Nella Sala Zuccari di palazzo Giustiniani, dieci donne di tutti i principali partiti di maggioranza e opposizione si sono sedute intorno a un tavolo per parlare del disegno di legge sul riequilibrio di genere nelle nomine pubbliche (S. 88). La proposta, a prima firma della senatrice Valeria Valente (Pd) e sostenuta dall’associazione Noi Rete Donne presieduta da Daniela Carlà, ha l’obiettivo di «promuovere l’equilibrio tra i sessi nelle autorità indipendenti, negli organi delle società a controllo pubblico e delle società quotate e nei comitati di consulenza del Governo, prevedendo che sia assicurato il rispetto del principio di equilibrio tra i sessi, almeno nella misura di due quinti».
“Quote rosa” dunque, anche per il settore pubblico. Il modello è quello della legge 120 del 2011 «Golfo-Mosca» per le società italiane con azioni quotate e riprende il disegno di legge della ex ministra della Difesa Roberta Pinotti (Pd), il cui testo era stato approvato all’unanimità da tutte le forze politiche nella scorsa legislatura.

Un mondo fatto di barriere
L’Annual Report FPA 2024, che analizza il settore pubblico e le sue prospettive, fotografa una situazione ancora drammaticamente sbilanciata. Solo il 18,4% delle posizioni ai vertici di università è ricoperto da donne; negli enti pubblici di ricerca solo il 18,7%, il 14,4% nelle ambasciate, il 18,5% negli enti pubblici economici.
Dati che dimostrano con chiara evidenza che anche nella Pubblica amministrazione siamo ancora molto lontani dalla piena attuazione del principale punto di riferimento del disegno di legge, l’articolo 51 della Costituzione: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini». Non abbastanza, perché, come ha affermato la senatrice Alessandra Maiorino (M5S) «si promuovono le buone azioni, i diritti si garantiscono».

Uno strumento sgradevole ma necessario
In un tempo che promette di allargare i confini dando a tutti occasioni e libertà di parola, le disuguaglianze non sono mai state altrettanto evidenti. Da destra a sinistra le quote rosa sono sempre risultate uno strumento sgradito, eppure, come ha affermato Susanna Donatella Campione, senatrice di Fratelli d’Italia, «scendendo nel realistico abbiamo dovuto costatare che quando le quote rosa sono state approvate, hanno funzionato». Nonostante le riserve, la proposta di legge è stata accolta in maniera trasversale, ha ricordato Cristina Rossello, deputata di Forza Italia, che ha salutato in sala Graziano Delrio, ex capogruppo Pd alla Camera, oggi senatore e unico parlamentare uomo in sala, che da anni si batte per la rappresentanza paritaria negli enti territoriali. Mariastella Gelmini, ex ministra ora senatrice di Noi Moderati-Centro Popolare, ha aggiunto che la legge Golfo-Mosca «è servita e si è affermata come uno strumento per riconoscere merito e competenza». Perché il principio secondo cui le quote rosa servono da «catapulta» per il genere femminile, ha riconosciuto la deputata leghista Laura Ravetto, «vale solo quando c’è una condizione di equità». Quello che serve in questa «battaglia per il merito», ha dichiarato Daniela Carlà, è «una legge a tempo, che duri dieci anni rinnovabili, poiché se dovesse funzionare, poi non ne avremmo più bisogno». «Norme anti-discriminatorie» le ha definite l’ex ministra Maria Elena Boschi, oggi deputata di Italia Viva. Uno strumento necessario al superamento di quell’antico retaggio che «precludeva alle donne l’accesso a un certo tipo di studi e professioni», relegando le donne, ancora oggi, ai ruoli di cura.

Un vantaggio per la comunità intera
È un dato di fatto che le quote rosa abbiano avuto un impatto positivo anche sull’economia, ha continuato Boschi: «le società con donne nella governance funzionano bene, lo provano i dati». Elena Bonetti, ex ministra e presidente di Azione lo ha definito un principio di affermazione della democrazia, che «se non è intrinsecamente paritaria, di fatto non è». Paola Binetti, ex senatrice, attiva nell’Udc, ha parlato di una «battaglia culturale», esprimendo la necessità di educare le donne alla leadership. Il tema è quantomai urgente e le regole della meritocrazia, ha affermato, vanno cambiate: nell’era dell’inverno demografico la funzione di cura a cui viene relegata la donna non è più quella verso i figli, ma quella verso gli anziani genitori propri e dell’eventuale partner.

Leadership al femminile per educare le nuove generazioni
Tiziana Cignarelli, segretaria generale Flepar (la Federazione dei legali e dei professionisti nelle pubbliche amministrazioni), intervenuta dalla platea, ha sottolineato la «funzione dirompente» che ha per un figlio il «vedere la propria madre nel ruolo di un capo. Continuiamo a sottolineare quanto una corretta educazione sia fondamentale per prevenire il femminicidio, parliamo invece di quale valore avrebbe per un bambino crescere con la consapevolezza che è del tutto normale che una donna possa avere un ruolo di potere». Gabriella Luccioli, la prima magistrata a essere nominata presidente di sezione presso la Corte di Cassazione, ha evidenziato la mancanza di «cultura di genere» di coloro che ritengono che i problemi «siano altri». Il fatto che un ufficio di prestigio venga occupato in modo esclusivo da un unico genere non è indifferente, ha aggiunto, ma è «una questione di democrazia».

«Sono solo uomini di una cerca etnia che vengono dalla stessa parte del mondo che stanno cambiando la nostra realtà», ha avvertito Tiziana Catarci, ordinaria alla facoltà di ingegneria, informatica e statistica presso la Sapienza Università di Roma, «se non agiamo subito, rischiamo che il problema si amplifichi». È una battaglia da combattere insieme, «se questa iniziativa resterà isolata» ha dichiarato Daniela Carlà, «sarà una vittoria di Pirro».




