Storie italiane. La vicenda di Franca Viola e la svolta di costumi anacronistici

Disse la ragazza siciliana al processo che condannò il suo rapitore: "Io non sono di proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce". Sposatasi con un giovane perbene, ricevette gli auguri del presidente della Repubblica Saragat, del presidente del Consiglio Leone, e fu ricevuta da Paolo VI. Il riconoscimento di Napolitano, l’8 marzo del 2014. Per l’abrogazione del famigerato art. 544 (nozze riparatrici) si dovettero aspettare 16 anni!

L’onore, innanzitutto. Specialmente quello delle donne siciliane, legato alla loro sfera sessuale. Da difendere costi quel che costi. L’onore che per la “fimmina” sicula s’identifica con l’illibatezza prima del matrimonio.

Quanto ha contato nel sentire dei siciliani questo tipo di “onore” sino a che non si è verificato un mutamento di costumi tale da omologare modelli di vita e di costume in tutta la penisola? Tanto, tantissimo. Un proverbio recita: “Fimmina senza onuri è rosa senza oduri”.

Secondo una mentalità profondamente radicata, la donna disonorata, cioè deflorata prima di convolare a nozze, era costretta a rimanere zitella e a essere relegata ai margini della vita sociale. In Sicilia più che altrove.

L’esistenza della donna, la sua felicità e infelicità, in una parola il suo destino, ruotavano intorno al matrimonio. Notava Sebastiano Aglianò in Che cosa è questa Sicilia: “Fuori dal matrimonio la donna siciliana ha un prestigio soltanto condizionato […] solo col matrimonio essa può finalmente sentirsi vivere, spiritualmente e sessualmente, godere in serenità di coscienza la parte che le spetta di gioie terrene”.

 

 

 

 

Se ciò è vero, o comunque lo è stato sino ad alcuni decenni fa, è pure vero che la condizione sociale della donna in Italia si è evoluta, con riflessi significativi anche nella legislazione, grazie all’esemplare ribellione di una ragazza siciliana. Una ragazza bella quanto determinata, un fiore anche nel nome: Franca Viola.

La storia di Franca Viola inizia agli albori degli anni Sessanta del secolo appena scorso. Quando, giovanissima, ancora “picciridda”, s’invaghisce di un ragazzo più grande di lei di otto anni. Franca è attratta dalla baldanza di quel giovane bello e benestante con gli occhi neri magnetici che va in giro, disinvolto e spavaldo, a bordo della sua Giulietta. Franca non resiste al suo corteggiamento ostinato, al fascino del latin lover audace sino alla sfrontatezza. Ma quel ragazzo non è uno qualunque, definirlo un bullo è un eufemismo. Si chiama Filippo Melodia, un nome che conta in quel grosso centro del Trapanese, Alcamo, in cui la mafia ha un ruolo di primo piano. I Melodia sono “’ntisi”, gente da rispettare, anche perché imparentati con don Vincenzo Rimi, capomafia di Alcamo della stessa cordata di Tano Badalamenti.

Lei ha quindici anni nel 1963 quando si fidanza con Melodia col consenso dei propri genitori. Consenso, però, poco dopo revocato quando Filippo viene coinvolto in un furto e accusato di appartenere a una banda mafiosa. La famiglia Viola è umile, non naviga nell’oro, ma conduce una vita dignitosa lavorando la terra ed è sorretta da sani principi e dall’atavica saggezza contadina. Il padre di Franca, Bernardo, coltiva in mezzadria terreni di cui altri sono proprietari. È un tipo all’antica, carattere fermo, poche parole, perseveranza nel lavoro e nella difesa dei propri valori.

Non ci sta molto a decidere la rottura del fidanzamento della figlia quando scopre che Melodia è una testa calda, un ragazzo troppo spavaldo per i suoi gusti, ambizioso e spregiudicato sino al punto di infischiarsene della legge e anzi pronto a sfidarla, forte delle sue “autorevoli” parentele. Né Bernardo Viola teme i Rimi: la sua “picciridda” va protetta dalle tentazioni di un uomo che l’avrebbe fatta solo soffrire soffocandola in una vita apparentemente agiata ma piena di pericoli.

All’inizio Franca non capisce. È troppo piccola e, quel che è peggio, innamorata: “Io però, che mi ero affezionata al giovane, non fui subito d’accordo”, dirà. Ma passerà poco tempo e il comportamento arrogante di Filippo le farà capire che il padre ha ragione: “Quando poi mi venne descritto anche come pericoloso e donnaiolo, dimenticai Filippo che mi divenne indifferente”.

Melodia si rivela sempre più nella sua maldestra malvagità. Va pazzo per Franca e non sopporta che l’opposizione di una famiglia modesta gli impedisca di incontrarla. La più bella del paese, di cui aveva conquistato il cuore, non può sfuggirle per colpa di Bernardo Viola, ai suoi occhi un nuddu miscatu cu nenti. Tenta di tutto per riconquistarla e la sua condotta sui generis non è gradita neanche ai suoi familiari, che lo costringono a emigrare in Germania nel tentativo di fargli placare gli spiriti troppo bollenti.

Tentativo vano, perché Filippo, rientrato dalla Germania, continua a frequentare la malavita locale e per piccole malandrinate finisce in gattabuia. Dopo la breve carcerazione torna alla carica: a ogni costo Franca deve essere sua; è un’ossessione, un tarlo che gli rode la mente. Conosce il suo nemico – il padre di lei – e crede che può intimidirlo e annientarlo. Con i metodi, ritenuti infallibili, di Cosa nostra: lo zio Vincenzo Rimi docet. Il nipote del capomafia si presenta in compagnia dei suoi amici dinanzi a Bernardo Viola per un preliminare avvertimento: o cede, consentendogli di riallacciare il fidanzamento con Franca, o per lui non vi sarà più pace.

Bernardo non ha paura: lo caccia senza tanti complimenti dal podere che conduce in mezzadria. Alle minacce seguono i fatti. Prima Filippo gli brucia la casa colonica, non contento dà anche fuoco a un vigneto, poi porta a pascolare il gregge in un campo di pomodori. Tanta violenza, però, non piega Bernardo Viola.

Dopu Natali lu friddu e la fami” recita un antico detto. Dopo Natale, cioè, arriva il peggio. Il proverbio è in questo caso profetico. È il 26 dicembre del 1965, il giorno di Santo Stefano, e il giovane malacarni sferra il colpo da lui ritenuto decisivo, quello che gli avrebbe garantito la conquista della preda: la ragazza, ora diciassettenne, che gli ha scombussolato la vita innescando nella sua fragile mente un mix esplosivo di passione e di delirio di onnipotenza. Filippo, a bordo della sua Giulietta, assieme ad altri complici sistemati in una Seicento, si presenta dinanzi al cortile Arancio, dove si trova l’abitazione dei Viola. Irrompono armati nella casa.

Sono le nove del mattino, Bernardo è in campagna, la madre e Franca si affaccendano in lavori domestici. L’azione dei malavitosi provoca nella signora un lieve malore: colta dallo spavento perde i sensi e crolla per terra. Filippo trascina con sé violentemente Franca, e il fratellino Mariano le resta attaccato alle vesti. Si consuma il ratto: Franca Viola è condotta prima in un casolare di campagna, poi in paese, nell’abitazione della sorella di Filippo. Il piccolo Mariano viene riconsegnato: il suo rapimento non era nei calcoli, si tratta solo di un imprevisto nell’azione programmata e la sua presenza è un intralcio nel disegno di Filippo Melodia. Che nella sua follia ha uno scopo preciso e lucido: deflorare Franca. La ragazza, persa la verginità a seguito di quel sequestro camuffato da “fuitina”, non avrebbe più scampo. Non potrebbe far altro Franca – i genitori giocoforza consenzienti – che riparare col matrimonio al disonore di donna non più illibata. D’altra parte la legge viene in soccorso: il provvidenziale art. 544 del codice Rocco, varato durante il regime fascista, legittima con le nozze la violenza carnale persino su minorenni. “La liggi è liggi” e non si discute anche se appare iniqua.

Naturalmente Filippo Melodia, ligio al suo piano e fremente di passione, non perde tempo e sfoga la sua libidine sul corpo, d’ora in poi non più vergine, della disonorata Franca. Che dirà del suo calvario: “Rimasi digiuna per giorni e giorni. Lui mi dileggiava e provocava. Dopo una settimana abusò di me. Ero a letto, in stato di semicoscienza”.

Tutto calcolato, dunque: Melodia ha la vittoria in mano. Chi avrebbe potuto più sposare la “svergognata” Franca Viola se non lui che ne aveva già posseduto il corpo? A questo punto non resta che siglare il patto di conciliazione con i genitori della ragazza e benedire con il matrimonio quell’unione che, sebbene frutto di violenza, è consacrata dalla prassi e dal diritto.

L’accordo con Bernardo Viola, preceduto dall’intermediazione di terzi, sembra essere stato raggiunto. Il giorno fissato per l’”intesa” è il 6 gennaio del 1966, giorno della befana. Che però porta a Melodia, invece del dono agognato, ceneri e carboni. Già, perché quel contadinotto privo di pedigree mafioso, quel nuddu miscatu cu nenti che si guadagna il pane sudando nella terra degli altri, che risponde al nome di Bernardo Viola, gioca un brutto scherzo al nipote del padrino. Il 6 gennaio invita all’incontro di riconciliazione – a cui Filippo Melodia si presenta puntuale con i suoi complici e con Franca – degli ospiti inattesi: gli uomini della polizia. Che arrestano Melodia e i suoi amici e riconsegnano Franca alla sua famiglia.

 

 

 

 

Per la Viola è un’autentica liberazione: ritorna a casa circondata dall’affetto dei suoi cari e ora che ha conosciuto la brutalità di quel giovinastro (di cui un tempo, ormai rimosso, si era invaghita) può, col soccorso dei genitori, rifarsi una vita. Ma non è semplice: dovrà combattere, da protagonista – lei così giovane e refrattaria alle ribalte mediatiche – una battaglia in difesa del proprio onore e di quello dell’universo femminile. Una battaglia contro tanti nemici: i pregiudizi, le maldicenze, l’opinione comune ancorata a un sentire retrivo e difficile da sradicare. E dovrà affrontare un processo. Sì, perché Bernardo Viola si costituisce parte civile nel giudizio penale promosso nei confronti di Filippo Melodia.

Non è facile trovare un legale che assista i Viola. Franca se ne accorge quando incontra nello studio del proprio avvocato uno dei suoi rapitori. Questa circostanza la costringe a cambiare difensore. E meno male perché il suo nuovo legale è Ludovico Corrao, un oratore di vasta cultura, ma soprattutto uno spirito libero che abbraccia con passione la sua causa.

Corrao è un uomo originale, un dandy innamorato dell’arte e sensibile ai temi civili e sociali, che diverrà senatore per lunghi anni e sindaco “a vita” di Gibellina, paese della Valle del Belice devastato dal terremoto del 1968 e trasformato con la ricostruzione – grazie ai suoi interventi e alle sue frequentazioni con i maggiori artisti e architetti d’Italia – in un centro d’interesse turistico, una sorta di museo a cielo aperto d’arte contemporanea.

L’arringa di Corrao ha un incipit degno di essere ricordato: “Il ratto a scopo di matrimonio è un’usanza barbara. Da combattere finché non si decideranno a smetterla”.

Durante il processo Franca Viola, la fragile ragazzina più bella di Alcamo, sfodera una grinta inattesa. Afferma fra l’altro: “Io non sono di proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce”. E ne occorrono di grinta e coraggio per fronteggiare le infamie di cui Mendolia la ricopre. Il nipote del boss tenta persino di infangarla sostenendo che già nel luglio del 1963, quando erano fidanzati, lei quindicenne gli si era concessa e i suoi legali chiedono addirittura – richiesta correttamente respinta – una perizia per accertare quando fosse avvenuta la sua deflorazione.

Il processo si conclude con la condanna di Melodia a undici anni di reclusione. Anche i suoi complici sono condannati.

Il 4 dicembre del 1968 Franca Viola si sposa con Giuseppe Ruisi, che durante il processo – mentre erano già fidanzati – Melodia aveva minacciato di morte se l’avesse condotta a nozze. Lo spasimante, mai domo, esigeva l’esclusività sulla donna più bella di Alcamo. Franca pretende e ottiene – altro suo successo – la cerimonia in chiesa, l’abito bianco, gli inviti. Sebbene la cerimonia, per la riservatezza della famiglia Viola, sfuggirà agli sguardi curiosi della folla e dei fotografi giunti alle undici, quando alle sette del mattino tutto si era già svolto.

Testimone di nozze di Franca è l’avvocato Corrao. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat fa pervenire i suoi auguri, come anche il presidente del Consiglio Giovanni Leone, mentre il ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro regala alla coppia un biglietto ferroviario valido un mese per l’intero tragitto nazionale. Lo utilizzano per recarsi al Vaticano per l’udienza di Paolo VI.

Con il suo coraggio Franca Viola sfidò non solo il nipote di un potente mafioso, ma anche la cattiva coscienza di un Paese arroccato su costumi anacronistici e incivili legalizzati da una normativa medievale. Quella sfida servì per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla “causa femminile” contribuendo all’emancipazione delle donne. I giornali dell’epoca seguirono il processo con partecipazione emotiva, schierandosi dalla sua parte, e i commentatori più illuminati chiesero l’abrogazione del famigerato art. 544 del codice penale. Che però il legislatore abrogò, con colpevole ritardo, solo nel 1981.

Franca Viola, malgrado il clamore della storia che la coinvolse e sconvolse (su cui fu persino realizzato un film, La sposa più bella, nei suoi panni Ornella Muti), non ha amato mai, e continua a non amare, i riflettori della ribalta. Divenne un’eroina suo malgrado e a sue spese. In una delle poche interviste concesse, nel 2007, dirà: “Per me quella vicenda rappresentò una vera e propria disgrazia, ho dovuto attraversare momenti tristi, di sofferenza, è stata un’esperienza decisamente negativa”. E dire che vi fu anche chi l’accusò all’epoca del processo, lei così pudica e introversa, di vendere le interviste ai rotocalchi.

Nel 2014 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione dell’8 marzo, l’ha insignita, assieme ad altre donne, di un riconoscimento per il ruolo avuto nel miglioramento della condizione femminile nel nostro Paese. Un piccolo risarcimento per le tante sofferenze patite e per la tenacia con cui Franca ha combattuto la sua battaglia di civiltà. Vinta su tutti i fronti.

 

Antonino CangemiScrittore

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