Il Grande Risiko delle regionali è in corso, e Schlein si gioca l’osso del collo

Schlein spera di fare il cappottino a Meloni: Toscana, Marche, Campania, Puglia. Il Veneto oggi, feudo leghista, vale una Lombardia domani a FDI. Ecco tutti i nomi in ballo alle elezioni regionali

Punto primo: in autunno tutte le regioni coinvolte apriranno i campi di battaglia, niente slittamenti in vista per il Veneto alla primavera 2026, come richiesto dalla Lega: Lady Giorgia non vuole dare pure questo cadeau all’insopportabile Matteo. Ma questo snodo della data fa ancora parte della trattativa all’ultimo sangue tra Lega e Fdi. Punto secondo, nella partita delle elezioni regionali, che coninvolge 17 milioni di elettori e  cumulerà con un bilancio cumulativo, la giovane Elly si gioca l’osso del collo. E lo sa. Punto terzo: la lotta di potere nei granducati del bel paese ha già avuto inizio, i due poli hanno finito di studiarsi. E a breve, d’emblée, senza preavviso, cominceranno a sbranarsi tra loro nelle campagne elettorali.

Ora che la Consulta ha regalato un assist alle due regine, stoppando le velleità di Enzo De Luca e Luca Zaia di sedersi per la terza o quarta volta sul trono delle loro regioni, che succederà nella partita di mid term tra Meloni e Schlein? Quella in cui le due leader mettono in palio una grossa porzione delle loro leadership: perché si gioca, non sul consenso personale come le europee da cui sono uscite vincenti, ma su un terreno politico e tattico. Disseminato di alchimie, intese sottobanco che richiedono il saper brigare, patti ad personam e capacità di soddisfare le voglie di tutti. Per garantirsi le proprie.

Elly spera di fare il cappottino a Giorgia: Toscana, Marche, Campania, Puglia. E il Veneto?

La corvina Elly spera di regalare alla bionda Giorgia un bel cappottino e di poter uscire dallo shopping autunnale con quattro griffes da sfoggiare, quattro delle sei regioni che andranno al voto: Toscana, Marche, Campania, Puglia. In tal caso Giorgia ne uscirebbe malconcia: riconfermando ad una Lega priva di Zaia la podestà del Veneto, dovrebbe rinunciare a vincere una regione del nord subito per accontentarsi di una promessa futura per la Lombardia nel 2028. Poco per una che in Veneto ha preso il triplo dei voti del Carroccio e che da questa tornata uscirebbe senza un suo sigillo sui territori operosi e più ricchi del nord; perdendo la sua unica carta della partita, se per sventura le Marche governate da Fdi andassero al centrosinistra, che stavolta ha il cavallo vincente.

Per Schlein, chiudere intese con i 5stelle ovunque, strappando una regione al centrodestra e riconquistandone tre (Toscana, Campania e Puglia) sarebbe un’ottima performance e un buon viatico verso la costruzione di una alleanza elettorale per il 2027. Per Giuseppe Conte ancora di più: se nella principale di queste regioni, la Campania, vincesse un suo uomo quale l’ex presidente della Camera Roberto Fico, metterebbe di nuovo il timbro sulla busta da recapitare agli elettori di un centrosinistra che vince e funziona dove i candidati sono dei 5stelle, come avvenuto in Sardegna.

La volta scorsa, nel 2024, la partita delle regionali finì pari e patta: quattro granducati al centrodestra e tre al centrosinistra, uno per uno di quelli importanti, Emilia Romagna e Piemonte, sparpagliati quelli minori, Umbria e Sardegna alla sinistra, Liguria, Basilicata e Abruzzo alla destra. Punto e a capo. Al prossimo giro, la partita è sulla carta in mano a Schlein. Sulla carta.

Alberto Stefani

VENETO

In Veneto per esempio il Pd non tocca palla. Nel centrosinistra neanche discutono quale sarà il candidato, tanto sanno che con o senza Luca Zaia la Lega vince a mani legate, anche grazie alla valanga di voti presi da Giorgia alle europee. Malgrado ciò, in campo sovranista le liti abbondano. Matteo Salvini fa il duro e compatta i suoi come una falange, minacciando da mesi di andare da solo con la Liga Veneta e una lista baciata dal Doge, se non gli riconosceranno la primazia sulla candidatura del prossimo governatore. E così come i francesi nel 1814 ebbero in dono dal Re una costituzione octroyée, ovvero ottriata, ovvero concessa non di buon grado, così i veneti otterranno dalla regina Giorgia una carta strappata a forza, dove saranno vergati i termini di un accordo da far valere di qui ai prossimi anni. Il primo articolo reciterà che la regione Veneto spetta per diritto divino alla Lega, non si discute. Il secondo che la regione Lombardia spetterà di diritto nel 2028 al partito della premier, che sarà titolato ad esprimere un candidato dopo un decennio di regno indiscusso del Carroccio. Il terzo articolo stabilirà che gli assessorati del Veneto che portano voti, Sanità, Lavoro e Viabilità, andranno ai granduchi della regina. Il quarto è più spinoso, fisserà una interdizione perpetua dalle liste elettorali per il Doge Luca Zaia, che non potrà presentare un elenco di candidati con le sue insegne a sostegno del centrodestra, perché giocoforza una lista Zaia toglierebbe voti a tutte le altre facendo sfigurare la Regina d’Italia. Infine il quinto articolo, fisserà la data del voto entro e non oltre il 2025, perché il contentino di far regnare Zaia altri sei mesi, per fargli tagliare il nastro dei giochi sulla neve di Cortina, “beh, anche no”, tanto per replicare lo stile aulico di sua maestà.

Alberto Stefani, Elisa De Berto, Marco Conti, Luca De Carlo, e perfino Flavio Tosi

In calce a questo papello ci saranno i nomi. Quelli che salgono alla ribalta come possibili successori del gran Doge sono due. Alberto Stefani, giovane rampante, battezzato con l’ampolla nel pratone sotto l’effige di Alberto da Giussano, per dire quanto fosse fin da ragazzo un militante solido e di belle speranze. Sapiente, abile nel mediare, cinghia di trasmissione tra il Doge e il Capitano, divenuto uno dei tre vicesegretari e firmatario della mozione congressuale benedetta dal leader incontrastato. E’ lui il favorito. Subito dietro, compare Elisa De Berto, vicepresidente della regione, vicinissima a Zaia, sua erede in pectore, meno “politica” dello scaltro Stefani, che da deputato già naviga nel mare magnum capitolino respirando intrighi, veleni e giochi di palazzo. A seguire si muovono altre figure, come il sindaco di Treviso, Marco Conti, che ci terrebbe tanto ma può fare poco. Per la Meloni, ancora si agita Luca De Carlo, senatore di non belle speranze, pretendente il trono di Zaia. Per Tajani – sì perché c’è pure Tajani a chiedere qualcosa – ci sarebbe il buon Flavio Tosi, uscito dalla Lega e rientrato in Forza Italia. Ma quello con la feluca di ambasciatore, il più abile a negoziare la tregua perché parla con tutti, che naviga i marosi ritto sul cassero del Carroccio, è Stefani. Anche perché, come si è deciso sabato in un summit dei mandarini regionali dei tre partiti, tutti sono d’accordo su un punto chiave: che il candidato sia un politico e non un “civico”, come a dire niente imprenditori o professori. De Carlo andava facendo discorsi del tipo se il candidato ce lo prendiamo noi voi non è che scappate col pallone mettendovi a giocare da soli con le vostre liste, perché “nessun veneto capirebbe un centrodestra non unito”. Peccato che le voci di quelli che la sanno lunga raccontino la storia con un finale già scritto: il Veneto ai leghisti e la Lombardia ai Fratelli. Con buona pace degli azzurri. Che non hanno neanche una carta campana da giocare, perché quella che avevano si è bruciata.

CAMPANIA

Il navigato europarlamentare azzurro, campione di preferenze, Fulvio Martuscello è uscito dalla corsa dopo l’arresto della sua assistente a Bruxelles per corruzione. Al suo posto si scalda Edmondo Cirielli, scalpitante testa d’ariete di Meloni, che brucia dalla voglia di correre, quanto il puledro di Salvini: tale Gianpiero Zinzi, giovane e rampante leghista campano, che può fregiarsi di ben 55 comitati in suo nome: appena sfornati dal cilindro del prestigiatore campano della Lega, Luigi Barone, responsabile regionale Enti Locali, che punta a formarne addirittura 500 di comitati per “Zirzi presidente”. Per far valere la forza nel derby sovranista del meridione tra Giorgia e Matteo. Alla fine alle regionali la spunterà Cirielli, scommettono i bookmakers e Zirzi avrà il suo pane se dovesse vincere il centrodestra.

Circostanza quantomai difficile, visto che sulla carta il centrosinistra può agilmente vincere di nuovo: ma solo se è vero quel che raccontano gli ambasciatori di Elly Schlein mandati in quel di Napoli a trattare con “o’ vicerè”, alias Enzo De Luca: che li ha accolti col ghigno di chi sa che “di qui devono passare”. Certo, Don Enzo resta personaggio ingombrante, pure se i maligni dicono che la sua forza poggiava sul potere e ora – dopo lo stop al terzo mandato – non lo potrà più esercitare. Ergo, tutti i “pacchettisti di voti”, i fagocitatori di liste e listini, le macchine di consenso, si sposteranno altrove, lontani dalla sua influenza. Con velocità da ghepardi sapranno fiutare la savana dove si può mangiare meglio. Comunque gli sherpa di Elly la mettono così: a De Luca bisognerà assicurare: primo, un posto in lista per il figlio Piero (già deputato piuttosto sveglio e rampante) alle prossime politiche; secondo, dovrà essere ben accetta una lista in nominem Enzo (guidata da un autista esperto) dove poter collocare consiglieri regionali da far eleggere; terzo, la gentile concessione di un paio di assessorati di rango. Una borsa pesante da recapitare al cospetto dello “Sceriffo”. Per provare a incassare una benedizione al pupillo di Giuseppe Conte, quel Roberto Fico, che della Camera è stato pure presidente e ora vorrebbe farlo della Campania. A sostenere il grillino, udite-udite, ci sarà pure il fu rottamatore Matteo Renzi: “Non poniamo veti – annuncia superba Maria Elena Boschi – siamo noi ad averli subiti”. La sua Italia Viva può solo guadagnarci portando in dote un buon 7,5% campano dentro il “Grande Accordone” sotto il Vesuvio.

De Luca: va bene uno dei 5stelle, ma non Fico

E non mancheranno i Verdi-Sinistra. Ospiti paganti alle regionali i dem, costretti ad accodarsi al mantra contiano per non perdere la regione rossa del sud. Perché la legge del taglione di Conte suole essere: se governo io, stiamo insieme, sennò vado da solo e tu perdi. E da gran pokerista, Don Enzo ha già alzato la posta: va bene uno dei 5stelle ma non Fico, deve essere l’ex ministro Sergio Costa, ha scandito in un summit con tutti i capigruppo della sua attuale maggioranza a Palazzo Santa Lucia. Aperte le scommesse su Fico e Costa, i dem stanno con Fico ovviamente. Bella partita tra l’avvocato e “o’governatore”. Pari a quella tra Meloni e Salvini su chi governerà il Veneto.

Francesco Acquaroli

MARCHE

E non perché sia cosa da poco vincere nelle Marche, ma nella sola regione che va al voto governata da Fratelli d’Italia, ancora non si respira il fumo delle schioppettate. Il piccolo regno del governatore Francesco Acquaroli è insidiato da un pezzo grosso come l’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, convolato a nozze diplomatiche con Elly pur di sbarcare a giugno a Bruxelles, dopo il suo secondo mandato. Gonfio di preferenze vuole metterle in buca nella sua regione, il buon Ricci, che ha da tempo la benedizione di un satrapo influente come Goffredo Bettini,  dominus delle gents romane “tendenza woke” fin dai tempi di Francesco Rutelli, che fece ascendere allo scranno, passando per Walter Veltroni, fino a Nicola Zingaretti. E voce nell’orecchio di Giuseppe Conte, di cui è gran consigliere.

Matteo Ricci

Ma Acquaroli non vuole farsi intimidire: se Ricci per il suo lancio in orbita marchigiana ha scelto il teatro la nuova Fenice, lui per il suo kick off occupa la Nuova Fenice di Senigallia. Galvanizza i suoi sulle note di “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano e li spedisce a pranzo con l’Inno di Mameli. Della serie, nessuna sudditanza ai rossi

Marco Furfaro

TOSCANA

I rossi in quel di Toscana hanno da sempre il monopolio assoluto. Tanto che la povera Schlein, per poter mettere almeno uno dei suoi a capi di una regione, pensa di sostituire l’uscente Eugenio Giani – altra generazione, altra corrente – con un suo pupillo. Dietro le tende si scalda sul palco il bello del Pd schleiniano, il giovane Marco Furfaro, quello che si è visto fare il verso del cane “bau, bau!” su La7 dalla meloniana Augusta Montaruli. Toscanaccio come un altro deputato, Emiliano Fossi, che potrebbe correre al posto di Giani, difeso dall’ala riformista ed ex renziana, che qui ha ancora peso. Quindi non è detto che Giani si farà da parte, ha già fissato la data del voto nel 20 e 21 settembre, ha già uno sfidante di fronte, il meloniano Alessandro Tomasi. Ed ha dalla sua la difficoltà di giustificare la sostituzione di un governatore uscente gradito ai toscani.

Antonio Decaro

PUGLIA

La regione di Michele Emiliano vedrà l’uscita di scena dell’ex magistrato e l’ingresso in campo, con la sua benedizione, di un gigante delle preferenze, l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro: oggi europarlamentare, mezzo milione di segni sul suo nome lo scorso giugno, a dispetto del fatto che il suo mandato a Bruxelles abbia solo un anno di vita, non si farà scrupolo come Ricci ad abbandonarlo per riportare il suo pacchetto di suffragi nella regione che lo ha lanciato. E quindi in Puglia nessuno dubita che la regione resterà in mano al Pd, in tandem con i 5stelle. Anche qui però il candidato è ben lontano dalla tolda di comando del partito, essendo Decaro uomo forte della corrente riformista. Ma poter mettere la regione in banca fa la differenza e nessuno discute.  Del resto, ormai da un quarto di secolo in Puglia governa la sinistra, prima due volte con Nichi Vendola, poi due volte con Emiliano. A sfidare Decaro potrebbe esserci con spirito di servizio un avvocato di rango, veterano di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto: barese, musicista di valore e pianista per passione. Ma quella dei suoi mitici concerti in strada è un’altra storia.

Carlo Bertini

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