Leone Risorto. Cosa c’è dietro lo scontro tra Israele e Iran

L’operazione Leone Risorto segna un punto di svolta nello scontro tra Israele e Iran: non una guerra dichiarata, ma un blitz aereo e missilistico che punta direttamente ai siti nucleari di Teheran. Dietro c’è una storia lunga decenni — dall’eredità egiziana alla strategia dei proxy sciiti — e una questione esistenziale: Israele non può permettersi un Iran atomico

L’attuale scenario mediorientale è segnato da un’operazione militare di vasta portata denominata Leone Risorto, un termine che richiama l’antico simbolo del sole nascente dell’Iran. Nonostante l’intensità degli scontri, non ci troviamo di fronte a una guerra formalmente dichiarata, bensì a un blitz aereo e missilistico che sta mettendo in discussione gli equilibri dell’intera regione. Questo scambio di azioni, che coinvolge mezzi strategici avionici e missilistici, segna un punto di svolta nei rapporti tra Israele e l’Iran.

Dal 1979: il cambio della guardia nella resistenza anti-israeliana

Per comprendere l’attuale radicalità del conflitto, è necessario guardare alla storia. Tra il 1948 e il 1979, l’opposizione allo Stato d’Israele è stata guidata dall’Egitto, che ha sostenuto quattro conflitti nel tentativo di ripristinare la preminenza palestinese. Tuttavia, con la firma del trattato di pace tra Egitto e Israele nel 1979 sotto la presidenza Sadat, il ruolo di guida della causa palestinese è passato all’Iran.

Questo passaggio di testimone ha introdotto una variabile fondamentale: la dimensione religiosa. Mentre l’Egitto era a maggioranza sunnita, l’Iran è a guida sciita. Assumendo la difesa della causa palestinese (prevalentemente sunnita), l’Iran intende porsi all’avanguardia del mondo islamico, dimostrando una maggiore attitudine combattiva rispetto alle nazioni sunnite che hanno normalizzato i rapporti con Israele.

La strategia iraniana: una guerra per procura e la minaccia nucleare

A differenza dell’Egitto, l’Iran non ha cercato lo scontro frontale tradizionale ai confini, ma ha attivato una fitta rete di attività ostili lungo le fasce periferiche di Israele. Questa strategia si avvale di proxy come Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano, milizie in Iraq e i ribelli Houthi in Yemen, capaci di minacciare persino la navigazione nel Canale di Suez. L’obiettivo dichiarato dai vertici iraniani rimane la rimozione dello Stato ebraico.

In questo contesto, la questione nucleare assume una valenza esistenziale. Israele, a causa del suo territorio ridotto e dell’alta densità di popolazione, non può accettare che un regime che ne proclama la distruzione disponga di armamenti atomici: pochi ordigni sarebbero sufficienti per una strage di dimensioni inconcepibili. Le recenti dichiarazioni dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) hanno aggravato l’allarme, denunciando che l’Iran non collabora più alle ispezioni, possiede uranio arricchito oltre il 60% in siti non dichiarati e ha acquisito le tecnologie necessarie per mettere in campo un ordigno nucleare in breve tempo.

L’operazione israeliana e la risposta aerospaziale

La reazione di Israele, intensificatasi dopo i fatti di ottobre a Gaza, mira ora direttamente al cuore del sistema iraniano. L’obiettivo dell’attuale rappresaglia aerea è triplice: distruggere i siti di arricchimento dell’uranio; neutralizzare i centri nevralgici come aeroporti, sistemi di ricognizione e la rete antiaerea per garantire il controllo dei cieli; colpire le figure chiave, come scienziati e militari responsabili dei progetti nucleari e missilistici. Un obiettivo più ambizioso, seppur di dubbia realizzazione, sarebbe quello di innescare un disordine interno tale da provocare una rivolta popolare contro il governo degli Ayatollah.

La vulnerabilità della difesa e le incertezze future

L’attacco iraniano delle ultime notti ha rivelato capacità offensive inedite. Nonostante Israele disponga di sistemi di difesa avanzatissimi per ogni raggio (dal corto raggio ai missili balistici che volano sopra l’atmosfera), la barriera difensiva è stata in parte perforata. Il fatto che alcuni missili siano riusciti a penetrare nello spazio aereo israeliano rappresenta un monito drammatico: se l’Iran disponesse di testate nucleari su una forza missilistica consistente, la sicurezza di Israele sarebbe in pericolo estremo.

Al momento, il confronto rimane confinato alla dimensione aereospaziale. Se da un lato Israele cerca di guadagnare tempo distruggendo i depositi e i siti di produzione iraniani, dall’altro l’Iran non ha interesse a interrompere le ostilità, forte di un’opinione pubblica araba sempre più solidale. Sullo sfondo rimangono irrisolti i nodi storici sulla coesistenza di due Stati e il fallimento dei tentativi diplomatici dell’ONU, mentre gli accordi di pace tra Israele e altri paesi dell’area, come l’Arabia Saudita, sembrano essere diventati il bersaglio strategico dell’asse iraniano.

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