Il Credito Sociale Digitale. Un algoritmo al servizio dell’economia dei cittadini. Una strategia per definire un Reddito di Base Integrato.

Parte Prima – Felice Ungaro

 Un diritto fondamentale?

Il Reddito Universale di Base (RUB) – Universal Basic Income (UBI) – sta assumendo la dignità di un diritto fondamentale al pari della connessione ad Internet, considerata oramai come parte integrante della vita dell’individuo e pertanto un diritto imprescindibile per la crescita personale e professionale nella società, come lo sono l’istruzione, il lavoro o la salute, sanciti dalla nostra Costituzione.

Un diritto irrinunciabile alla connettività che nasce volutamente distopico (percezione distorta e negativa legata a situazioni sociali o politiche opprimenti) ad opera delle stesse piattaforme presenti nell’infosfera. In sostanza, mentre si esige questo diritto, in quanto strumento sociale e professionale per evitare l’emarginazione, si chiede sia la protezione dei propri dati sia la possibilità di arginare la deriva sociale delle disuguaglianze, subdolamente indotta dalla stessa tecnologia che ci appaga con le sue ammalianti funzioni, attraverso un quadro normativo o azioni tecnologiche difficilmente perseguibili.

La stessa distopia la ritroviamo nel Reddito Universale quando sentiamo studiosi del calibro di Evgenij Morozov, sociologo bielorusso esperto di nuovi media e del loro utilizzo che, in Silicon Valley: i signori del silicio, racconta come il Reddito Universale di Base, il nuovo mantra della Valle, venga proposto come strumento di welfare da dare incondizionatamente a tutti a spese del Governo americano. L’autore a tal proposito ne fa un quadro più malizioso e intrigante sostenendo che la proposta dei Signori della Silicon Valley (nonostante continuino a portare i soldi nei paradisi fiscali e ben che meno a contribuire ad investire i profitti nel welfare) non è proprio dettata da sentimento “filantropico” che ci si aspetta, ovvero quella di dare al cittadino una sopravvivenza dignitosa, ma piuttosto quella di utilizzare il Reddito “Governativo” come uno strumento per dare soldi al consumatore e metterlo nelle condizioni di continuare a comprare i prodotti digitali, vista anche la totale dipendenza tecnologica che si è sviluppata.

Finanza e tecnologia: simul stabunt

Soluzione di non poco conto e aggravata, sempre secondo Morozov, dal rapporto che esiste fra il mondo della finanza, Wall Street, e il mondo della tecnologia informatica della Silicon Valley, in quello che si potrebbe definire come una “bilancia programmata” fra le due realtà. Il piatto della bilancia del “filantropismo” della Valle tenderebbe “apparentemente” verso il socialismo digitale di Kevin Kelly, autore I robot e le nuove tecnologie creeranno nuovi posti di lavoro e studioso della cultura digitale nonché cofondatore della rivista Wired, sostenendo la tesi di come una imponente risposta di strumenti digitali, andrebbe a sopperire al collasso dello stato sociale creato (o voluto) dalla finanza avviata con la crisi finanziaria del 2008.

Mentre Wall Street produce, nella vita reale, disuguaglianze predicando continuamente austerità, la Valle, in nome della religione dell’innovazione, cerca di far calare il divario delle disuguaglianze dei consumi, mettendo in rete il mondo, cablandolo e affermando con il diritto alla connettività la distorta percezione di dare “potere al cittadino”: l’empowerment in cambio della distopia?

Sicuramente utile ma subdolo e lo dimostrano le grandi piattaforme che danno l’impressione di essere partecipative mettendo direttamente in contatto gli utenti con i sevizi offerti dalla piattaforma con cui si interagisce. Il prezzo da pagare in questo sistema è altissimo per via di tutti i dati che l’utente inserisce per ottenere i servizi richiesti, oggi quasi tutti “gratis”, ma su cui si esercita l’engagement. Piattaforme per quanto utili ai nostri bisogni ma che impattano sulla conoscenza o cognizione distribuita e sull’esperienza di utilizzo da parte dell’utente in quello che si può etichettare come economia della conoscenza, con le sue attività esprimibile con i dati, gli algoritmi e la potenza dei server che permeano la conoscenza dell’essere umano entrando in quello che Shoshana Zuboff, accademica statunitense presso l’University Harvard Business School, descrive come il “Capitalismo della sorveglianza!”.

Dati sicuramente condivisibili fra gli utenti che interagiscono e indubbiamente raggiungono il loro obiettivo nell’acquisizione del servizio richiesto, per alcuni aspetti anche divertendosi, dei quali al contempo, le multinazionali del web – Matrix – diventano le vere proprietarie, monopolizzandolo.

L’invasione degli ultracorpi: le monete complementari

Quindi, mentre i Signori della Valle “… si preoccupano di rendere più giusta l’economia digitale…” e sperano in un cospicuo finanziamento statale al fine di dare dei soldi al consumatore per continuare a comprare i prodotti digitali, dall’altra parte del mondo si assiste alla corsa nel trovare soluzioni per costruire una società più equa e solidale, dalle monete complementari, ai sistemi che utilizzano i crediti, per arrivare alle criptovalute e token digitali, a varie forme di Reddito Universale di Base o di sussidio, il più delle volte mutuate da esperienze fatte da altri Paesi.

L’interconnessione così forte fra la tecnologia, i big data, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la sicurezza, la privacy e così via, fa dell’intelligenza economica il framework, inteso come una metodologia strutturata, nell’analizzare e definire la strategia più adeguata per sperimentare il qui proposto Credito Sociale Digitale utile per un Reddito di Base Integrato.

Una metodologia utile vista l’enorme quantità di dati e di informazioni presenti sulle piattaforme tecnologiche e alle numerose sperimentazioni fatte in tutto il mondo e tra altro ben descritte anche dall’associazione Basic Income Network Italia (BIN) nel paper del 2017 “Reddito garantito e innovazione tecnologica, tra algoritmi e robotica”.

 L’Intelligenza Economica e Reddito Universale di Base. L’algoritmo “etico”

L’uso del framework dell’Intelligenza Economica nasce dalla semplice constatazione che essa è già al servizio strategico delle piattaforme social però con la diversa finalità di far prendere ai CEO delle websoft decisioni avanzate su come migliorare l’engagement e i relativi profitti economici che devono costantemente adeguarsi alle logiche perverse di un mercato patologico.

Un esempio fra tanti è la strategia che utilizza TikTok che, grazie ad un potente design (powerful design), ha notevolmente migliorato la sua performance di engagement, portandolo ad essere il social più popolare con una stima entro il 2022 di circa 2 miliardi di utenti. Un algoritmo di machine learning (apprendimento automatico) che consente di creare video molto coinvolgenti ed automaticamente alimentare la funzione di viralizzazione, senza che vi sia la necessità di seguire altri utenti per ottenere contenuti altamente personalizzati. Funzione “utile” per spingere e viralizzare campagne d’informazione ad hoc o anche di diverso tipo, come la disinformazione o la propaganda.

Tra l’altro sono le stesse piattaforme che chiedono, ai loro rispettivi governi e che la Silicon Valley sostiene ampiamente, un Reddito di Base Universale da garantire a tutti, perché si rendono conto che il processo innescato non è più sostenibile.

“…per la Silicon il Reddito Universale Garantito è uno strumento per proteggere le persone che perdono il lavoro a causa della globalizzazione e quindi dare dei soldi come rete di sicurezza sociale…”

L’analisi fin qui esposta ha la finalità di dimostrare come si arrivi alla costruzione di quello che potrebbe definirsi un “algoritmo etico” che aiuti a sostenere nel quotidiano l’economia reale dei cittadini, senza impegnare le casse dello Stato. Aspetto certamente da non sottovalutare!

Infatti, l’algoritmo non necessita di nessuna copertura finanziaria a carico dello Stato, a differenze di altre piattaforme come quella utilizzata e finanziata dal Governo con il Cashback, divenuto di Stato nel corso della pandemia da Sars-Cov2.

La filosofia che struttura “l’algoritmo etico” si rifà tra l’altro alla tesi descritta dall’economista austriaco liberale, Ludwing von Mises che “Nella teoria della moneta e del credito” teorizzava come il denaro non fosse altro che una creazione sociale nata dal mercato e rafforzata, insieme ad altri economisti austriaci, in Human Action in The Essenzial. Un raffinato documento che analizza l’economia classica dalle sue origini, a partire dalla seconda metà del IXX secolo e tutt’ora vigente, e indicandone il punto di debolezza, ovvero quella di considerare l’economia in termini “di categoria” e quindi la produzione per il profitto, piuttosto che di “azioni” compiute dagli individui nel mondo reale con i relativi consumi ad esse correlate.

“… l’economia di libero mercato non solo distanzia qualsiasi sistema pianificato dal governo, ma alla fine funge da fondamento della civiltà stessa… Ludwing von Mises”

In The Essenzial l’economia di libero mercato mainstream della globalizzazione è legata alle “categorie” senza vederne il valore intrinseco che ne esprimono assegnando il diverso valore e la diversa utilità rispetto all’utilizzo che se ne fa:

…Il pane estremamente utile e fondamentale per per gli esseri umani, ha un basso valore di mercato, mentre i diamanti, un bene di lusso, ovvero un bene del tutto irrilevante in termini di sopravvivenza, ha un alto valore di mercato…

Oggi i due modelli espressi come “categoria e azioni” esistono reciprocamente e probabilmente non ne siamo consapevoli. Andrebbe “scattata un’istantanea” di quello che accade al fine di comprenderne meglio i campi d’azione e come sono rispettivamente integrati nel mondo reale.

È da circa vent’anni che, con l’avvento dei social, viviamo costantemente ed inconsapevolmente le due economie: da un lato il mondo globale controllato finanziariamente con una economia di libero mercato deregolamentato e legato alle cosiddette “categorie” – le merci o per dirla in termini anglosassoni le commodity (materie prime) – dall’altro quello delle piattaforme social dell’infosfera dove prevale un’economia fondata sulle “azioni” – selfie con relativo brand, condivisione e vendita del prodotto/immagine e acquisizione di dati personali da riposizionare, a loro volta, sul mercato globale.

Le “buone azioni” sul nostro smartphone

Sulle piattaforme social prevale un’economia fondata sulle “azioni” compiute dagli individui che, grazie agli innumerevoli algoritmi e all’intelligenza artificiale, controllano tutte le nostre azioni, i nostri desideri anche quelli più intimi, con i relativi consumi, non lasciandoci mai da soli in una continua attività di engagement (agganciamento/coinvolgimento), di growt (maggiore permanenza sulla piattaforma), di revenue (reddito) di renderizzazione (direzionare, identificazione).

Forse le istituzioni globali, che hanno scelto di essere governate da una economia di mercato mainstream, non si rendono conto che l’altro tipo di economia che si fonda sulle “azioni” è già ampiamente attiva nel settore privato delle multinazionali del web.

 Le websoft lo hanno capito prima e non credo che abbiano pensato alle teorie di Mises semmai agli studi di psicologia comportamentale per condurre il game della renderizzazione.

Il termine renderizzare, che origina dal verbo anglosassone rendering, è abitualmente utilizzato negli ambienti cinematografici per descrivere il processo finale di trasformazione di file in un’immagine o di un video da pubblicare. E quando Zuboff usa questo termine, facendo riferimento alla sorveglianza e al controllo di massa, fa comprendere pienamente come una procedura o meglio una metodologia tecnologica usata anche per creare effetti speciali nel mondo del cinema, possa essere facilmente applicata sull’essere umano.

La renderizzazione porta il soggetto ad identificarsi con le stesse piattaforme social ed essere trascinato in una inevitabile manipolazione, che non significa solo acquistare un qualsivoglia bene materiale, ed entrare in una spirale di “desideri”, il più delle volte irraggiungibili o meglio distopici. Una metodologia che porta in maniera progressiva e costante all’annichilimento dell’individuo, facendolo convergere progressivamente in una determinata direzione, in quel fenomeno meglio definito come polarizzazione, come può essere l’orientamento politico di un’intera comunità o di interventi economico-finanziari anche su larga scala. Tutti aspetti che portano in un tempo sempre più ristretto, per motivi di mercato e di profitto, a nuove tendenze sul piano comportamentale dei desideri e dei consumi e verso una progressiva modifica dell’essere umano, come pensiero unico e strettamente meccanicistico, orientando la società verso nuovi paradigmi.

 Per ritornare “all’economia delle azioni” l’aspetto singolare della ricerca è che i principi su cui si basa tale economia è la stessa che viene utilizzata dai social, ipotesi avvalorata dalle affermazioni di altri economisti austriaci, del calibro di Menger e Bohm-Bawerk, quando parlano del valore che esprime un’azione anche in termini di desideri.

“…. il valore è una valutazione fatta dal consumatore e relativi prezzi e i beni e servizi sono determinati dalla portata e intensità sia della valutazione che dei desideri dei consumatori nei riguardi dei prodotti medesimi… Henger e Bohm-Bowerk”

Sembra di rispolverare vecchie teorie e invece sono presenti nella funzionalità dei social per le attività di engagement, di growth, di advertising, di revenue, di rendering, contesto nel quale si sviluppa un’economia legata alle “azione” dei consumatori che nel mentre se ne determinano i prezzi si attivano tutti gli altri aspetti legati alla manipolazione e relativa vendita dei dati personali. Un circuito perverso dove, il tempo, le proprie aspettative, gli errori fanno la differenza e tratteggiano il comportamento e le azioni dell’essere umano.

Storia e futuro si integrano e ci proiettano nel III millennio in una realtà che stiamo già ampiamente vivendo e come Shoshana Zuboff descrive nel suo capitalismo della sorveglianza quando parla di come il mercato si è sostituito alle istituzioni e le governa.

“…Riteneva che l’individuo e la collettività dovessero essere del tutto sottoposti alla gravosa disciplina del mercato che si sostituiva alla legittima autorità dello StatoShoshana Zuboff

La Sindrome Cinese

A tal proposito la Zuboff fa riferimento anche alla cosiddetta “Sindrome Cinese”, ovvero il Sistema di Credito Sociale (SCS) messo in piedi nel 2015 dalle multinazionali del web come Sesame Credit e Ant Finacial di Alibaba che ha coinvolto in due anni circa 400 milioni di cinesi, in quella che si potrebbe definire la più “imponente sperimentazione governativa”. Ed oggi il livello conoscitivo del SCS è approdato nel nostro paese grazie a TikTok.

Il Sistema di Credito in Cina ha permesso di possedere le più intime e profonde informazioni possibili dagli utenti iscritti e ottenere in cambio i cosiddetti crediti sociali, con l’aggravante che tale approccio “vizioso”, a detta di esperti, stia mettendo le basi per la costruzione di un progetto politico su larga scala per orientare massivamente le scelte politiche con l’effetto polarizzazione.

“…la certezza senza il terrore…”

“…la libertà cederà alla conoscenza, ma questa conoscenza apparterrà allo Stato, che la userà per perpetuarsi e non per guadagnare del denaro… Shoshana Zuboff”

Questo scenario cosi interconnesso, pieno di insidie e di inevitabili contradizioni, dove l’utopia e la distopia si fondono determinando una percezione distorta e negativa della realtà, è il luogo ideale per sperimentare, “l’algoritmo etico” al servizio dell’economia dei cittadini, come Credito Sociale Digitale (CSD), come strategia utile per definire un Reddito di Base Integrato.

In pratica il CSD, nella sua “virtuosa dimensione”, è l’espressione sinergica delle “azioni” che l’utente svolge in rete, determinandone un guadagno (web-working), insieme al risparmio/guadagno delle attività svolte nel quotidiano nel proprio territorio (web-earth-working).

Un progetto digitalmente alternativo e per il quale non ci sarebbero costi iniziali ne aggiuntivi da parte delle istituzioni governative e/o regionali (come è stato con il Cashback di Stato durante la pandemia), svincolata dalla propria situazione patrimoniale e prodotto grazie alle azioni virtuose svolte all’interno del network.

Approccio in sintonia alle proposte lanciate dalle cosiddette Zebre, Maria Zapeda e Kate “Sassy” – Sassoon, le antagoniste degli Unicorni della Silicon che operano presso il Center for Human Technology di Tristan Harris & Co, e che propongono delle piattaforme orientate ad un business più mutualistico con proprietà condivise ed un valore multi-stakekolder. Un messaggio di cambiamento rivolto ai Ceo e agli azionisti delle websoft nel modificare la rotta di governo delle piattaforme, fortemente condiviso anche dal blogger statunitense studioso di nuovi media Ethan Zuckerman in , “The Good Web”, e invitandoli non solo a correggere il core business degli attuali social media, ma a costruirne nuove a beneficio della società.

Il CSD porterebbe dei benefici sia se integrato (la definizione di Reddito di Base Integrato nasce proprio in virtù dei sistemi che si possono integrare) ad esempio con le attuali misure a sostegno del welfare, compreso l’attuale reddito di cittadinanza che andrebbe comunque rivisitato sia negli aspetti culturali metodologici che tecnici o, meglio, se agganciato al cosiddetto salario minimo (misura che punta a ridare potere d’acquisto ai lavoratori ed è prevista in 21 dei 28 paesi dell’Unione Europea e varia dai 173 euro al mese della Bulgaria, ai 1.921 euro mensili del Lussemburgo), sia se utilizzato sperimentalmente come piattaforma nativa scalabile. In tale prospettiva le attuali piattaforme social come Fb, Instagram, TikTok, Twitter, Pinterest e così via, nella vision di rendere l’ecosistema più sostenibile e mutualistico – “più zebrate”-  potrebbero considerare l’opportunità di integrare nella pancia delle rispettive piattaforme “l’algoritmo etico” del CSD considerando che già operano in tal senso con “le azioni” svolte dagli utenti.

Il passo sarebbe veramente breve vista la pressante e ineludibile richiesta di rendere l’economia resiliente “educata” al consumo sostenibile e consentire oggi più che mai l’applicazione di un modello integrato di credito fondato sull’azione dei singoli individui a sostegno della moneta corrente, in questo caso dell’Euro, e senza per questo dover necessariamente ricorrere ad ulteriori monete complementari (es. sardex, cashback) o token (gettone o credito digitale) che originano da altre attività.

Una progettualità sistemica di un credito/moneta a sostegno dell’euro che prende forma, al di la di tutti gli aspetti finanziari ed economici messi in campo per fronteggiare l’importante crisi in atto e di quelle a divenire, dalla semplice constatazione di un osservatore o come si usa dire da un cultore della materia economico-finanziaria (in sostanza da un non economista), nel descrivere che le due forme di economie sono già ampiamente operative. Quella globale mainstream del libero mercato, ossia l’economia con cui facciamo i conti ogni giorno durante le nostre operazioni e legata alle “categorie” e quella, invece, svolta anch’essa quotidianamente nell’infosfera, legata “alle azioni” degli individui e che viene nei fatti già da tempo esercitata dai social.

Per dirla alla Friedrich August von Hayek, altro economista austriaco e premio Nobel nel 1974, l’interdipendenza finanziaria, economica, istituzionale e sociale, non è affatto nuova e andrebbe pertanto contestualizzata ed integrata nell’economia digitale. Quindi, oltre alla presenza delle monete elettroniche, delle criptovalute e delle monete complementari, ci si potrà avvantaggiare di una nuova “moneta virtuale” a sostegno dell’euro, sperimentando il Credito Sociale Digitale come attività di web-working – “lavoro nell’infosfera” e di web-earth-working – “lavoro sul territorio” – per la costruzione di un Reddito di Base Integrato.

Com’è entrata nella nostra vita la formula di lavoro agile, lo smart working, ed oggi si parla addirittura di settimana corta, uno dei “benefici” comportamentali indotti dalla pandemia e lo sarà sempre di più in un mondo dove il tempo è la “moneta” più preziosa, così dovremmo incominciare a parlare di web working (ww) e di web-earth-working (wew). Lanciare un nuovo mantra: sono in rete, utilizzo la rete e visto che la rete utilizza me, la stessa rete deve riconoscere il tempo-lavoro speso nell’infosfera e sul territorio.

 

                                                                                                                         ******

Parte seconda – Pino Pisicchio

La téchne scappata di mano: ma esiste l’algoritmo etico?

Occorrerebbe organizzare ermeneutiche giuridiche a parte per governare in modo soddisfacente le categorie dell’Utopia e della Distopia, così fortemente insediate nel discorso sulla Rete e sulle seducenti e infinite possibilità delle tecnologie digitali. In fondo lo scenario distopico è più facile da interpretare: la distopia è l’in sè dello strumento digitale, inteso come induttore di nuovi e non fondamentali bisogni attraverso le sue ammalianti finzioni, in presenza di quadri normativi che nascono già obsoleti rispetto alla velocità di mutazione delle tecnologie. Insomma, come nei film fantascientifici in bianco e nero degli anni ’50, la distopia è la téchne scappata di mano, il robot che prende il sopravvento sull’umano, la creatura che piega al suo volere il creatore.

Cosa può fare il Diritto per impedire che la Distopia si affermi vittoriosa è difficile stabilirlo quando vedi le norme correre in affanno, con le loro procedure e le necessità temporali delle assemblee legislative, che faticano ad orientarsi e a capire che piega sta prendendo l’evoluzione degli umani. Per cui quando arriva la legge, se arriva, è già ampiamente superata dagli eventi.

Più complicata è la scena Utopica, anche perché non è detto poi che anch’essa non rappresenti qualche scarto di lavorazione della scena distopica, o di un mondo parallelo, dove la fanno padroni criptovalute e metaversi. E non è solo il classico problema della privacy, difesa da tutte le costituzioni democratiche dell’Occidente e poi gettata via con inconsapevolezza raccapricciante da singoli, alacri alienatori del sé attraverso piattaforme e social, ma anche da governi che spediscono nei depositi di big data, i capienti cloud degli altri mondi, le informazioni esiziali della nostra esistenza in terra (sanità, fisco, compravendite e chi più ne ha più ne metta). Nossignore. È l’azione sregolata del digitale, in suo emanciparsi esponenzialmente verso il mondo perfetto, perché tutto ciò che è tecnicamente possibile va fatto, che alla fine, divelto ogni canone normativo, pone l’obiettivo utopico sopra il Diritto. Legibus solutus. Ecco che, allora, piuttosto che correre paralleli, Distopico e Utopico finiscono per incrociarsi: siamo nell’irrealtà, bellezza, che però è anche la nostra realtà. Dilatata e straniante. Sicuramente sorprendente.

Come sempre sono i numeri a meglio raccontare i fatti che ci girano intorno. Può essere interessante, per esempio, mettere a confronto due dati significativi, quelli del PIL pro-capite con quello della diffusione del parente prossimo più maneggevole dell’elettrodomestico, il computer, che si fa simbolo del trionfo digitale. Parliamo dello smartphone. La media nel mondo degli abbonati al cellulare è di 108,2 su cento. Dunque, tutta la popolazione mondiale ne sarebbe coperta e una certa parte di essa avrebbe anche seconde disponibilità. Andiamo avanti: la media mondiale del PIL pro-capite (annuo) è di quasi 18.000 dollari.

Se consideriamo, dunque, il possesso del telefono cellulare come un possibile indicatore di condizioni di vita che hanno superato la soglia della sopravvivenza, il dato interessante che balza all’attenzione è che non esiste una corrispondenza tra reddito pro- capite e diffusione del portatile. Infatti nei paesi, come la Costa d’Avorio, che denunciano uno dei redditi più bassi del mondo intero, 1716 dollari annui, la diffusione del telefono cellulare è di 134,9 ogni 100 abitanti, superiore a quella degli USA, 129, della Svizzera (126,8/100) e della Svezia (126,8/100), che hanno un PIL pro capite rispettivamente di  62.606, 82.797 e 54.608 dollari (tanto per fare paragoni, l’Italia ha 34483 di PIL e 137,5 smartphone ogni 100 abitanti).

Non molto lontano dalla media mondiale per diffusione del telefono cellulare anche altri paesi africani e asiatici che denunciano larghissime plaghe di povertà profonda. Nell’allineamento dei numeri significativi va forse anche aggiunto quello del volume di ricchezza che l’economia digitale comporta: nel periodo più difficile per il mondo globale, nei nove mesi della prima ondata del covid che falcidiò milioni di esseri umani costringendo i sopravvissuti a forsennati lockdown per tentare di arginare il virus in attesa del vaccino, il valore in Borsa dei 25 maggiori gruppi dell’ hi-tech mondiale è cresciuto del 30,6%. Gli Over The Top- e cioè le grandi imprese che forniscono attraverso Internet servizi, contenuti e applicazioni- riuscirono a capitalizzare 8.800 miliardi di dollari, corrispondenti a più del PIL dei tre più grandi paesi dell’UE con l’aggiunta della Svizzera. Il mercato del web, dunque, ha fatto un balzo in avanti nel corso della pandemia pari al 17% nei soli primi sei mesi del 2020.

Che vorrà dire tutto questo?

È il trionfo del bisogno “indotto”? Oppure c’è qualcosa di totalmente nuovo nel bouquet dei diritti fondamentali dell’Uomo? Sicuramente che siamo di fronte al bisogno indifferibile di connessione, a tutte le latitudini del pianeta, che consolida le ragioni di un diritto ad internet, lasciando però irrisolto il problema del regime oligopolistico ( e per alcune specifiche realtà industriali detentrici dei brevetti dell’hardware addirittura monopolistico) in cui quel diritto si fa strada, che governa gli accessi e dell’esclusione di fasce significative dal diritto all’uso della Rete.

Ovviamente il dibattito è aperto in dottrina e nello spazio pubblico.

Ciò che è opportuno ricordare è che la Rete può essere “portatrice di algoritmi etici” a servizio dell’uomo e che non c’è praticamente limite alla sua versatilità.

Dunque appare senza dubbio innovativa l’applicazione del credito sociale digitale, inteso come strumento di riequilibrio per un Reddito di Base Integrato.

Il reddito di base universale inteso come un cespite mensile esteso a tutti e senza obblighi o condizionamenti di sorta, ha per obiettivo l’offerta, da parte del potere pubblico, del necessario per garantire la vita di ogni individuo e consentire la sua partecipazione attiva al consorzio civile.

Il reddito di base è dunque uno strumento del welfare che differisce “ontologicamente” dal reddito di cittadinanza per la mancanza di contropartite da parte di chi lo riceve. Infatti, se la finalità per cui è disposto il reddito di cittadinanza è quella di predisporre un percorso finalizzato alla ricerca di un lavoro che, una volta ottenuto, fa cessare il diritto del percettore all’aiuto statale, il reddito di base viene invece erogato incondizionatamente, per il fatto puro e semplice di esistere in quanto essere umano. Questo welfare molto peculiare, che pure ha avuto positive applicazioni in alcuni contesti ordinamentali dell’Europa del Nord (la Finlandia, per esempio), incontra numerose obiezioni sia sul piano scientifico che su quello politico, a partire dall’ evidenza di una mancanza d’impatto proprio sulle disparità sociali, dal momento che l’universalità del diritto includerebbe anche i titolari di reddito, oltre che I poveri. Tuttavia, l’applicazione dell’algoritmo Etico, che non implica impegno di spesa a carico dello Stato, ma si basa sulle azioni poste in essere dall’individuo nell’infosfera, apre una strada alternativa, al tempo stesso pragmatica e utopistica, per la sperimentazione del reddito di base.

Una strada che finalmente separa il distopico dall’utopistico e fa pace, attraverso il digitale, col cittadino e i suoi bisogni. Capovolgendo il canone: da oggetto d’attenzione da lusingare e sfruttare commercialmente, a soggetto consapevole del proprio gesto e del proprio destino. E non è risultato da poco.

 

Pino PisicchioProfessore ordinario di Diritto pubblico comparato. Già deputato in varie legislature

 

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Glossario breve

Utopia

Coniato da Tommaso Moro in …Utopia.. nel 1516, formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello. Chimerico, irragiungibileaspirazione che non può avere attuazione, Treccani

Distopico

Detta anche anti-utopia o utopia negativa, rappresentazione di un futuro percepito negativamente. Una distopia viene prefigurata come l’appartenenza ad un’ipotetica società caratterizzata da espressioni sociali e politiche opprimenti, solitamente in concomitanza a condizioni ambientali e tecnologiche pericolose che a loro volta portate al loro limite estremo, Wikipedia.

Conoscenza o cognizione distribuita

È stata sviluppata dall’antropologo cognitivo Edwin Hutchins sostenendo che le rappresentazioni mentali, che la scienza classica riteneva che si trovavano all’interno del cervello, sono effettivamente distribuite in sistemi socioculturali che costituiscono gli strumenti per pensare e percepire il mondo, Wikipedia

I processi cognitivi non sono limitati alla sola mente, ma sono distribuiti nel contesto in cui si vive in interconnessione con la gente, l’ambiente, gli oggetti e il tempo. Es. In un pronto soccorso i professionisti condividono i processi cognitivi.

Renderizzare

Termine che deriva da rendering, restituzione grafica, usato nella computer grafica e mondo digitale, per descrivere la generazione di una immagine a partire da una descrizione matematica di una scena tridimensionale, interpretata da algoritmi che definiscono il colore di ogni punto dell’immagine digitale, Wikipedia.

Il termine renderizzare, che origina dal verbo anglosassone rendering, è abitualmente utilizzato negli ambienti cinematografici per descrivere il processo finale di trasformazione di file in un’immagine o di un video da pubblicare. La definizione di un designer che esprime potenza di engagement sull’utente.

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