Referendum, il giorno dopo. Le analisi di Violante e Bertolini

Il giorno dopo il referendum sulla riforma della giustizia, due delle voci più auorevoli che si sono espresse in queste settimane di campagna referendaria si confrontano sulle urne, sui significati del voto e sulle sfide che restano aperte. Luciano Violante, ex presidente della Camera, e Isabella Bertolini, consigliere laica del CSM e segretario generale del Comitato Sì Riforma, leggono lo stesso risultato da prospettive opposte, ma convergono su un punto: il lavoro sulla giustizia è appena cominciato.

Il referendum sulla riforma della giustizia ha diviso il Paese e mobilitato milioni di cittadini. La vittoria del No non chiude però la partita sulle criticità del sistema giudiziario italiano, così come le domande su come affrontarle. Ne abbiamo parlato con Luciano Violante, ex magistrato e già Presidente della Camera dei Deputati, e con Isabella Bertolini, consigliere laica del CSM e segretario generale del Comitato Sì Riforma.

Presidente Violante, come interpreta il risultato del referendum?

Il dato più significativo è quello della partecipazione popolare alla consultazione. Questo significa che quando sono in gioco valori di fondo, i cittadini si mobilitano. Era già accaduto, per esempio, con i cortei pro-Palestina, non organizzati da nessuna forza politica eppure capaci di radunare un milione di persone. Questa volta è successo qualcosa di analogo: si è capito che erano in discussione alcuni pilastri della nostra vita civile e democratica, e la risposta è arrivata. Il secondo dato che ritengo significativo è il voto dei giovani, che si sono espressi in stragrande maggioranza a difesa dell’attuale Costituzione.

Detto questo, dobbiamo guardarci dagli eccessi di ottimismo. La giustizia così com’è non va bene. La riforma bocciata era sbagliata perché non toccava i veri punti chiave, che invece vanno affrontati. Sarebbe importante che chi si occupa di questi temi — a partire dagli stessi magistrati — cominci a formulare proposte concrete per far funzionare meglio il sistema e tutelare meglio i diritti dei cittadini.

Onorevole Bertolini, come legge il risultato elettorale?

Rispettiamo il verdetto delle urne come lo abbiamo sempre fatto. Senza spocchia, senza senso di superiorità, ma con senso delle istituzioni e profondo rispetto per la democrazia. Ciò detto non possiamo tacere il rammarico: oggi si chiude una porta che poteva aprire una stagione nuova per la giustizia italiana.

Presidente Violante, dal punto di vista politico, si tratta di una vittoria dell’opposizione o di un movimento della società civile?

Credo che ci sia stata una coincidenza tra le due cose. Ma è certo che non tutti coloro che hanno votato contro la riforma voteranno il centrosinistra alle prossime elezioni politiche: sarebbe un errore trasferire meccanicamente questo risultato sul piano del consenso a partiti o coalizioni. Questa vicenda ha avuto un inizio e una fine. Si è conclusa in modo positivo, ma non va confusa con un’investitura politica. I vincitori devono avere l’intelligenza di non eccedere nell’entusiasmo. E devono cominciare a porre le questioni reali da risolvere.

Onorevole Bertolini, pensa ci siano stati errori nella conduzione della campagna referendaria?

Spiace che la vittoria dei No si sia imposta anche sulla base di un racconto inventato, quello della cancellazione dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Abbiamo creduto , al contrario, in questa riforma perché rappresentava un passo concreto verso una magistratura più trasparente, più efficiente, più libera. Una giustizia capace di riconquistare fino in fondo la fiducia dei cittadini. Non era una battaglia di parte, ma una sfida per il futuro del Paese. Per questo il risultato pesa: non per noi, ma per l’opportunità mancata di rendere il sistema più giusto, più credibile, più vicino alle persone.

Va anche detto che questa battaglia civile abbiamo cercato di condurla con dignità, rispetto della verità e delle persone. Anche per questo oggi, al di là dell’amarezza, tanti hanno apprezzato il nostro tentativo di restare nel merito, dialogando non tra partiti, ma con la società, gli ordini professionali, la stessa magistratura, i corpi intermedi.

Presidente Violante, come ha sottolineato, una riforma della giustizia è ancora necessaria. Quali sono le priorità?

Prima di tutto — mi si permetta l’aspetto tecnico — l’aumento del numero dei GIP, i giudici delle indagini preliminari, coloro che autorizzano o negano fermi, intercettazioni, perquisizioni, sequestri. Incidono direttamente sui diritti dei cittadini, ma sono troppo pochi, e questo li spinge talvolta a non esaminare con sufficiente spirito critico le richieste dei Pubblici Ministeri. Non per subalternità, ma per oggettiva carenza di organico.

Un altro settore da rafforzare numericamente è quello dei giudici dell’esecuzione penale, che si occupano in concreto delle carceri. La tragedia carceraria non dipende certo da loro, ma la carenza di personale impedisce di esaminare tempestivamente le istanze dei detenuti. Molte di quelle istanze sarebbero fondate, ma non c’è il tempo materiale per istruirle.

Onorevole Bertolini, questo risultato che responsabilità pone alla magistratura?

Questo risultato responsabilizza enormemente la magistratura. Dal dibattito pubblico sono emersi i problemi, le criticità e le storture del Sistema. Ci si è divisi sul modo di risolverlo. Dal tema della responsabilità a quello della terzietà, dalla meritocrazia ai tempi della giustizia si pone oggi un’enorme questione che è quella di autoriforma del Sistema giudiziario attuato dalla stessa magistratura con questo CSM e l’attuale assetto costituzionale. Se non si porrà rimedio ai tanti problemi della giustizia, questo dibattito è destinato a riproporsi nell’arco di poco tempo.

Presidente Violante, quali potrebbero essere le ripercussioni per il governo?

Questo spetta al governo stabilirlo. La leadership di Giorgia Meloni, a mio avviso, non è in discussione. Come accade sempre in caso di sconfitta, c’è la tentazione di individuare un capro espiatorio: sono processi sbagliati. Quando si perde, bisogna capire quali errori siano stati commessi collettivamente. In questo caso c’è stato un eccesso di toni in alcuni momenti, insulti gratuiti e privi di fondamento — anche da parte di importanti personalità istituzionali. Evidentemente, non tutti, ma alcuni, hanno condotto la campagna in modo sbagliato, e questo ha pesato.

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