Ucraina, Stefania Craxi: se ci fosse stato mio padre non saremmo arrivati a questo punto

"Bettino Craxi era un uomo di pace che ha lavorato per la pace, si è speso per la pace. Aveva un’idea alta e nobile della politica, conosceva bene le dinamiche che regolano i rapporti internazionali, insisteva sul valore proficuo e sulla ricchezza del dialogo fra i popoli e gli Stati. Probabilmente, se ci fosse stato ancora lui, non saremmo arrivati fino a questo punto, sull’orlo di una nuova guerra mondiale". Lo afferma, tra l’altro, in questa intervista Stefania Craxi, presidente delle Commissioni Esteri e Difesa del Senato

Il Senato ha licenziato il dl Ucraina che ora passerà all’esame della Camera. L’impegno dell’Italia continua e la maggioranza ha votato convintamente la proroga per gli interventi a favore. Parallelamente si potrebbe ipotizzare che la diplomazia italiana, a cui tutti riconoscono un grande valore di mediazione, si possa fare promotrice per gettare le basi per avviare un concreto dialogo di pace?

Con quel voto, che purtroppo nell’Aula del Senato non ha trovato formulazione unanime, ma comunque ben oltre il perimetro della maggioranza, abbiamo ribadito di essere al fianco del popolo ucraino, sostenendone la battaglia di libertà, il sacrosanto diritto a difendersi dall’aggressione scellerata, da un attacco alla sovranità e all’indipendenza nazionale. Tuteliamo così anche i princìpi del diritto internazionale, che mal si conciliano con le logiche del dominio e della sopraffazione. La speranza di tutti, ovviamente, è che si possa giungere al più presto a una soluzione diplomatica, trovare alla crisi uno sbocco negoziale. Ma, senza illuderci, dobbiamo sapere che quella strada è ancora lontana, che il conflitto si estenderà nel medio periodo e che potremo giungere ad una pace giusta solo attraverso un uso sapiente della deterrenza. Una pace disarmata sta nel campo dell’ideale.

La Russia in questo momento appare come un orso ferito, è una condizione pericolosa. C’è il rischio di un gesto sconsiderato da parte di qualche testa calda dell’apparato militare che i vertici di Mosca non controllano?

 Nel corso di questi decenni, ci eravamo illusi tutti, nessuno escluso, in Italia come in Europa, che fosse possibile integrare la Russia in un sistema di cooperazione con l’Occidente, fondato sul rispetto reciproco e sulla convergenza di interessi. Adesso è chiaro a tutti che questo proposito non è più realizzabile, che Mosca si è messa ai margini della comunità internazionale, che la vicenda ucraina segna l’avvio di un processo di ridefinizione degli assetti e delle alleanze globali. Ma commetteremmo un errore imperdonabile se ritenessimo di dover umiliare la Russia, questo sì che potrebbe favorire qualche gesto sconsiderato. La mia impressione, comunque, è che i leader mondiali abbiano piena consapevolezza dei grandi rischi connessi a un’escalation del conflitto. La vicenda del missile finito in Polonia ha dimostrato che vi è consapevolezza che bisogna maneggiare con cura l’intera vicenda.

Il 3 febbraio a Kiev si terrà il vertice Ue-Ucraina. Potrebbe essere questa l’occasione per provare a chiedere agli ucraini e, soprattutto, ai russi di incontrarsi in territorio neutro per un confronto serio o sarà ratificato solo un nuovo sostegno dell’Europa in vista di una offensiva di primavera?

L’Europa ha orientato la sua bussola seguendo precise direttrici di marcia, ha impostato la propria azione sulla base della fermezza, che non significa chiudere le porte al dialogo. Tante volte abbiamo constatato l’assenza di una soggettività politica comunitaria, un drammatico errore del passato che si riflette in tutti i suoi termini negativi nell’ambito della complessità contemporanea, ma non possiamo nascondere che sulla crisi ucraina la posizione fin qui tenuta dall’Europa abbia più luci che ombre. Diciamo che le ombre si addensano per lo più sulla risposta economica alle crisi derivanti dal conflitto, su tutte quella energetica. La guerra, l’Europa ce l’ha alle porte di casa, e non può e non deve venir meno l’impegno delle istituzioni comunitarie nel ricercare ogni spiraglio utile a favorire il passo della diplomazia, orientandosi verso un futuro di pace e di rispetto del diritto internazionale.

L’Ucraina chiede da tempo una accelerazione per il suo ingresso nell’Ue e nella Nato. Un report del 2020 di Strasburgo, sottolineava come il paese scontasse ancora gravi carenze sotto il profilo dello Stato di diritto, dei sistemi anticorruzione e del rispetto dei diritti umani, sollevando anche dubbi sull’elezione dell’attuale esecutivo. Criteri non proprio idonei per entrare in Europa. Prendere una decisione affrettata sulla scia emotiva di questo conflitto potrebbe pregiudicare poi un futuro assetto della sicurezza europea e mondiale?

Le decisioni prese su base emotiva si rivelano spesso controproducenti. Questo vale soprattutto per le grandi questioni di politica internazionale. Non intendo affermare, restando al caso specifico, di essere contraria alle richieste di Kiev. Anzi. Ma poiché la questione rientra a pieno titolo nel più ampio tema del futuro dell’Europa, sono da tempo persuasa, riguardo alle politiche di allargamento e non solo, che vanno affrontati al più presto alcuni nodi. Primo, bisogna considerare che, nonostante l’eccezionalità del momento, il processo di adesione richiede tempi lunghi, step complessi, requisiti essenziali da soddisfare. Sono passaggi formali e sostanziali, che a mio avviso vanno sburocratizzati, ma il cui ossequio è dovuto anche per il rispetto che si deve a realtà, penso a quelle dei Balcani occidentali, che da tempo hanno intrapreso questa strada e che sono state tenute alla porta, con il rischio di consegnarle definitivamente nelle mani dei nostri competitor internazionali. Secondo, credo che l’Unione, come scelta primaria, necessiti di una urgente riforma strutturale dei suoi assetti istituzionali e della sua governance. La costruzione politica è ferma da tempo, le storture si sono appalesate e hanno generato in questi anni fenomeni di disaffezione e rigurgiti di varia natura. Quanto all’adesione alla Nato, la riflessione non si pone. Ѐ stato detto da più parti e ripetutamente che il tema non è all’ordine del giorno.

La pace tra Ucraina e Russia è anche una pace economica. I prezzi della benzina e dell’energia, nonostante gli interventi dei governi, rimangono troppo alti e il tessuto sociale ed economico a livello mondiale ne sta risentendo duramente. Non pensa che la fornitura di carri armati a Kiev, annunciata da alcuni paesi, potrebbe comportare un ulteriore innalzamento dello scontro rischiando di protrarre la guerra ancora a lungo?

No, credo al contrario che aiutare l’Ucraina a difendersi possa agevolare la ricerca di un cessate il fuoco propedeutico alla definizione di una pace giusta e duratura. L’alternativa all’invio di materiale militare sarebbe la scomparsa dell’Ucraina stessa, la distruzione del suo popolo, un sovvertimento delle regole internazionali che aprirebbe la strada alla logica del più forte, con conseguenze inimmaginabili. E poi, guardi, non saremo certo più forti, né politicamente né economicamente, se ci piegassimo. Cederemmo a una logica del ricatto che dimostrerebbe la nostra debolezza e subalternità. Non credo sia un bene sotto ogni profilo.

Venendo alle questioni di casa nostra, il caro benzina influisce su ogni aspetto della vita del nostro paese. Il governo ha fatto bene a concentrare gli aiuti economici della manovra sulla ripresa economica o in qualche maniera si dovrebbero trovare i fondi per calmierare ancora un po’ il prezzo dei carburanti? Nell’eventualità di un intervento ne risentirebbe la tenuta della maggioranza anche in vista delle prossime elezioni regionali?

Il governo ha fatto e sta facendo tutto il possibile in una situazione di grande incertezza sul piano internazionale, con inevitabili ricadute sul versante economico, produttivo, sociale. Sono state fatte scelte, anche importanti dal punto di vista economico, affrontando il “caro bollette” che tutti indicavano come questione primaria. Ѐ chiaro che le risposte non possono poi venire solo dai singoli Stati, ma vanno concertate in un ambito più ampio, in primo luogo a livello europeo. E le prime risposte sono per fortuna arrivate, anche se non bastano, lo so. Ma non stiamo lesinando gli sforzi, sia pure nella ristrettezza delle risorse, per alleviare i disagi e le sofferenze delle famiglie e delle imprese.

Ieri è stato l’anniversario della morte di suo padre, Bettino Craxi. Come si sarebbe mosso oggi per risolvere la guerra in Ucraina e le conseguenze negative sull’economia mondiale?

Bettino Craxi era un uomo di pace che ha lavorato per la pace, si è speso per la pace. Aveva un’idea alta e nobile della politica, conosceva bene le dinamiche che regolano i rapporti internazionali, insisteva sul valore proficuo e sulla ricchezza del dialogo fra i popoli e gli Stati. Probabilmente, se ci fosse stato ancora lui, non saremmo arrivati fino a questo punto, sull’orlo di una nuova guerra mondiale.

 

Simone Massaccesi – Redattore

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