Revisione della Difesa. Cosa aspettarsi dal piano Crosetto?

La riforma delle Forze armate voluta dal ministro Guido Crosetto si preannuncia come una delle revisioni più profonde dello strumento militare, tra aumento degli organici, riserva volontaria e un’arma cyber. Il disegno di legge è atteso entro marzo e chiarirà la reale portata della riforma

C’è molta attesa tra gli addetti ai lavori per il contenuto della Riforma delle Forze armate voluta dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha ricevuto le indicazioni del Comitato strategico, voluto dallo stesso ministro un mese fa, chiamato a indicare i principali punti del programma. Alla presentazione hanno partecipato i Sottosegretari alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago e Isabella Rauti, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, i vertici della Difesa e delle singole Forze Armate e dell’Arma dei Carabinieri, nonché i rappresentanti del Segretariato Generale della Difesa e della Direzione Nazionale degli Armamenti. Quella avviata da Palazzo Baracchini sembra configurarsi come una delle più profonde revisioni dello strumento militare dalla sospensione della leva obbligatoria, ma la riservatezza che ancora aleggia sul contenuto effettivo del piano lascia ancora nel campo delle ipotesi la vera portata della riforma.

Il contesto della riforma

Quel che sembra chiaro è che con il ritorno della guerra convenzionale in Europa e in un contesto geopolitico sempre più volatile, lo strumento militare necessita di una profonda revisione organica e dottrinale. Il modello illustrato allo Stato maggiore della Difesa – base del futuro disegno di legge – è stato infatti definito “complessivo e strutturale”, con un orizzonte temporale di almeno vent’anni. Non una misura contingente, dunque, ma un nuovo assetto strategico. “Non una riforma del ministro, ma una riforma delle Forze armate”, ha spiegato lo stesso Crosetto, segnalando la volontà di costruire un consenso istituzionale più ampio e duraturo.

Organici e numeri della nuova Difesa

Non è un caso che tra gli elementi più sicuri della riforma c’è sicuramente quello legato al personale e ai numeri dell’organico. L’obiettivo dichiarato è arrivare progressivamente a circa 160 mila unità entro il 2033, con una revisione del reclutamento e delle progressioni di carriera. Ma la questione non è soltanto quantitativa. Il nodo vero è il modello. Negli ultimi trent’anni l’Italia ha costruito uno strumento ridotto, altamente professionale e orientato alle missioni all’estero. Il contesto post-Ucraina ha cambiato le priorità e oggi la deterrenza e la capacità di sostenere un conflitto prolungato ad alta intensità sono tornati elementi centrali. Non a caso, molti Paesi europei stanno rivalutando riserve e forme di mobilitazione. In questo quadro si inserisce l’ipotesi di una riserva volontaria, che secondo indiscrezioni potrebbe arrivare a circa diecimila unità. La riforma dovrebbe intervenire su reclutamento, progressioni e formazione, con percorsi più chiari e flessibili.

Un’Arma cyber?

Il secondo pilastro potrebbe prevedere la creazione di una struttura autonoma dedicata alla cyber-sicurezza e alla guerra ibrida, più volte sottolineata dal ministro come una delle priorità della Difesa. La guerra contemporanea si gioca sempre più su infrastrutture digitali, reti energetiche, operazioni informative e attacchi alle catene logistiche. L’idea di concentrare competenze oggi frammentate in una “quinta forza” indica una visione multidominio, in linea con l’evoluzione della Nato.

Una Difesa più interforze

Più della crescita numerica o del cyber, tuttavia, la trasformazione decisiva potrebbe essere organizzativa. Il cuore della riforma è una Difesa più integrata, con maggiore coordinamento interforze, razionalizzazione delle strutture e ottimizzazione delle risorse. Questo dovrebbe significare centralità dello Stato maggiore della Difesa, riduzione delle duplicazioni tra Esercito, Marina e Aeronautica e una maggiore specializzazione operativa. Un esempio potrebbe essere la possibile riunificazione dei servizi di sanità militare in un unico corpo interforze (modello già adottato dalla Germania), per migliorare efficienza e capacità di risposta. Un percorso già consolidato negli Stati Uniti e sempre più diffuso in Europa, ma che rappresenta anche un passaggio delicato, perché incide su equilibri interni consolidati e su identità istituzionali radicate.

Il legame con l’industria

Un aspetto meno visibile ma cruciale riguarda il rapporto tra Difesa e industria. L’Italia dispone di una base tecnologica e industriale di primo livello. Una riforma strutturale dello strumento militare può offrire stabilità agli investimenti, orientare la pianificazione e rafforzare la sovranità tecnologica. È il modello francese, che vede la strategia militare e la politica industriale come due dimensioni integrate. In un contesto di instabilità globale, la capacità di produrre sistemi avanzati diventa una leva di autonomia e di sicurezza.

I prossimi passi

Al netto di queste considerazioni, il condizionale è ancora d’obbligo, visto che per ora il piano è stato solo presentato al ministro dal Comitato Strategico, le cui linee-guida costituiranno la base del disegno di legge di revisione dello strumento militare. Quella che si apre ora è la fase di traduzione normativa delle proposte elaborate dal Comitato, che sarà condotta in un quadro di piena collaborazione istituzionale. Il ministro Crosetto ha dichiarato che il disegno di legge sarà presentato alle Camere “entro marzo”, e solo allora si potranno avere gli elementi necessari per una analisi complessiva della portata della riforma.

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