Donald Trump sarà la fine della superpotenza americana?

Le Forze Armate americane sono il prodotto di ottant’anni di supremazia militare. Ma un esercito, per quanto potente, vale quanto chi lo guida. E oggi, tra epurazioni ai vertici, tecnocrati con interessi privati al Pentagono e una guerra in Iran che si rivela un disastro operativo, lo US Military mostra crepe che potrebbero ridisegnare gli equilibri globali del prossimo secolo. Sullo sfondo, una Cina paziente che osserva e aspetta

Le auto da corsa sono le migliori al mondo. Il frutto di anni e anni di costante manutenzione, successi che ne hanno evidenziato i punti di forza e fallimenti da cui sono stati tratti insegnamenti. E una vera e propria cascata di denaro, perché per certe cose non si bada a spese. Tutto perché il pilota, quando chiamato a correre, abbia a disposizione il meglio, lo stato dell’arte dell’ingegneria automobilistica. Ora, che succede se si mette un’auto da corsa in mano a un ubriaco? Si schianta. Come qualunque altro pezzo di ferraglia. Questo è esattamente quello che sta succedendo con lo US Military, in mano all’amministrazione Trump e ai suoi cortigiani MAGA.

L’impiego del termine anglosassone è voluto, costantemente adoperato dagli statunitensi per intendere quel vero e proprio gigante monolitico che è la difesa americana. Perché è vero che le Forze Armate degli Stati Uniti (e gli immensi apparati di intelligence che le affiancano) sono le migliori al mondo, in quanto frutto di ottant’anni di ricerca della supremazia in ogni senso immaginabile. Ma lo US Military oggi non è in buone condizioni. O meglio, ha dei pericolosi sprovveduti al volante. E questo conta moltissimo, perché ne va degli eventi del prossimo secolo.

Come si distrugge una forza armata

Il secondo dopo essersi reinsediato nello Studio Ovale, Donald Trump e la sua gente hanno dato il via alle epurazioni. Tutti quei profili tecnici che, durante il primo mandato, avevano frenato gli eccessi del presidente e lo avevano riportato con i piedi per terra (non dimentichiamo che la prima, ben più modesta, richiesta di Trump sulla Groenlandia risale al 2019) sono stati rimossi. Parliamo di quegli apparati (alcuni direbbero “Stato Profondo”) che non cambiano ogni quattro anni, ma che sono coltivati e cresciuti all’interno della compagine statale, deputati in modo quasi fideistico al mantenimento della potenza americana indipendentemente, dalle correnti politiche di DC. In altre parole, figure che esistono esclusivamente per alimentare e tenere in buona salute la prima potenza mondiale.

Epurazioni dunque, non per tradimento o inefficienza, bensì per eliminare chiunque dissentisse dalla profetica infallibilità dell’irritabile tycoon. Chiunque facesse tanto d’occhi davanti a decisioni che, al di là della sensibilità politica, sono folli prima ancora che inefficaci, è stato allontanato. D’altronde, qualcuno pensava davvero che il DOGE guidato inizialmente da Elon Musk servisse davvero a “snellire” la pubblica amministrazione americana? Dipartimento di Stato, Ambasciate, organi di Sicurezza Nazionale, tutti sono stati sventrati e riempiti di leali yesman, pena il licenziamento. Al Pentagono, questo passaggio è stato amaramente definito “Falling Stars”, a simboleggiare il numero impressionante di ufficiali a tre o quattro stelle sistematicamente rimossi dai vertici di comando. Ciò non significa che chi è rimasto sia necessariamente un incompetente ma, assumendo che gli oppositori siano stati tutti eliminati, la dice lunga sull’aria che si respira nelle stanze dove si prendono le decisioni. E un consesso spaventato dalle possibili ripercussioni personali non lavora come dovrebbe fare un dispositivo che, fino ad oggi, ha dogmaticamente ragionato per vincere. E la vittoria, senza contraddittorio, non la si raggiunge, perché nessuno è infallibile. Questo gli Stati Uniti lo sanno. O forse, a giudicare dall’Iran, lo sapevano e ora se lo sono “scordato”.

Il Leviatano sventrerà il Behemot?

Dopo il repulisti interno, il golfista di Mar-a-Lago ha chiamato a raccolta il nuovo Leviatano della nostra epoca: i tecnocrati. Individui-aziende dotati di enormi risorse, proprietari delle tecnologie più avanzate cui l’umanità abbia mai avuto accesso e, in alcuni casi, desiderosi di dare sfogo a fantasie distopiche formulate negli anni del college, tra un festino e una citazione agli scritti di Tolkien. A questi individui (che già prima, vale la pena ricordarlo, collaboravano con il Government) sono state messe in mano le chiavi della summenzionata auto da corsa, con tanto di galloni conferiti ai manager. Dietro la narrazione della, pur vera, lentezza dell’apparato militare-industriale tradizionale e della necessità di imparare la filosofia dell’innovazione dalle startup tech, queste realtà vengono coinvolte ogni giorno in programmi estremamente sensibili e vitali per la Sicurezza Nazionale. Ancora, niente di nuovo sotto alle stelle e strisce. Questa crescente simbiosi solleva però due punti critici circa la presente (e futura) supremazia militare americana: l’eccessiva discrezionalità di individui con interessi privati direttamente inseriti nella Difesa nazionale e “l’imbarbarimento” dei prodotti a disposizione dello US Military.

Il primo punto si spiega da sé. Un discorso è quando i privati forniscono su richiesta del Pentagono prodotti e servizi. Un altro è quando sono direttamente i privati a “decidere” quali prodotti e quali servizi debbano essere le priorità della Difesa (magari proprio quelli che l’azienda di appartenenza può fornire?). Qual è dunque la garanzia che i requisiti operativi siano effettivamente quelli ritenuti più necessari e non un tentativo di un manager (più esperto di affari che di sicurezza) di guadagnarsi un nutrito bonus a fine anno? Ed è qui che il primo punto si collega direttamente al secondo: le tecnologie commerciali. In gergo tecnico, per prodotti off-the-shelf si intendono quelle piattaforme che non vengono progettate, sviluppate e prodotte esclusivamente per le Forze Armate (come è stato finora per l’US Military), bensì ci si riferisce a sistemi già disponibili, realizzati sulla base delle specifiche di mercato e “personalizzati” per i militari. La differenza tra le due impostazioni è ovvia e ha i suoi pro e i suoi contro. Da un lato, i prodotti off-the-shelf possono essere integrati rapidamente e altrettanto rapidamente prodotti su vasta scala, senza parlare del tempo risparmiato sui lunghissimi cicli di design e progettazione del Pentagono. Di questo ne sa qualcosa Fincantieri, che a causa di tali dinamiche ha perso la commessa sulle fregate classe Constellation. D’altro canto, però, tecnologie il cui sviluppo avviene all’esterno dei circuiti militari potrebbero risultare inadeguate alle reali esigenze operative e, ancor peggio, mostrare questa inadeguatezza solo quando già schierate. La scelta dunque è tra prodotti con cicli di sviluppo più lunghi, la cui produzione difficilmente sarà scalabile in tempi brevi, e sistemi immediatamente disponibili ma con molte meno garanzie di efficienza operativa. Al momento, la Casa Bianca sta nettamente optando per la seconda. Non vi è dubbio che questa impostazione sia parzialmente giustificata dalla necessità di mettersi in pari con la produzione bellica cinese, ma il rischio di degradare il grado di efficienza complessiva delle Forze Armate è concreto, senza parlare del vincolo di operatività configurato da un’eccessiva reliance sugli attori privati. Finora il complesso militare-industriale americano era riuscito a mantenere un equilibrio virtuoso tra pubblico e privato, capace di trarre vantaggio dalla cooperazione con le aziende senza sacrificare i requisiti minimi di sicurezza e sovranità statale. Oggi questo equilibrio sta scomparendo, e lo sta facendo rapidamente.

Epic Failure

Veniamo quindi all’attualità. La Guerra con l’Iran, lo si è già detto, è un errore strategico madornale. Tuttavia, non è detto per forza che una guerra strategicamente sbagliata non possa essere condotta efficacemente sul piano tattico e su quello operativo. Non è il caso dell’Operazione Epic Fury, ribattezzata per l’occasione Epic Failure. I calcoli sulla resilienza del regime iraniano erano completamente falsati (forse troppa fiducia nei report israeliani?), il costo della conduzione delle operazioni sta raggiungendo livelli difficilmente giustificabili in assenza di un’aggressione diretta agli Stati Uniti, pesa la mancanza di una forza combattente favorevole a Washington all’interno del Paese, gli assetti impiegati – ancorché tecnologicamente superiori – soffrono sul piano del rapporto costo-intercetto e il lassismo con cui si sono sottovalutate le minacce di Teheran sullo Stretto di Hormuz sono solo alcuni dei moltissimi indicatori che ci segnalano che questa operazione non è stata preparata e lanciata secondo la consuetudine americana. Sembra, piuttosto, che alcuni vertici fossero graniticamente convinti che qualche bombardamento e qualche eliminazione eccellente sarebbero stati sufficienti per portare a casa la vittoria. Evidentemente, a nessuno di questi vertici sono stati fatti notare tutti i caveat di cui sopra.

Però ormai la frittata è fatta e all’amministrazione Trump restano solo due opzioni realistiche: ritirarsi con la coda fra le gambe o trovare un accordo con la Repubblica Islamica. La terza opzione, quella originale, di installare un nuovo governo a Teheran sembra percorribile solo schierando direttamente unità di terra per prendere il Paese con la forza. In gergo yankee, Boots on the ground. Quattro parole che rappresentano uno scenario apocalittico tanto per l’opinione pubblica (soprattutto quella repubblicana) quanto per lo US Military, che è ben consapevole dell’enorme costo strategico di una simile mossa. Segnatamente, quello di impegnarsi in un major conflict con un rivale di basso rango come l’Iran, quando il vero avversario sistemico è la Cina. Qualora gli Stati Uniti dovessero decidere di muoversi in tal senso, gli esempi di Vietnam, Iraq e Afghanistan ci dicono già come andrà a finire. Ma, in questo caso, va detto che lo shock petrolifero globale accorcia i tempi e restringe ogni ora di più il margine di manovra di Washington.

L’opzione nucleare

Vale la pena soffermarsi anche sullo scenario più drammatico di tutti: un attacco nucleare per forzare l’Iran alla resa. Ci sono voluti anni prima che si abbandonasse l’ipotesi che Mosca avrebbe fatto lo stesso in Ucraina per concludere rapidamente un’altra operazione militare trasformatasi in conflitto aperto. Avrebbe quindi senso pensare che, se neanche l’avventata Russia ha caldeggiato tale idea, gli assennati Stati Uniti non sognerebbero mai di fare qualcosa del genere. Ma, come si è appurato, gli Stati Uniti non stanno più ragionando come un tempo. D’altronde, non va dimenticato che lo hanno già fatto una volta, a Hiroshima e Nagasaki, per chiudere la partita con il caparbio e irriducibile Impero Giapponese. E, visti i figuri che oggi siedono nella Situation Room, è altamente probabile che qualcuno abbia quantomeno sollevato il punto. Restando, si spera, inascoltato. Le conseguenze storiche di una simile, scellerata, decisione sarebbero catastrofiche e infrangerebbero il tabù più importante del mondo dal 1945 a oggi, con implicazioni a cascata che sfuggono anche al più fantasioso degli analisti. Eppure, proprio in virtù di quanto sopra, tale eventualità, ancorché improbabile, non si può più considerare impossibile.

“Si fossi Cina”

La Terza Guerra del Golfo ha già un vincitore: la Cina. “Attendi sulla riva del fiume e, col tempo, vedrai passare il cadavere del tuo nemico”, recita il proverbio. Ed effettivamente, questo sembra proprio il caso. Beninteso, il disastro iraniano da solo non rappresenta una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti, ma potrebbe essere il passo falso che gli costerà la partita del secolo con Pechino. Aquila e Dragone si guardano in cagnesco da una parte all’altra del Pacifico da anni, consapevoli che una guerra tra di loro si fa sempre più probabile. La Cina, a differenza della Russia e degli USA-MAGA, non è una potenza impulsiva ed è ben cosciente degli enormi rischi di un confronto militare diretto con Washington. Eppure, questo non le ha impedito di costruire negli ultimi anni una potenza militare formidabile, almeno sulla carta. Certo, valgono tutti i caveat sulla la scarsa esperienza bellica cinese e sulla qualità della sua industria militare, ma è proprio la performance indecorosa nel Golfo a doverci far riflettere. Se gli Stati Uniti non riescono a garantire la piena superiorità contro un rivale ben al di sotto del livello near-peer come l’Iran, cosa succederebbe in un conflitto aperto con la Cina? Nel frattempo, la frattura interna alla società americana sulla direzione autocratica che il Paese sta imboccando contribuisce alla percezione che gli USA non siano più quelli di una volta, tanto alla Casa Bianca quanto al Pentagono. E questa consapevolezza, unita a quella che il vento potrebbe cambiare con la fine del secondo mandato di Trump, potrebbe deporre a favore di una linea più audace tra le mura della Città Proibita.

Cosa accadrebbe, ad esempio, se in prossimità delle elezioni presidenziali del novembre 2027 la Cina tentasse la fortuna contro Taiwan? Siamo certi che questa amministrazione agirebbe immediatamente? Oppure prenderebbe tempo per placare gli elettori, concedendo alla Cina quella finestra entro la quale conquistare l’isola per poi mettere il mondo davanti al fatto compiuto? Da ultimo, sapendo che per il Partito Comunista Cinese la “riconquista” di Taiwan è un obiettivo esistenziale e che il conseguimento di tale obiettivo passa probabilmente dallo scontro con l’US Military, quale occasione migliore per farlo se non quando la sua abituale efficienza non è garantita?

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