Joseph Wright, il “Caravaggio britannico” che esplorava le tenebre

La National Gallery dedica la prima grande mostra a Joseph Wright of Derby, protagonista del Settecento inglese. Tra tenebrismo caravaggesco e fascinazione per la Rivoluzione scientifica, Wright ha trasformato esperimenti, strumenti e scoperte in potenti drammi di luce e ombra

Joseph Wright, quasi uno sconosciuto per molti, è un pittore britannico che raggiunse rapidamente i vertici della celebrità in vita, e troppo velocemente fu destinato all’oblio dopo la morte. Oggi, di fronte alle sue intriganti, magnetiche opere, è possibile dire di lui che è stato uno dei meno compresi artisti della sua generazione. Nasce a Derby, nel Derbyshire, nel 1734. La sua è una famiglia della buona società che a 17 anni lo manda a Londra alla scuola di Thomas Hudson, dove studia la scultura, il disegno e le tecniche di incisione dei grandi artisti del passato. Nel 1757 torna nella sua città natale e si afferma come ritrattista espandendo la sua fama a Liverpool e alla stessa Londra in cui si fa conoscere come Joseph Wright of Derby. I ritratti e la provincia, tuttavia, a Joseph non bastano, vuole emergere e per farlo deve essere presente in ambienti artistici e letterari della capitale. Siamo in pieno XVIII secolo, quello dei lumi. L’intera Europa sta affrontando quell’evoluzione radicale da cui non sarà più possibile retrocedere. Il rinnovamento scientifico del Seicento trova sbocco nella rivoluzione del Settecento ponendo fine alla semplice conoscenza naturale per addentrarsi, tramite la chimica e la fisica, in esperimenti sensazionali, messi in pratica tramite leggi (Boyle e Newton) e modelli mai concepiti prima. Wright è pienamente uomo del suo tempo, vive affascinato dalla scienza che spalanca porte sconosciute, e vi si immerge. Il tenebrismo caravaggesco, che approfondirà anche con un lungo viaggio in Italia, guida la sua ricerca che esplora la luce artificiale. L’innovativo approccio di Caravaggio aveva permesso di rivestire d’intensità anche ambienti e soggetti comuni. Wright ne scopre la versatilità e la applica studiandone anche il potere psicologico. Dall’oscurità emergono volti e emozioni che si mescolano a strumenti scientifici che l’uomo nuovo del Settecento mette a punto e sperimenta. La luce e la tenebra rivestono un enorme potere sia teologico che intellettuale che culturale, connotazioni tutte, queste, che convergono in lui quale cittadino britannico, cristiano e artista.

Joseph Wright of Derby, A Philosopher giving a lecture on the Orrery, esposto nel 1766, Derby Museum

Nel decennio precedente agli inizi dell’attività di Wright, Edmund Burke aveva pubblicato un trattato sul Sublime (A philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful, London, Dodsley, MDCCLVII) che aveva avuto enorme successo. In esso il filosofo aveva legato l’oscurità al terrore. In linea con la sua definizione del Sublime, questo terrore poteva portare ad alterazioni dello stato mentale e anche a forme di estasi a patto che, sul piano corporeo, non ferisse l’osservatore. Wright diventa osservatore di chi osserva e indaga tramite una luce che penetra nelle tenebre le reazioni dei suoi personaggi di fronte alle nuove strumentazioni che affascinano o anche atterriscono gli spettatori che accorrono per vederle e vederle messe in opera. Il planetario meccanico, il cui primo nome è Orrery (dall’Earl di Orrery che l’aveva commissionato) diventò presto una forma d’intrattenimento popolare che permetteva di illustrare il sistema solare eliocentrico con pianeti e luna in movimento. Il suo successo fu grande e divenne un modo di avvicinare l’uomo comune alla Scienza mentre l’astronomia e la religione interagivano per spiegare come vi siano leggi divine che regolano e governano i moti dei pianeti. Wright rappresenta una di queste manifestazioni mettendo al centro della composizione l’erudito che spiega agli astanti (tra cui una donna di spalle e dei bambini) il sistema. Al centro, al posto del sole pone una luce artificiale che non è possibile vedere, ma che illumina potentemente sia il conferenziere che gli spettatori cogliendoli nella loro attenzione e meraviglia.

Lo studio delle proprietà fisiche dell’aria svolse un ruolo centrale nella Rivoluzione scientifica e nei tentativi volti a sostituire le concezioni teleologiche della Natura con la filosofia meccanica. I filosofi meccanicisti rifiutavano la tesi, derivata dalla fisica aristotelica, secondo la quale l’innalzamento della colonna di mercurio nel tubo del barometro era causato dalla Natura che non contemplava la formazione di vuoti; nel 1660 Boyle dimostrò, con la sua pompa pneumatica, che la colonna di mercurio era sostenuta dalla pressione o dalla espansibilità dell’aria circostante.

Joseph Wright of Derby, Air Pump, (1774-1793), Whipple Museum of the history of Science, Univ. Cambridge

Considerata da questo punto di vista, la storia della pneumatica mette in luce la complessità e la molteplicità delle forze che determinarono la nascita e lo sviluppo della scienza moderna. Nel Settecento, la pompa pneumatica fu protagonista di esperimenti spettacolari che dimostravano la natura del vuoto e l’importanza dell’aria per la vita e la combustione. In tali esperimenti che prevedevano anche la soppressione di un essere vivente (di solito un uccellino) l’aria era estratta da campane di vetro per mostrare i suoi effetti, tra cui la morte per asfissia. Wright immortale l’esperimento e coglie tutte le emozioni in un memorabile dipinto.

L’erudito, che guarda direttamente lo spettatore, sta pompando aria fuori dal contenitore di vetro per mostrare l’effetto che questo produrrà sull’uccellino dentro imprigionato. Di fronte alla sofferenza e alla morte possiamo vedere le reazioni dei diversi astanti che vanno dall’interesse, alla curiosità, all’impossibilità di guardare, alla costernazione, all’indifferenza. In questo caso, la luce è posta dietro alla coppa che contiene un teschio umano a significare la caducità della vita. La tecnica di Wright, vede, qui, l’utilizzo di un sottile foglio d’argento su cui è stesa la pittura.

I titoli che l’artista dà ai propri quadri vogliono essere il più possibili esplicativi anche se talvolta diventano particolarmente lunghi. È il caso di The Alchymist, in Search of the Philosopher’s Stone, discovers Phosphorus, and prays for the successful conclusion of his operation, as was the custom of the ancient chymical astrologers. Nel 1669, l’alchimista tedesco Hennig Brandt scoprì il fosforo nel corso di un esperimento alla ricerca della pietra filosofale. Il chimico Mattew Turner aveva condiviso con Wright il volume di Pierre-Joseph Macquer su tale ricerca che, nel 1700, è motivo di approfonditi studi scientifici sulla fosforescenza.

Joseph Wright of Derby, The Alchymist…, esposto nel 1771, ripreso nel 1797, Derby Museum

L’artista ne è affascinato e ritrae la magia della bottega dell’alchimista che oramai è uomo di scienza, e il cui conoscere deriva dall’esperienza sperimentata e non da ipotesi indimostrate. Il XVIII secolo si apre anche a nuovi modi di vedere tramite strumenti meccanici che si offrono come intrattenimento popolare e mezzo di erudizione quale, ad esempio, la lanterna magica (una specie di pre-cinema) che proietta su pareti immagini disegnate, amplificate e illuminate da una candela posta in una specie di scatola di latta.

“Lanterna magica”, da Athanasius Kircher, Ars Magna Lucis et Umbrae, 1671 (https://archive.org/details/athanasiikirche00kirc).

Etienne-Maurice Falconet, La Lanterne Magique, 1757, porcellana di Sèvres, Victoria and Albert, Londra

Joseph Wright of Derby, mezzotint, British Museum

Wright vuole collaborare in prima persona a questa evoluzione culturale e decide di farsi lui stesso promotore di quel fermento di conoscenza che oramai permea il suo tempo divulgando suoi lavori a costi accessibili. Per fare ciò, si dedica alle acquetinte/mezzotinte da cui sono tratte numerose copie di suoi famosi lavori (quali ad esempio l’Orrery e l’Air Pump) che vengono esposte in una stessa sala. In tal modo all’opera dipinta fanno corona le copie. La sua fama, a questo punto diventa grandissima e i negozi dello Strand di Londra fanno a gara per mettere in vetrina le sue stampe formando così una galleria d’arte continua lunga quanto lo Strand e che si offre a chi è in passeggiata o vi transita.

La bravura di Wright nell’incisione permette di mantenere gli effetti di luce, che hanno creato la sua fama in pittura, nelle sue stampe e i suoi lavori sono ampiamente acquistati e diffusi. Di carattere scontroso e introverso, dal 1777 in poi, Wright, comunque, si stabilisce definitivamente in Derby, la sua città, dove vive con la famiglia (la moglie Ann e, dopo la sua morte, i figli) fino alla fine della sua vita (1797).

Tra i riconoscimenti che ottenne ci fu quello della Society of Artist of Great Britain e della Royal Academy di cui fu nominato Full Member, onore che rifiutò per disaccordi intercorsi anche se continuò a collaborare con la stessa.

La fama ottenuta in vita si spense presto e Joseph Wright divenne, nei libri di storia dell’arte, un pittore locale, relegato nel Derbyshire. Ora, grazie alla National Gallery (in collaborazione con il Derby Museum), gli è stata dedicata la prima importante mostra personale che ci permette di riscoprire uno dei più interessanti artisti del XVIII secolo e di cogliere il fermento che ha pervaso il Secolo dei lumi per sfociare, nella vicina Francia, in quella Rivoluzione che, come un ciclone inarrestabile, ha sconvolto a catena gli equilibri mondiali. L’esposizione dal titolo “Wright of Derby. From the Shadows”, iniziata il 7 novembre 2025, si concluderà il 10 maggio 2026.

Fonti

  • Christine Riding, Jon King, Wright of Derby from the Shadows, London, National Gallery Global-Yale University Press, 2025 (catalogo della mostra);
  • David H. Solkin, Art in Britain 1660-1815, London, Yale University Press, 2015;
  • Letizia Treves, Beyond Caravaggio, London, National Gallery Company limited, 2016.

Tutte le riproduzioni fotografiche, ove non diversamente indicato, sono state tratte dall’Autrice in corso di esposizione

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