Io lotto sola. All’Orangerie di Parigi Berthe Weill, gallerista atipica

La mostra al Musée de l’Orangerie ricostruisce l’esperienza di Berthe Weill, gallerista donna nei primi anni del XX secolo a Parigi, attraverso opere, documenti e il suo diario Pan! dans l’œil…, Un percorso fatto di intuizione, rischio e sostegno costante a artisti allora emergenti, da Picasso a Modigliani. Ne emerge il profilo di una professionista decisiva nella costruzione dell’arte moderna

È il 1901 quando Berthe Weill, una donna di 35 anni, apre una galleria al numero 25 di via Victor-Masse, in Pigalle, a Parigi. È un periodo in cui al fianco di artisti noti, fervono le avanguardie, pittori che faticano ad affermarsi e su cui, nel mercato dell’arte, pochi sono disposti a scommettere. Si chiamano Picasso, Matisse, Modigliani, Valadon, Chagall, Utrillo e altri. Berthe dice che è questione di “pelle”: se lei non “sente” un artista, lo rifiuta. In realtà ne rifiuta pochi. Con entusiasmo e perseveranza quasi ostinata diventa la voce di pittori che, grazie al suo sostegno, raggiungeranno le massime vette della celebrità. Sfidando sessismo, antisemitismo e difficoltà economiche, fidandosi di nomi ancora sconosciuti scrive una pagina fondamentale della Storia dell’Arte moderna. Nel 1933 pubblica Pan! Dans l’œil…, suo diario in cui sono narrati trent’anni di memorie di una gallerista, prezioso lavoro, punto di riferimento obbligato e pioniere di un nuovo genere letterario. Nata a Parigi da una modesta famiglia di ebrei d’Alsazia, apprendista presso Salvator Meyer, rinomato mercante di stampe, apre, con l’aiuto di un fratello, un negozio d’antichità e oggetti d’arte in Pigalle, allora epicentro di vita notturna su cui gravitano, da Montmartre, artisti squattrinati. Per sostenere i suoi protetti decide di diversificare le attività della boutique affiancando libri a stampe, illustrazioni a caricature. Mentre esplode l’Affaire Dreyfus che spacca in due la Francia, Berthe prende posizione ed espone volumi e disegni originali in favore di Alfred Dreyfus e del suo difensore Émile Zola. L’incontro con Pere Mañach, mercante d’arte catalano che si è proposto di promuovere la giovane generazione spagnola, la mette in contatto con il ventunenne Picasso di cui subito acquista tre quadri (classificati in seguito quali appartenenti al Periodo Blu) che non riesce a vendere, ma di cui rivende Le Moulin de la Galette per una discreta cifra.

Pablo Picasso, La chambre bleu, 1901, Washington D.C., The Phillips Collection.

Aiutata da Mañach trasforma il negozio in Galerie B. Weill senza scrivere per esteso il suo nome per nascondere la sua identità femminile. La sua prima esposizione ha luogo il primo dicembre 1901 e raggruppa opere di Pierre Girieud, Fabien Launay e Raul de Mathan insieme alle terre cotte di Aristide Maillol, reduce dal successo dei suoi bronzi. Il critico d’arte Gustave Coquiot, che firma il suo primo catalogo, inizia a darle notorietà come scopritrice di talenti. Si indebita per sostenere i costi di un magazzino, oramai indispensabile, ma va avanti. Annota nel suo Pan!: “Matisse inizia a imporsi; Dufy va avanti adagio; Marquet è diventato campione di vendite; Derain e Vlaminck, la miseria; Friesz… fa quel che può, si dà da fare; Camoin ha alti e bassi…”.

Henri Matisse, Le Lit, 1898, Collection particulière, ancienne collection Henri Matisse

Marc Chagall, La cage d’oiseaux, 1925, Collection particulière

La sala VII del Salon d’Automne del 1905 vede riuniti Matisse, de Vlaminck, Derain, Marquet. Ed è scandalo. La critica è spietata contro queste avanguardie che sfidano la prospettiva e il modello in favore dell’esaltazione del colore. Un busto che figura al centro della stanza fa scrivere ironicamente a Louis Vauxcelles in un articolo su Gil Blas: “Ecco Donatello tra le belve”, ma Weill non demorde e organizza a cadenze regolari delle collettive, aiutata anche da critici come Roger Marx, fervente difensore di questa costellazione di nuovi talenti. Ben presto scrive nel suo Pan!: “I Fauves incominciano a essere apprezzati”. L’onda del cubismo la vede partecipe, anche se annota: “Tre pittori cubisti quali Gleizes, Leger e Metzinger sono un insieme destinato a un… fiasco”. Non sarà così. Il suo sostegno contribuisce, come già per i Fauves a creare un’avanguardia che condivide la lezione di Cézanne sotto molteplici forme. Weil fa fronte alle difficoltà che le si presentano e fa barriera all’onda rabbiosa del 1912 contro il cubismo nel dibattito che si apre e che va dal rifiuto estetico di tale movimento a motivi nazionalisti. C’è chi vuole che sia proibito che opere cubiste siano esposte in luoghi pubblici e c’è chi vuole differenziare i francesi dagli stranieri. Berthe, imperterrita va avanti, e poco prima della guerra, nel 1914, fa tre personali che consacrano Metzinger, Réth e Rivera, prima di dedicarsi a Lothe, Marcoussis, Survage, Halicka. Il suo spirito audace e originale la porta a organizzare nel 1917 l’unica esposizione personale che Modigliani, presentatole da Léopold Zwoboroski, ebbe in vita. Blaise Cendrars scrive la prefazione al catalogo.

Maurice de Vlaminck, Le Restaurant de la Machine à Bougival, 1905, Paris, Musée d’Orsay

Alice Halicka, Nature morte au violon, 1918, Bordeaux, Musée des Beaux-Arts

Il 3 dicembre 1917, trentadue opere di Modigliani, soprattutto dipinti, sono esposte al pubblico nella Galérie B. Weill ora spostatasi in rue Taitbout. Quattro nudi, diventano emblematici. Non sono nudi casti; i peli del pube femminile in mostra scatenano scandalo e disordine. La polizia ordina a Berthe di fare sparire quelle “porcherie” accusandola di oltraggio al pudore. L’esposizione è un cocente e totale fiasco commerciale. Solo Weill acquista cinque opere per sostenere Modigliani di cui ammira il lavoro. Annota nel suo Pan!: “Nudi sontuosi, figure angolose, ritratti pieni da assaporare – e ancora – abbiamo bisogno di nuovi amanti dell’arte che spontaneamente e senza istinto di lucro si affaccino alla pittura moderna… e ve ne saranno, ne sono certa”. E questo, in effetti, avviene.

Raoul Dufy, Trente ans ou la Vie en Rose, 1931, Musée d’Art moderne de Paris

Amedeo Modigliani, Femme au ruban de velours, 1915 (circa), Paris Musée de l’Orangerie

Dal 1924 Berthe inaugura una serie di esposizioni tematiche annuali. La prima ha come soggetto “Il fiore” e vi partecipano settanta artisti. Tutte queste mostre hanno successo e portano notevoli introiti. I trent’anni della Galérie sono celebrati da una esposizione tematica intitolata La gioia di vivere. Alla fine degli anni Trenta, Weill decide di esibire al pubblico opere di artisti che non ha ancora mai mostrato e che sono astrattisti legati al gruppo Cercle et Carré e all’associazione Abstraction-Création. Nel 1939, nella nuova sede di rue Saint-Dominique, espone opere di Reth e Freundich. Sono le ultime, perché le leggi razziali antisemite che attanagliano la Francia la costringono a chiudere. Sotto l’occupazione nazista riesce a sfuggire all’arresto e vive gli anni di guerra nascosta, non è rivelato dove, ma in buona parte quasi certamente nell’atelier della pittrice Émile Charmy, cui è legata, dal 1905, da una amicizia che non si smentirà mai. Ne esce duramente provata, malata e in miseria nera. “Io devo lottare sola”, aveva scritto nel suo Pan!, ma nel momento del bisogno può accorgersi che non è più sola. Il suo lavoro, la sua dedizione, il suo entusiasmo hanno creato ammirazione e rispetto nel suo ambiente di lavoro. Nel 1946 la solidarietà dei colleghi galleristi e mercanti d’arte, anche se a suo tempo concorrenti, mette fine alle sue difficoltà economiche organizzando una vendita all’asta di ottanta opere, il cui introito, a lei devoluto, le permette di trascorrere serenamente i suoi ultimi anni.

Pierre Girieud, Portrait de l’artiste peintre Émile Charmy, 1908, Munich, Städtische Galerie im Lenbachhaus

Émile Charmy, Portrait de Berthe Weill, 1910-1914, Montréal, Musée des Beaux-Arts

Nel 1951, alla sua morte, Berthe Weill ha al suo attivo la promozione di oltre trecento nuovi artisti (alcuni famosissimi, altri meno, altri dimenticati) e centinaia di esposizioni che hanno visto la luce nelle quattro sedi che occupò la sua Galérie B. Weill nel corso dei decenni: 25, rue Victor-Massé; 50, rue Taitbout (dal 1917); 46, rue Lafitte (1920-34); 27, rue Saint-Dominique (fino alla chiusura imposta dalle leggi razziali). L’Orangerie con questa mostra di grande interesse e di prossima chiusura (26 gennaio) ancora una volta ha voluto porre l’accento sull’importanza che rivestono i galleristi e i mercanti che, all’ombra di artisti anche divenuti celeberrimi, sono stati essenziali artefici del loro successo e, unitamente a loro, hanno contribuito a scrivere importantissime pagine di Storia dell’Arte. Da Paul Guillaume, la cui collezione è in mostra permanente, alla collezione Heinz Berggruen presentata in una memorabile esposizione del 2025, e ora alla collezione Berthe Weill, il Museo parigino ci ha offerto momenti e insiemi eccezionali riuscendo a raggruppare opere, scritti, pagine di vita di una Parigi vibrante di luce e colori, crocevia di artisti provenienti da tutto il mondo (Russia, Norvegia, Polonia, Spagna, Italia, Grecia, Impero Austro-Ungarico, Stati Uniti) in quell’insieme giovane ed effervescente che ha fatto della Ville Lumière il più significativo, irripetibile luogo d’incontro della cultura della prima metà del XX secolo.

Fonti

Berthe Weill, Pan! dans l’oeil…: Ou trente ans dans les coulisses de la peinture contemporaine 1900-1930, Paris, L’echelle de Jacob, 2009;

AA.VV., Berthe Weill: galeriste de l’avant-garde parisienne – Catalogue d’exposition, Paris, Flammarion, 2025.

Le immagini qui riprodotte sono state riprese dall’autrice in corso di mostra

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