Adenauer e De Gasperi per un’Europa di pace. Il punto di Alli

La visione di Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, uniti da una profonda fede cristiana, resta oggi di grande attualità: per entrambi, la Difesa europea rappresentava il passaggio decisivo per garantire pace del continente. L’intervento di Paolo Alli, Segretario generale della Fondazione De Gasperi, per i 150 anni dalla nascita del primo Cancelliere tedesco

In un tempo segnato da nuove tensioni internazionali e dalla crescente consapevolezza della necessità di rafforzare la sicurezza comune, torna di grande attualità la visione di Alcide De Gasperi, uomo di pace e di profonda fede cattolica, che concepì l’unità europea come una scelta di civiltà fondata su democrazia, libertà e radici spirituali condivise. In questa prospettiva, la Difesa europea rappresentava il pilastro decisivo per garantire una pace duratura e per avviare una vera integrazione politica del continente: non a caso il leader trentino sostenne con determinazione la Comunità Europea di Difesa, considerandola il nucleo attorno a cui costruire un’Europa federale. Una visione che oggi appare di straordinaria contemporaneità. Ripubblichiamo di seguito l’intervento integrale di Paolo Alli, Segretario generale della Fondazione De Gasperi, pronunciato in occasione dell’evento promosso dalla Konrad Adenauer Stiftung per i 150 anni dalla nascita di Konrad Adenauer, svoltosi il 12 febbraio 2026 presso la Residenza dell’Ambasciatore di Germania presso la Santa Sede, a Roma.

Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer

A nome della Fondazione De Gasperi e del Presidente Angelino Alfano, ringrazio per l’invito a questa prestigiosa iniziativa la Fondazione Adenauer, l’amico onorevole Marian Wendt e la nuova direttrice, la dottoressa Paruvana Volkmann, con la quale sono certo che continueremo la proficua collaborazione che da molto tempo caratterizza i rapporti tra le nostre due Fondazioni.

E ringrazio, in modo particolare, l’Ambasciatore di Germania presso la Santa Sede, Sua Eccellenza dott. Bruno Kahl che ci ospita.

Abbiamo ricordato, poco più di un anno fa i settant’anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi. La nostra Fondazione lo ha fatto con un intero anno di importanti iniziative, in Italia e all’estero, che ancora continuano.

Oggi ricordiamo i 150 anni dalla nascita dell’altro grande statista Konrad Adenauer.

Poiché per un cristiano la morte è in realtà la nascita al cielo, possiamo affermare che a distanza di pochissimo tempo ci troviamo a celebrare due nascite, quella alla terra di Adenauer e quella al cielo di De Gasperi.

Perché questi due grandi uomini in realtà non sono mai morti.

Da Segretario Generale della Fondazione De Gasperi e da cattolico, posso affermare che Alcide De Gasperi – e sono certo che lo stesso valga per Konrad Adenaurer – non è un personaggio del passato: è una persona viva.

De Gasperi e Adenauer ci parlano oggi con la testimonianza delle loro vite, dei loro ideali, della loro visione della società e della politica, con il loro sogno europeo.

Parlano a noi qui, oggi, e non parlano solo alle nostre menti di esperti, studiosi, diplomatici, politici, ma parlano ai nostri cuori. Parlano ai cuori dei nostri popoli, delle migliaia di giovani che, in modo assolutamente sorprendente, abbiamo visto mobilitarsi negli ultimi due anni sulle orme di Alcide De Gasperi. Parlano all’Europa di oggi, che forse non è esattamente come la sognavano, ma che ha comunque fatto grandi passi avanti.

Molte volte mi è stata fatta una domanda: “Se De Gasperi fosse vivo oggi, cosa direbbe dell’Europa?”. Una domanda spesso maliziosa, che sottintendeva una risposta negativa: infatti ci basta aprire un giornale o ascoltare una notizia per sentirci dire quello che l’Europa non è in grado di fare, quali siano i limiti e i fallimenti del progetto europeo. Ebbene, a quella domanda io ho sempre risposto che se De Gasperi ha creduto nell’Europa quando non c’era nulla, ci crederebbe a maggior ragione oggi. E sono certo che questo ragionamento valga anche pensando alla figura di Adenauer.

Ho sempre dato quella risposta perché sono convinto che nessuno dei grandi Padri fondatori dell’Europa si illudesse di avere davanti a sé un percorso semplice o breve, in quanto non difettavano certo di realismo. Anche loro sapevano di dover affrontare sfide enormi e mutamenti epocali, se è vero che già ai loro tempi, come scrisse Schuman a De Gasperi nel 1953, avevano dovuto “aprirsi la strada tra malintesi e malevolenze”. Dunque la vera domanda non è se gli esiti odierni del percorso europeo siano o meno come li avevano immaginati i Padri fondatori, ma se nel percorso stesso i valori fondanti del disegno europeo siano sempre stati rispettati e preservati.

In questo senso è indispensabile riaffermare la rilevanza della visione originaria dei Padri Fondatori dell’Europa, che su quei valori si fondava.

De Gasperi e Adenauer avevano immaginato un’Europa unita non solo economicamente, ma politicamente e spiritualmente. Un’Europa che, in virtù del suo radicamento nella cultura democratica e cristiana, consentisse di superare l’epoca dei nazionalismi contrapposti e prevenire nuovi conflitti. Per De Gasperi e Adenauer, l’unità europea non era dunque un mero esercizio tecnico né una semplice alleanza tra Stati: era una scelta di civiltà.

È per questo motivo che, nel guidare la fase di transizione successiva al secondo conflitto mondiale, De Gasperi e Adenauer legarono il futuro dei loro Paesi al processo di integrazione europea, quale via maestra per garantire democrazia, libertà, sicurezza e pace.

La storia personale di De Gasperi e Adenauer aiuta a comprendere meglio la profondità della loro visione dell’Europa. Pur provenendo da contesti diversi, condivisero esperienze e prove di vita che li avrebbero resi affini dal punto di vista ideale oltre che umano, sfociando nella stretta sintonia che ne caratterizzò il rapporto politico.

Entrambi erano uomini “di confine”.

De Gasperi, nato e cresciuto nel Trentino immerso nel quadro multietnico e multilinguistico dell’Impero austro-ungarico, si formò Trento e Vienna, arrivando a conoscere a fondo la lingua e la cultura tedesca. Da deputato al Reichsrat asburgico, si fece portavoce dei diritti della minoranza italiana, ma maturò una sensibilità che lo rese un “cittadino europeo” già prima di divenire cittadino italiano terminata la “grande guerra”.

Adenauer, studente a Friburgo e Bonn, divenne avvocato e sindaco di Colonia, incarnando lo spirito pragmatico e conciliante della Renania, terra di passaggio e di incontro tra Francia e Germania. Fu così che anch’egli sviluppò una spiccata sensibilità europea.

Vissero il confine non come un luogo di divisione tra popoli, ma come un luogo di incontro tra culture.

Entrambi furono perseguitati dai totalitarismi. Questa comune esperienza li portò a maturare la stessa convinzione: senza pace, democrazia e rispetto della dignità umana, non vi sarebbe stato futuro per l’Italia, la Germania e l’Europa intera.

Attraverso la sofferenza maturarono un profondo amore per la propria Patria. Un patriottismo ben diverso dal nazionalismo, come precisava De Gasperi: “Quando diciamo che non siamo nazionalisti […], che cioè non vogliamo la soluzione di tutti i problemi attraverso la forza della nazione, […] non diciamo qualche cosa che limiti le nostre forze reali, che diminuisca […] il nostro sentimento nazionale […]: la base di tutte le cooperazioni è la nazione in un consorzio di nazioni libere”. Al punto che lo stesso De Gasperi, in uno dei suoi discorsi più celebri, definì questo consorzio di nazioni con il termine “la nostra Patria Europa”.

Entrambi non ebbero timore ad affrontare il tema della cessione o limitazione di sovranità, elemento sul quale si fondano oggi le critiche di gran parte dei detrattori dell’integrazione europea. Piuttosto, sostenevano che le forze nazionali dovessero fondarsi (sono sempre parole di De Gasperi) su una “associazione di sovranità nazionali basata su istituti costituzionali e democratici”. Dunque, sostanzialmente il superamento del concetto di cessione di sovranità in favore di quello di una condivisione di sovranità: e una sovranità condivisa restituisce una sovranità più forte, come dimostrano molti esempi, a partire dall’adozione della moneta unica.

Entrambi sostennero senza tentennamenti il progetto della “Comunità Europea di Difesa”, per il quale De Gasperi combatté letteralmente fino alla morte.

La bocciatura del Trattato della CED arrivò infatti il 30 agosto 1954 e De Gasperi morì qualche giorno prima, il 19 agosto, come a non voler vedere con i suoi stessi occhi quanto di lì a poco sarebbe accaduto.

La figlia primogenita di De Gasperi, Maria Romana, a lungo la sua più stretta collaboratrice e Presidente onoraria della Fondazione, ricorda del padre “le lacrime che scendevano senza vergogna sul suo volto”, mentre gridava al telefono “meglio morire che non fare la CED”.

Per De Gasperi, la Difesa comune sarebbe stata la garanzia di una pace duratura per l’Europa e la via maestra per l’unione politica, al punto che, per accelerare il processo federativo, De Gasperi avanzò la proposta di trasferire il mandato “costituente”, di cui l’Art. 38 del Trattato investiva l’Assemblea della CED, all’Assemblea della CECA. Nel suo discorso all’Assemblea del Consiglio d’Europa, egli affermò che “la Comunità di Difesa deve essere il nucleo centrale intorno a cui devono sorgere e svilupparsi gli altri legami federali o confederali che si stabiliranno tra gli stati nazionali, questi restando sempre dei corpi animati da una vitalità propria e originale, da una vitalità che sarà trasmessa soltanto in parte a un’Amministrazione centrale comune ed elastica”. Una visione, dunque, di straordinaria contemporaneità.

Alla base di tutto, entrambi furono uomini di straordinaria fede cristiana, come si legge nella testimonianza di amicizia resa da Adenauer dopo la morte di De Gasperi: “Solo a pochi altri mi sentivo legato da così stretti vincoli nati dall’azione e dalle mete comuni […] Abbiamo affrontato i nostri problemi partendo dalla stessa base spirituale. Abbiamo entrambi iniziato la nostra carriera politica in un partito al contempo democratico e cristiano e abbiamo operato in modo che ciò fosse chiaro nella nostra azione. Ci legava l’avversione comune verso i nazionalismi esagerati. Consideravamo mèta della nostra politica estera l’unificazione dell’Europa perché unica possibilità di affermare e salvaguardare la nostra civiltà occidentale e cristiana contro le forze totalitarie”.

I tratti di questa comune fede furono riconosciuti anche dallo storico inglese Arnold Joseph Toynbee che, in una lettera a Maria Romana De Gasperi scrisse: “Io mi ero reso conto che De Gasperi, Schuman e Adenauer avevano punti in comune nella loro religione […] Se si dovevano sanare le vecchie ferite, il nazionalismo doveva essere superato da una più alta fedeltà all’Europa nel suo complesso. […] Come cattolici sapevano come conciliare una fedeltà minore con una maggiore. Come uomini nati in zona di confine riconoscevano che questa era la scelta che la loro esperienza politica consigliava, anzi comandava loro di compiere”.

La comune fede fu alla base di quella che, in una mostra sui Padri dell’Europa promossa dalla Fondazione De Gasperi, è stata definita come la “storia di un’amicizia”, documentata anche da una lunga serie di aneddoti.

Quando i due leader s’incontrarono a Roma nel giugno 1951, Adenauer fu accolto da De Gasperi con tutti gli onori dovuti al capo di governo di un Paese alleato, a conferma della linea degasperiana volta al pieno coinvolgimento di Bonn nella solidarietà dell’Europa democratica.

I due si espressero con argomenti simili a sostegno della pace e della democrazia. Dopo l’incontro con il Cancelliere tedesco, De Gasperi dichiarò: “Adenauer […] dimostra una chiaroveggenza e, soprattutto, una coscienza della sua missione di ricostruzione del suo Paese e dell’Europa che ci fa piacere: […] una visione di collaborazione europea in senso democratico, in senso di forze libere, in senso di giustizia fra le Nazioni”.

Nel settembre 1952, De Gasperi si recò in visita ufficiale a Bonn. Nel discorso di benvenuto il Cancelliere Adenauer lo elogiò sostenendo: “Si deve soprattutto alla sua iniziativa se in questi giorni i deputati della CECA a Strasburgo affrontano la grande opera, cioè il progetto della costituzione politica dell’Europa. […] Lei persegue una via che è stimolo agli stanchi ed agli indifferenti, è sprone ai contrari e sorgente di forza a tutti i benpensanti”.

Quell’incontro sancì non solo la stima reciproca, ma la volontà condivisa di mettere l’amicizia italo-tedesca al servizio dell’integrazione europea. De Gasperi rispose affermando: “Il miglior augurio che io possa formulare per il mantenimento e il rafforzamento di questa amicizia […] è che essa continui […] ad essere messa al servizio della causa della unificazione europea”.

Il 25 marzo del 1954, Adenauer andò a trovare De Gasperi nella sua casa di Castel Gandolfo. Quando si lasciarono, De Gasperi disse: “Bisogna che noi due viviamo ancora due anni. Ad Europa unita potremo andare definitivamente a riposo”.

A più di settant’anni di distanza, l’Europa non è ancora pienamente unita, soprattutto sul piano politico ed è per questo che il momento del riposo per De Gasperi e Adenauer non è ancora arrivato: come già dicevo, sono infatti entrambi qui con noi oggi a spronarci.

Penso che la celebrazione dei nostri grandi statisti obblighi moralmente le nostre Fondazioni ad incrementare ulteriormente la già proficua collaborazione che da sempre caratterizza i nostri rapporti. È forse venuto il tempo di realizzare un ambizioso progetto comune.

Da molte parti si parla dell’irrilevanza dell’Europa, ma se l’Europa fosse veramente irrilevante perché tutti si affannerebbero a cercare di distruggerla? Non è forse che serva ai nostri stessi concittadini un forte lavoro di educazione all’Europa e ai suoi valori? Che porti, insieme alla consapevolezza dei limiti, anche una maggior conoscenza delle storie di successo che ne hanno comunque caratterizzato il cammino?

Questo compito educativo spetta in larga misura a noi che portiamo sulle nostre spalle l’eredità di questi giganti della storia. Potremmo mettere insieme le forze per realizzare un grande centro studi sull’Europa che vada oltre i confini nazionali, sfruttando la comune appartenenza alla rete dei think tank che fanno riferimento al Martens Center e al Partito Popolare Europeo, del quale tra poco celebreremo i cinquant’anni dalla nascita.

E se servisse un flagship project, un grande progetto-simbolo, perché non pensare a una grande scuola di formazione europea per giovani, che potrebbe avere simbolicamente sede a Venezia, storico punto di incontro di culture?

È una provocazione che mi sento di lanciare qui questa sera, nella speranza che possa essere raccolta e dare origine, anche insieme alla Fondazione Schuman, ad un nuovo incontro, per il nostro tramite, tra i Padri fondatori dell’Europa.

Grazie per la vostra attenzione.

Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide
Previous slide
Next slide