Abbiamo bisogno di uno Stato europeo. Su questo non c’è più dubbio. Le ragioni sono tante. Ma ne abbiamo bisogno subito. I popoli europei sono in grandissima parte nello Spazio Comune. Ma i cittadini europei non hanno rappresentanza diretta nelle scelte, attraverso le istituzioni. Questa “specialità” o “miracolo” della costruzione dell’Unione Europea, “non stato” capace di equilibrare i rapporti tra Stati che si sono fatti la guerra in modo sempre più crudele per millenni, non basta più.
Un gruppo di persone che vivono nel quotidiano continentale, in mezzo al Mediterraneo, hanno rotto gli indugi e hanno scritto una lettera ai Capi di Stato e di governo europei per chiedere che si realizza l’idea dello Stato europeo. La lettera aperta è già disponibile su change.org. Questo è l’indirizzo per firmare: https://chng.it/g2LRgt9tjx. Per cercarla, basta digitare change e “A Constituent Assembly for sovereign Europe, now”. Proveremo a spiegare le ragioni di questa iniziativa dal basso. E del perché questo è il momento giusto per conservare il magnifico lavoro delle Istituzioni Europee attuali e costruire il futuro Stato europeo attraverso un’assemblea costituente da convocare appena possibile.
Partiamo dall’esigenza di una politica estera comune, una difesa comune, il coordinamento delle necessità e degli sforzi strategici. Sappiamo tutti che non c’è soluzione a queste esigenze se non il passaggio tra il non stato europeo, che può tranquillamente sopravvivere, e lo Stato europeo di cui abbiamo bisogno. Possiamo sopperire all’assenza dello Stato europeo costruendo nel tempo una sorta di Nato europea. Ma non possiamo avere una politica unitaria ed estera che sia coordinata a quel dispositivo militare. Se non costruiamo subito
l’Europa Stato.
Lo possiamo fare solo attraverso un processo costituente con tempo definito di trattativa: un anno. I costituenti europei potranno decidere di definire i valori, le articolazioni, la struttura continentale della consueta tripartizione dei poteri delle democrazie liberali, e i rapporti tra nazioni e Stato europeo. Non si tratta affatto di “cedere” una parte della sovranità degli Stati, ma di acquisirla per quel che siamo: cittadini europei.
Il sentimento europeo, secondo alcuni sondaggi, è in discesa. In realtà, le risposte spesso dipendono dalle domande. Quel che non piace a molti è l’Europa che pare tecnocratica. Ed in effetti lo è, considerato che non c’è spazio per una rappresentanza politica dei cittadini. L’attuale Parlamento manca di ‘sovranità’. La Commissione anche. Settecentoventi persone compongono il Parlamento, sono elette da centinaia di milioni di elettori, ma contano per uno, nell’iter delle decisioni comunitarie. La Commissione ha poteri che dipendono dalla volontà dei governi, non dei Parlamenti, e anch’essa non esprime alcuna sovranità.
Le Istituzioni comunitarie compiono un miracolo quotidiano che possiamo definire costante “regolazione” degli interessi reciproci. Funziona. Ma non basta. Certo, c’è chi descrive l’Europa come un soggetto che passa il tempo a misurare le zucchine. Sono gli stessi, in genere, che chiedono di misurare le zucchine, attraverso i governi dei quali fanno parte. Ma l’Europa attuale misura le zucchine “e” fa molto altro. Tra i tanti esiti della sua attività c’è l’aver reso la parola e i simboli europei parte della nostra realtà quotidiana. Sui prodotti che consumiamo c’è l’Europa. Sui nostri passaporti e al loro interno, anche. Nei nostri viaggi, siamo europei. Per i nostri acquisti, usiamo l’Europa. Il miracolo è vero. Ma non basta più.
Se vogliamo decidere del nostro futuro, l’Europa deve rappresentarci. Per la nostra sicurezza e per difendere la nostra vita quotidiana. In questi giorni ho incontrato un ragazzo alla guida di un taxi. La famiglia è egiziana. Lui è di Roma, San Basilio. Ed è sua la definizione più corretta dell’Italia e dell’Europa: “La gente europea non si rende conto. Basta viaggiare un po’ per capire che questo è il posto più bello del mondo. Puoi fare quello che vuoi. E non è affatto scontato. Se viaggi nel mondo, lo sai.”
L’Europa è quel miracolo che ha consentito a tutti noi di vivere in questo luogo e questa epoca, ricchi come non siamo mai stati prima, liberi come non siamo mai stati prima, felici come non siamo mai stati prima. Per avere le cose che usa una normale famiglia europea o “occidentale” fino a poche decine di anni fa, occorreva essere a capo di un feudo. Basterebbe questo a spiegare la grandezza europea.
Ed è in nome di questa grandezza utilitaristica, ma capace di valori comuni che ci rendono felici, che abbiamo la necessità di difendere democrazia liberale e occidente. Perché l’occidente siamo proprio noi europei.
Dobbiamo impedire il ritorno o “vendetta” dei totalitarismi, come la descriveva Lorenzo Infantino. Nel nostro quotidiano non siamo affatto mossi dalla paura della violenza, ma dall’irresistibile malia delle cose che ci piacciono, a partire dai sentimenti che stimolano le endorfine, l’amore per i figli o un buon piatto al ristorante. Il male esiste sempre, è vero. Ma esiste soprattutto il bene, per noi europei.
Il bene sono tutte le attività che riteniamo piacevoli e che sono possibili solo in un contesto di libertà e assenza della paura di essere soggiogati, resi schiavi, torturati. È questa la differenza tra l’Europa di pace costruita dopo il 1945 e quella precedente. L’aggressione russa all’Ucraina è la dimostrazione solare di come si possa passare dall’avere come preoccupazione se tornare subito a casa o fermarsi a prendere un caffè, oppure dover scappare in un rifugio o essere costretti a impugnare le armi per evitare una cattura dolorosa e torturatrice. Oggi più di ieri risalta la differenza tra la nostra prudente necessità di riarmo e le follie violente di Russia e Iran, il dispotismo cinese, il terrorismo inneggiante al falso Islam, la volontà di potenza basata sul ricatto della nuova amministrazione americana.
Anche l’Italia ha subito le violenze dei bellicisti. Chi ricorda Giuliano Vassalli, mitissimo professore e avvocato, che fu anche presidente della Corte costituzionale, lo deve immaginare giovane e martoriato nella cella di via Tasso, dopo una settimana di torture della Gestapo nazista e dell’Ovra fascista. Il mite Presidente Pertini va ricordato quando pistola alla cintola dichiarò che se avesse riconosciuto Mussolini a Milano, lo avrebbe ammazzato sulle scale dove si erano incrociati. La perdita della libertà e dei diritti civili spiega bene come si debba essere costretti a combattere per riaverli. Solo così si spiega il quadro dell’Italia combattente. Uomini che avevano conosciuto la guerra vera. Nella loro vita, tanto Pertini che Vassalli, come Leo Valiani o Gino Lubich combatterono, qualcuno morì. Chi di loro sopravvisse, abbracciò l’idea che non si potesse più fare a meno della pace.
E vogliamo parlare delle donne? Non solo le tante donne combattenti e staffette partigiane, che pure ebbero un ruolo importante per coordinare gli sforzi della Resistenza armata e degli alleati. Vanno ricordate anche donne come Ursula Hirschman, ebrea, europea, che ebbe il coraggio di viaggiare nell’Italia razzista ed anti ebraica ed essere il motore del Manifesto di Ventotene, insieme ad Ada Rossi. Molti liquidano il loro ruolo a quello di “postine” del Manifesto. Ma fecero molto di più. Fu Hirschman a spiegare ai due uomini che sposò i collegamenti tra socialismo e liberalismo, così come li ebbe elaborati nella fusione tra le riflessioni proprie, quelle di Luigi Einaudi e quelle di Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni.
A quelle donne e uomini dobbiamo il disarmo nel continente più bellicoso della storia. La cultura della deterrenza, unita a strumenti giuridici di cooperazione, l’ha resa possibile. Nemici che si controllano sistematicamente concordano su quanto essere forti, in modo equilibrato, e senza sconfinare, all’inizio. Ma poi evoluzione in partner commerciali, politici, sentimentali. Anche questa cultura è condensata nel manifesto di Ventotene. E nella nostra leggera vita quotidiana. Non esistono più in Europa eserciti nazionali da milioni di uomini e donne.
La nostra realtà di oggi è basata sulla logica win-win, come recitano i manuali di management. Per ogni accordo, ci aspettiamo che tutti guadagnino. Questa nostra logica funziona se tutti collaborano. Molti degli ex Paesi nell’orbita sovietica desiderano l’Europa proprio per questo. Potere, potenza, libertà coniugati e indissolubilmente legati. E infatti “Nato” e Europa non hanno realizzato alcuna espansione negli ultimi ottant’anni. Anzi, si sono costantemente ritirati. Tanto Polonia, Baltici, Balcani orientali e occidentali, quanto l’Africa desiderano l’Europa dei “tenui prezzi delle merci” e della semplice normalità del vivere liberi. Noi siamo benessere a basso rischio.
La Russia di oggi è quell’attore ignorante e inconsapevole che intende riaprire le ferite dei conflitti armati. Accade perché adotta una logica di spazio chiuso dell’economia. L’aggressione violenta è il modo che conosce per garantirsi risorse. La rapina russa contro la cooperazione europea. Ma non sono solo i russi a minacciare il mondo libero basato sul mercato e la libertà. L’azione di Trump, “l’onda anomala” occidentale, come Infantino l’ha chiamata negli ultimi giorni della sua vita, rompe la certezza dell’alleanza tra le due sponde del nord atlantico che insieme costituiscono quasi i due terzi della ricchezza mondiale. L’uso della forza, del ricatto, oltre alla volatile ed erratica gestione dei dossier internazionali degli Usa del Trump 2 hanno seminato il sospetto tra gli alleati degli americani, cioè noi. Persino Australia e Canada, comprendono che gli Usa possano rappresentare una nuova minaccia. È bastato poco a ridurre gli Usa a un soggetto instabile ed inaffidabile.
Mentre la Russia infrange il suo complesso poco industriale e molto militare contro l’Ucraina, gli Usa esauriscono la capacità di cooperazione con l’area più ricca e strategica del pianeta, cioè noi, l’Europa. Anche la loro politica nel Pacifico accusa defaillance, grazie ad accuse deliranti che colpiscono Taiwan e Giappone. Russia e Usa, in modo diverso e senza reale possibilità di accordo tra loro, realizzano un suicidio politico militare.
L’esibizione muscolare di entrambi ha intaccato l’influenza morale e immateriale di entrambi. Il risultato è la diffidenza. Tra partner diffidenti, gli accordi sono impossibili. O quanto meno, possono essere sostenuti solo grazie alla forza. La forza europea è strettamente legata al fattore di potenza militare, forza morale, quadro giuridico adeguato a gestirle. Date queste premesse sarà possibile prendere decisioni di politica estera e difesa davvero comuni e quindi sovrane.
Qualunque capitano d’industria sa che i mercati sono volatili a causa proprio dei sentimenti, delle impressioni, del panico o dell’euforia degli individui. Stati e individui obbediscono alla stessa teoria dell’azione sociale basata sul rispetto e la volontà cooperativa. Non basta essere belli, ricchi e forti per avere il partner desiderato. La lezione della cooperazione volontaria che è la regola nei rapporti personali e internazionali dal 1950 in poi, va spiegata daccapo. Ed è l’Europa a poterlo fare. Specie nei confronti degli Usa. Per i russi il processo è più lungo. Nelle università e nella società russa il liberalismo è assente. Adam Smith è incompreso e forse anche la partita doppia.
Il Cremlino e la Casa Bianca sembrano cooperare per spartirsi il mondo con la Cina. Ma l’Europa è il convitato di pietra di questa fase storica. Siamo il primo centro tecnologico, culturale, di benessere del mondo. Il primo risultato di questa novità è che la culla delle libertà è traslocata a casa nostra. I russi ci minacciano. Basi russe sono presenti in Libia e Centrafrica. Altre sono in programma nella Siria mediterranea (ricostruzione), in Algeria e da qualche parte nell’Adriatico. Non sono movimenti segreti. Per limitarne la portata o impedirne il successo che prometterebbe guerra nel nostro continente, occorre riarmarci, in un quadro istituzionale sovrano e quindi condiviso.
Occorrono forza, tecnologia, sovranità politica in un quadro giuridico e culturale libero. Se vogliamo conservare e irrobustire economia, finanza, politica e felicità domestica, continuare a riempire granai e mettere fiori nelle nostre case, abbiamo bisogno dell’Europa politica. Non possiamo e non vogliamo tornare indietro. Nessuno vuole combattere le guerre devastanti che abbiamo vissuto nel Novecento.
La pace è figlia della sovranità e della capacità di deterrenza europea.
Possiamo facilmente ereditare la piena comprensione del disegno politico di George Washington, non più sulle rive del Potomac, ma su quelle dei tanti fiumi e mari europei, dal Tevere al Tago, dal Reno alla Loira, dal Danubio al Dnipro, dall’Oceano al Mediterraneo. Le esigenze della storia contemporanea impongo tempi diversi dal lento evolvere delle cose al quale ci siamo pigramente abituati. La prospettiva unitaria e federale europea deve essere immediata, da realizzare nei prossimi due anni, se vogliamo salvare la pace da noi e nel mondo. Costituiamo subito gli Stati Uniti d’Europa. E facciamolo senza attendere il lento incedere della sola diplomazia. Occorre che il popolo si faccia sentire e chieda libertà, sicurezza e felicità attraverso la costituente europea.




