Mi è capitato di fare anche il responsabile giustizia del mio partito per qualche anno e credo di avere contribuito a consolidare quella che oggi è la linea del PD. Del resto, tutti i parlamentari PD di Camera e Senato hanno votato compatti contro questa riforma e lavoriamo per il No. Poi, se ci sono esponenti e dirigenti che invece sostengono il Sì, non mi sento di definirli traditori del popolo o “utili idioti” di Giorgia Meloni. Secondo me sbagliano per ragioni di merito e politiche, e lo ribadisco. Ma al tempo stesso non li voglio crocifiggere o linciare: noi andiamo avanti sulla nostra campagna, loro esprimono le loro opinioni. La linea del partito è inequivocabilmente per il no.
I sondaggi descrivono un testa a testa: che Paese sta emergendo da questa campagna referendaria?
Vedo una campagna della destra inquietante, che trasforma una riforma in una rissa “contro” la magistratura. È pericoloso, perché l’indipendenza della magistratura è un caposaldo democratico. Se metto insieme gli attacchi alla magistratura, alla Corte dei Conti e il fastidio per i pesi e contrappesi, per il giornalismo d’inchiesta, con la pretesa purtroppo avverata di blindare questa riforma, invocata dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio un anno e mezzo fa, vedo un’idea di potere che mal sopporta i controlli. Noi dobbiamo evitare la rissa e spiegare con chiarezza i rischi per l’equilibrio istituzionale.
Qual è, secondo lei, l’argomento che può spostare davvero gli indecisi?
Io sono stato relatore della riforma Cartabia e delle riforme di sistema fatte nella scorsa legislatura: avevano un merito, non erano contro qualcuno ma costruivano strumenti. Avevamo chiesto al governo attuale di applicarle: assumere magistrati e cancellieri, stabilizzare l’ufficio del processo, completare il processo telematico, ammodernare le sedi. Diamo a quelle riforme le gambe per funzionare perché il cittadino vuole processi più rapidi ed efficaci. Questa riforma invece cambia il bersaglio e rischia di alterare equilibri delicati. E quando mi si dice, in merito alla composizione dei nuovi CSM, come ha fatto recentemente Alessandro Sallusti dal comitato del Sì: “se un magistrato sa decidere sulla vita delle persone, sa anche stare lì”, rispondo: non basta. Essere bravi a fare una sentenza non coincide con la visione necessaria per stare nel Consiglio superiore della magistratura.
Si è innestato un confronto anche sul piano comunicativo, chi sta facendo meglio?
Non ho apprezzato alcune campagne e manifesti. Quello che diceva “Chi ha pestato l’agente di polizia a Torino vota no al referendum” era da querela, ma non mi è piaciuto neppure il riferimento a CasaPound fatto in qualche nostra card. Ma nel complesso il PD sta facendo una campagna di merito. La destra, invece, cerca di delegittimare la magistratura usando pochi casi ripetuti, come Garlasco, per mandare un messaggio politico: i magistrati sono persone che sbagliano e che compiono errori giudiziari. Ma separare le carriere non elimina gli errori giudiziari. Delegittimare un potere dello Stato, che insieme a legislativo ed esecutivo garantisce l’equilibrio, è una linea irresponsabile e pericolosa. Io credo che, se si parla serenamente di rischi istituzionali e merito, quella sarà la comunicazione più efficace.
Come andrà a finire, secondo lei? E soprattutto: che cosa succederà il giorno dopo qualunque sia l’esito?
Non credo che succederà quello che successe nel 2016, quando Matteo Renzi fu sconfitto e lasciò Palazzo Chigi. Anzi: secondo me, se questo governo e Meloni perdessero il referendum e vincessero i No, sarebbe certamente un duro colpo. Ma non credo a dimissioni o caduta del governo. Al massimo, e lo dico con una battuta (sottolineo battuta) potrebbe pensare di fare come Donald Trump, che sta cercando di evitare elezioni di midterm negli Stati Uniti magari posticipando le elezioni politiche del 2027. Una riforma del governo, anche se importante e sottoposta a referendum, può essere battuta. Ma il tema è come hanno impostato una riforma delicata come questa: a colpi di arroganza, non come chi ha vinto le elezioni, ma come chi ha preso il potere e lo esercita ignorando le opposizioni e i cardini della nostra Costituzione. L’opposizione fa la sua battaglia. Io credo che, come dicono i sondaggi, siamo ormai molto competitivi: siamo testa a testa e da qui al 22 marzo ci saranno margini per migliorare. Potremmo vincere. Però, se per caso non dovesse andare così, avremmo lottato a difesa delle istituzioni, con milioni e milioni di persone mobilitate per difendere i principi cardine della convivenza democratica fissati nella Costituzione: la separazione dei poteri e la legalità.




