Cingolani: “La pace gratis è finita. È arrivato il conto”

Il numero uno di Leonardo, Roberto Cingolani, all’evento “Aspettando il Festival della Geopolitica — Demarcazioni” a Roma: dall’impreparazione militare europea ai missili ipersonici, dalla cyberguerra da trilioni alla Space Factory. E un avvertimento sulla società: “Stiamo diventando algoritmi sulle gambe”

La pace gratis è finita, ora tocca saldare il conto. A parlare è Roberto Cingolani, l’amministratore delegato di Leonardo — il più grande gruppo italiano della difesa, uno dei principali d’Europa — che nella cornice dell’evento “Aspettando il Festival della Geopolitica — Demarcazioni” decide di non parlare di ordini e margini, ma di analizzare il presente e il futuro. Il contesto non potrebbe essere più denso: missili balistici iraniani che sfiorano lo spazio aereo turco, lo stretto di Hormuz quasi sigillato per cinque giorni, quel 20% del petrolio mondiale che per un attimo ha smesso di scorrere. “L’Europa si è convinta che la pace fosse una condizione fisiologicamente garantita e stazionaria – dice – e ha costruito sistemi di welfare tra i più avanzati del mondo, ha investito nella qualità della vita, ha progettato istituzioni”. Ma ha trattato la sicurezza come un servizio già pagato, “una pace garantita e soprattutto gratis”.

Poi, quattro anni fa, il risveglio. La guerra in Ucraina ha mostrato che quella garanzia aveva una scadenza, e che il conto da pagare — in termini di capacità produttiva, di infrastrutture militari, di scorte — rischia di essere salato. “Gli Stati Uniti stessi non hanno la capacità di sostenere un conflitto convenzionale per più di una o due settimane”, avverte Cingolani. Non per mancanza di volontà, ma perché anche le catene di approvvigionamento — i Patriot, i missili, i componenti di precisione — si costruiscono in anni, non in giorni: “Non è che non c’è uno scaffale dove stipare i Patriot”.

La rivoluzione tecnologica nella difesa

Cingolani ricorre a una metafora potente per descrivere la frattura che la tecnologia ha aperto nel settore della difesa. L’industria bellica è storicamente un maratoneta: sviluppa sistemi che devono durare quarant’anni, investe lentamente, progetta con orizzonti lunghi. Gli aerei da combattimento in servizio oggi sono stati disegnati negli anni Ottanta. I carri armati più moderni negli anni Novanta. “L’industria della difesa è plantigrada, va piano”.

Poi è arrivata l’Ucraina. E con essa Starlink, i droni civili trasformati in armi di precisione, i telefoni cellulari usati come sistemi di targeting. Ogni sei-otto mesi lo standard cambia. “È come se chiedessi al maratoneta di correre ogni venti minuti anche di correre i cento metri in nove secondi. Ma o sei maratoneta o sei centometrista. Il problema è che la guerra moderna richiede di essere entrambi contemporaneamente.

A rendere la situazione ancora più urgente c’è il problema dei missili ipersonici. “Arrivano a cinque, sei, sette chilometri al secondo. Tre minuti tra il lancio e l’impatto. Se vuoi vederli, assegnare una contraerea e rispondere hai forse un minuto e mezzo. Non dieci come prima”. È un problema che non si risolve solo con più soldati o più budget: richiede un ripensamento radicale dell’architettura decisionale, con l’intelligenza artificiale chiamata a comprimere i tempi di reazione in modo che nessun operatore umano potrebbe eguagliare.

La vera guerra che non si vede

C’è un numero, però, che Cingolani cita sottolineando l’urgenza di diffonderli. “Il costo economico della guerra in Ucraina si misura in frazioni di trilioni. Nel 2020, il costo globale stimato dei cyberattacchi era di un trilione di dollari — mille miliardi — in un anno”. E la curva cresce. “La proiezione per il 2030 è di un trilione al mese. Sono dati ufficiali. Vi chiedo di andare a verificarli”. La cyberguerra, silenziosa, distribuita, invisibile alle telecamere, già costa di più di qualsiasi conflitto convenzionale. “E non è che quella è più sicura. Fa precipitare gli aerei, blocca gli ospedali, paralizza le infrastrutture”. Chi la fa, aggiunge, è spesso lo stesso soggetto che conduce le guerre tradizionali — e non vede l’ora che smettano i proiettili per intensificare gli attacchi digitali.

Deterrenza non è bellicismo

Cingolani non evita la polemica su chi pensa che le guerre facciano comodo all’industria degli armamenti. “Il mio obiettivo — e quello delle persone che lavorano nella nostra azienda — è che i nostri figli non partano in guerra. La logica della deterrenza, argomenta, è l’unica che ha senso in un mondo con oltre sessanta conflitti attivi — quanti non se ne contavano nemmeno nel 1945, quando erano “solo” cinquanta. “Se siamo grandi, robusti e capaci di difenderci, con ogni probabilità non verranno a romperci le scatole. È l’unico modo”.

Il problema antropologico: più connessi e meno intelligenti

Cingolani, alla domanda su qual è la tecnologia che cambierà i paradigmi nei prossimi cinque anni, risponde con un’altra domanda: “cosa serve?”. E la risposta lo porta lontano dai radar e dai satelliti. “I nostri giovani rischiano di diventare meno capaci di pensare”. Non perché siano meno dotati, ma perché il sistema educativo non si è adeguato a un mondo in cui l’informazione è illimitata e istantanea. “Se avessi un modem sottopelle collegato a internet, perché dovrei fare tredici anni di scuola? Basterebbe imparare a fare le ricerche giuste”. Ma questo, avverte, trasformerebbe ciascuno di noi in “un algoritmo sulle gambe”. Il cervello, invece, dovrebbe servire a fare connessioni, a costruire logica, a strutturare il pensiero. Filosofia, matematica, linguaggi. Non enciclopedie.

“I sapiens da centomila anni hanno sviluppato tecnologie per potenziare le performance fisiche — la ruota, le ali, il motore. Negli ultimi venticinque o trent’anni ha cominciato a potenziare quelle mentali. Non siamo preparati”. La vera rivoluzione dei prossimi anni, conclude, non è tecnologica. È antropologica. “Non ci sarà tecnologia innovativa se non avremo una società preparata ad affrontarla. E non lo stiamo costruendo”.

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